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giovedì 11 giugno 2020

CINNAMON SCROLLS (SENZA LIEVITAZIONE) CON CUSTARD AL LATTE CONDENSATO



Come scrivevo ieri su Instagram, sono stata a lungo indecisa se pubblicare o meno questa ricetta, perché è un attentato al peso forma e l'equivalente di una bestemmia in chiesa per le nuove tendenze delle diete anti zucchero. Perché, per quanto abbia cercato di ridistribuirlo, rispetto alla ricetta originale (sbagliata, per altro), qui c'è dolcezza sufficiente a far salire la curva glicemica solo a leggere gli ingredienti. Aggiungo anche che l'effetto finale è appiccicoso, per cui se fate tanto di mangiarne un bocconcino, trattenendovi con morigeratezza, finite per succhiarvi le dita come un esercito di neonati affamati- e tanti saluti ai buoni propositi. 
Comunque, siccome vi sono amica, la ricetta su Instagram non l'ho pubblicata. 
Ma se già è dura resistere a questa porcata, è impossibile resistere alle vostre suppliche- O AMICHE VIRTUOSE CHE AVETE TUTTE UNA TANICA DI LATTE CONDENSATO IN DISPENSA...

CINNAMON SCROLLS CON CUSTARD AL LATTE CONDENSATO 




La ricetta è apparsa sull'ultimo numero di una rivista inglese che preferire non citare perché secondo me è sbagliata. Ve la trascrivo con le modifiche e gli errori- anche perché la mia versione ha bisogno di essere perfezionata. Siccome mio marito mi ammazza, se oso riportare in tavola una roba del genere (sarebbe a dieta, capitelo), lascio a voi l'onore di migliorare il tutto. 
La figata è che questi sono "Scrolls" e non "rolls"- ossia, non devono lievitare e sono molto più simili alle frolle finlandesi con la meringa di qualche tempo fa. La cottura a bagno in questa finta custard (non ha le uova, praticamente è un bagno di latte e zucchero) le rende più morbide. Ma vediamo tutti i passaggi 

RICETTA ORIGINALE 

Per gli scrolls 

2 cups e mezzo di farina autolievitante
100 g di burro a pezzetti, freddo di frigorifero
3/4 cup di latte

per il ripieno 
25 g di burro morbido (io l'ho fuso)
1/4 cup di zucchero di canna 
1/2 cucchiaino da caffé di cannella in polvere 

per la custard  al latte condensato 
1 lattina di latte condensato (395 ml)
2 cup di latte intero
1/2 cup di zucchero
25 g di burro 

Le mie modifiche, già subito appena letta la ricetta sono state le seguenti
  1.  ho leggermente addolcito la frolla, a cui ho anche aggiunto un pizzico di sale, con 2 cucchiai di zucchero a velo, setacciato. 
  2. ho raddoppiato le dosi della cannella nel ripieno
  3. ho eliminato completamente lo zucchero dalla custard e ridotto il burro della metà. 
  4. ho aggiunto i semi di mezza bacca di vaniglia, per profumarla un po' 
PROCEDIMENTO
Incorporate il burro alla farina come se doveste fare una frolla
Quando farina e burro si sono amalgamati a formare grosse briciole, unite zucchero e sale e il latte, poco alla volta, impastando fino ad avere una pasta elastica e liscia. 
E' meglio aggiungere il latte poco alla volta perché potrebbe servirvene meno, come è successo a me. Lavorando il composto a mano, potete rendervi subito conto di quando è il momento di smettere: appena l'impasto acquista la consistenza richiesta, è pronto. 

Spolverate leggermente il piano di lavoro con poca farina e fate lo stesso con il mattarello. 
Stendete l'impasto in un rettangolo di  15x30 cm e pareggiate i bordi. 
Fondete il burro e stendetelo uniformemente sul rettangolo di frolla, con l'aiuto di un pennellino. Spargete lo zucchero con le mani, poco alla volta, in modo uniforme e fate lo stesso con la cannella: se avete uno spargi zucchero sarebbe l'ideale, io uso le dita :) 

Iniziando dal lato lungo, arrotolate strettamente il rettangolo, formando un rotolo. 
Dopodiché, la ricetta diceva di tagliarlo in 8 pezzi uguali, di disporli in una teglia di 15x25 cm e di irrorarli con la custard. 
E qui sono iniziati i problemi, perché  a me sembravano troppo alti e così, invece che in 8 parti, li ho tagliati in 15. Col risultato che la custard si è rivelata troppa, perché ne è bastata metà per coprirli tutti. 
Quindi, qui per me c'è il primo errore: secondo me, si doveva arrotolare dal lato corto. 

Ma andiamo con ordine
Ho tagliato gli scrolls e li ho messi nello stampo che vedete, 18 cm, piuttosto vicini gli uni agli altri. Lo stampo, ovviamente, era stato imburrato e infarinato. 
Ho messo in frigo, ho acceso il forno a 190°C come da ricetta e ho preparato la custard. 

La ricetta dice di mettere tutti gli ingredienti in una casseruola, portare a leggero bollore mescolando, e spegnere appena lo zucchero si è sciolto. Io non ho messo lo zucchero, ho solo fatto bollire un pochino di più (5 minuti), giusto per far prendere alla "crema" una consistenza leggermente meno liquida. Poi l'ho versata sugli scrolls (ovviamente, prima li ho tirati fuori dal frigo)

Naturalmente, era esattamente il doppio di quella che sarebbe servita. Con metà dose, gli scrolls erano gia sommersi. 

Li ho infornati e li ho cotti, secondo le istruzioni: 
- 20 minuti a 190 gradi, poi spennellarli di nuovo con la crema (si presume quella nella teglia, il verbo usato, to baste, è quello che si usa per spennellare i tacchini del Ringraziamento, in forno) 
-15 minuti, sempre a 190°C , o fino a quando saranno dorati. 

Nel mio caso: 
-dopo 20 minuti, non era praticamente successo niente, gli scrolls erano ancora in apnea. 
-dopo mezz'ora, la crema ha iniziato ad addensarsi, rendendo vana ogni operazione di spennellamento (ci ho provato, mi si sono incollate tutte le setole del pennello- meno male che era in silicone)
- alla fine l'ho lasciato lì e l'ho tirato fuori quando mi sembrava cotto (almeno una 40ina di minuti, ma il mio forno ha i ritmi dei Caraibi più che dell'Equatore, se la prende comoda con tutto)

Sinceramente, pensavo che questi Scrolls sarebbero finiti nella rumenta. Non mi preoccupava il sapore, quanto la cottura - e in effetti, col senno di poi, qualche minuto in più di forno avrebbe giovato (la parte a mollo era ancora un po' umida). 
Sarà stato per il livello basso delle aspettative, ma al primo assaggio "si sono lasciati mangiare". Al secondo, li abbiamo voluti mangiare, senza l'aria di fare la buona azione quotidiana. Al terzo, li ho nascosti. 

Solo per poter dire che si conservano fino a tre giorni, in un contenitore ermetico. 


venerdì 3 giugno 2016

LATTE DOLCE FRITTO ALLA GENOVESE per il CALENDARIO DEL CIBO AIFB





lattedolce1

Oggi ricorre la GN della crema fritta nel Calendario del Cibo AIFB  e per l'occasione riescumo questo vecchio post, che risale davvero alla notte dei tempi.
la ricetta era stata rigorosamente preparata da mia mamma, che oggi incidentalmente compie pure gli anni (auguri anche da qui) , secondo la vecchia ricetta di casa nostra. Finche' c'era mia nonna, lo ha sempre preparato lei, per dire. Era il dolce più diffuso ai tempi di mia mamma bambina, oggi è complemento dei fritti all'aperitivo e del fritto misto alla genovese, assieme al suo fratello salato, il latte brusco. So che ne esistono varie versioni, in molte parti d'Italia, ma noi siamo affezionati alle particolarità di questo sapore, dove il "poco dolce" dell'impasto fa da sottofondo alla punta di sapido della panatura e la croccantezza del fritto fa da scrigno alla morbidezza del ripieno. Cannella e limone, fanno tutto il resto...

1 litro di latte fresco intero
4 uova più 2 tuorli
2 albumi
150 g di zucchero
150 g di farina
un pizzico di cannella
la scorza grattugiata di un limone non trattato
pangrattato
sale
olio o strutto per friggere.


Procedimento tradizionale:  montare le uova intere e i due tuorli (tenendo da parte gli albumi) assieme allo zucchero, fino a quando risulteranno soffici e spumosi. Incorporate la farina setacciata e unite il latte a poco a poco, lavorando con una frusta in modo che non si formino grumi

Procedimento di mia nonna (che era un genio incompreso, anche in cucina): in una casseruola, mescolare senza montare le uova, lo zucchero e la farina- e  poi aggiungerci il latte. Come dire, il metodo knam, inventato qualche decennio prima, quando se non montavi le uova,per la crema pasticcera, eri una donna senza futuro. 

Dopodichè- e qui è uguale per tutti, geni incompresi e no-mettere il composto sul fuoco, aggiungere tanta bella scorza di limone e un pizzico di cannella e, mescolando sempre con un cucchiaio di legno, far cuocere per 20-25 minuti: la crema dovrà addensarsi e staccarsi dalle pareti del recipiente di cottura. Mia nonna prolungava di almeno 10 minuti, fino a quando non "sentiva" più il gusto della farina: in ogni caso, assaggiate e decidete. Ma almeno 20 minuti lasciatela cuocere.

Versate la crema in un piatto da portata o in una teglia bagnata o leggermente unta e lasciatelo raffreddare, fino a quando si sarà perfettamente consolidato. Potete anche metterla in frigo, se preferite. 

Tagliate il latte dolce a cubetti o a triangolini o a rombi  e passateli negli albumi, leggermente sbattuti con un po' di sale: non serve a velocizzare le operazioni legate al "montaggio", visto che non vanno montati, ma a dare una punta di contrasto con il dolce del ripieno. Spolverizzate i cubetti-triangolini-rombi con il pangrattato e passateli a friggere in padella: la ricetta prevede l'olio, ma se cedete allatentazione dello strutto, semel in anno,sono anche più buoni. 

Errata Corrige Coram Populo- che sennò a mia mamma viene un ictus. Lo zucchero a velo è un'aberrazione, parto della mia mente deformata dal food styling e da tutte queste modernità che son pugnalate al cuore- suo, della di lei madre (la nonna di cui sopra) e di tutti gli antenati, sino alla settima generazione. Ci va lo zucchero semolato, quello normale. E magari neanche troppo, perchè non è che qui si sia genovesi da sette generazioni per niente: "il giusto", avrebbe detto mia bisnonna, contando i granellini....

ciao
Ale

lunedì 16 maggio 2016

MASALA CHAI BITTERSWEET CHOCOLATE AND PEAR TART



Ho perso il conto, delle ricette arretrate che ho.
Conto e dosi e tappe del procedimento, perché essendo una che cucina ad minchiam a sentimento da una volta all'altra dimentico quello che faccio. 
E mi dispiace, non sapete quanto: perché ogni tanto qualcosa la azzecco.
Come questa torta, per esempio, che, pur facendo parte dell'ultimissima produzione singaporiana e avendo quindi un biglietto da ultima fila, passa di diritto davanti a tutti. 
Prima che mi dimentichi cosa diamine ci ho messo dentro e come cavolo ho fatto a farla stare insieme.
Piccola precisazione: SENZA QUESTO FONT  cioè senza questi caratteri non scrivo. Mi spiace se qualcuno non riesce a leggere il blog, ma l'unico risultato che ho ottenuto nel tentativo di accontentarvi è che non ho più scritto una riga.
Con buona pace delle mie ricette, dei miei appunti e di quella parte di me che avrebbe anche bisogno di uno spazio tutto suo, dove poter scrivere in santa pace quello che vuole e con il carattere che vuole.
Quindi, o vi rassegnate a leggere da uno schermo che non sia quello del cellulare   o niente.
Con voi resto amica lo stesso. 





Prendete una teglia di muffins che non sono venuti, potrebbe essere l'incipit più adatto. 
Perchè in effetti è così che è andata: ho sfornato i muffins più "gnucchi" del pianeta, assecondando la fase salutista della Nigella allo Starbooks- e sono rimasta con la miscela più profumata del pianeta, che è quella del Masala Chai.
Vale a dire un mix di cardamomo, anice stellato, cannella, pepe nero, chiodi di garofano, semi di finocchio e altre meraviglie che mi faccio macinare al Tekka Market ogni volta che passo di lì (leggasi tutti i giorni visto che ho fatto penare l'agente immobiliare per trovare una casa in stile no-expat e in zona no-expat e quindi abito a tre minuti a piedi da Little India) e che vanno aggiunte al té nero. 
Masala infatti è il nome generico con cui gli Indiani indicano le miscele di spezie (quelle che noi, impropriamente, chiamiamo Curry) e Chai è il termine indiano per indicare il té.
Quindi, quando leggete sui nostri blog "quanto mi piace il té chai" siete di fronte ad una ripetizione, oltretutto priva di senso: è come dire "quanto mi piace il té-té", insomma. 
Il che, sia chiaro, è nel pieno della vostra libertà di espressione.
Esattamente come libere sono le espressioni che si dipingono sul volto dei negozianti indiani, di fronte a simili sparate.
E comunque: il Masala Chai ha il latte. 
Acqua, miscela di té e spezie di cui sopra- e un'aggiunta di latte, per riequilibrare il tutto.
Ma non è il Chai Latte.
Quest'ultimo è una felice trovata Starbuksiana (dello Starbuck's, quello vero), che ha declinato in chiava indiana il nostro loro "caffé- latte" mettendo le spezie (senza il té) in un bel bicchiere di latte caldo. 
Questo l'ho imparato sul campo, dopo essere stata oggetto delle espressione da "che-cavolo-stai-dicendo-willy" di cui sopra. Perché gli Indiani, da Starbuck's non ci vanno. Oppure, se ci vanno, non son così cretini da ordinare il Chai Latte. 
La cretina, semmai, sono io che me lo faccio a colazione tutte le mattine- ma si sa, che il fatto in casa sdogana qualsiasi perversione. E comunque, è  buono da paura. 



E comunque questa torta, dicevamo. 
Avevo la miscela- e mi era stato commissionato dal marito un dolce che celebrasse degnamente l'invito a cena di un ospite sampdoriano. 
Perché le latitudini cambiano- ma gli sfottò restano. 
E se prendi tre goal nel derby, tre "pere" prima o poi te le aspetti.
E quindi, le ho messe nel dolce. 
Pera chiama cioccolato, cioccolato chiama spezie
Il Masala Chai chiamava me- ed ecco il risultato...

per la frolla al cacao
una qualsiasi base di frolla da crostata, che possa reggere bene una cottura interamente in bianco, aromatizzata con cannella. 
Io mi trovo bene con questa
240 g di farina debole
60 g di cacao 
220 g di burro a dadini, freddo di frigorifero (4°C)
1 uovo grande intero
120 g di zucchero semolato, bianco
un cucchiaino di cannella in polvere
mezzo cucchiaino di sale
Setacciate la farina con il sale sulla spianatoia e unite il burro freddo a dadini. Amalgamatelo con la punta delle dita fino ad ottenere un impasto sabbioso (qui dicono "simile a tanti cornflakes" per indicare la grandezza delle briciole). A questo punto unite tutti gli altri ingredienti (mi raccomando: setacciate il cacao!) e impastate velocemente con il palmo delle mani. Appena l'impasto si sarà compattato, dategli la forma di una palla, avvolgetelo in pellicola trasparente e fate riposare in frigo per una mezz'ora. 
Imburrate e infarinate uno stampo a cerniera del diametro di 24-26 cm e rivestitelo con la frolla al cacao. 
Mettete in freezer, coperto con pellicola, da un minimo di mezz'ora a un massimo di quanto volete. 
Per la cottura in bianco:
1. accendete il forno a 180°C mod. statica
2. rivestite il fondo del guscio di frolla con carta da forno 
3. copritelo con fagioli secchi: mettetene tanti perché il loro scopo è quello di impedire che la frolla si sformi in cottura:il loro peso deve fare da contrasto, insomma. 
4. infornate per 15-18 minuti: poi eliminate carta da forno e fagioli (trattasi di operazione delicatissima, perché la frolla si sbriciola. usate due guanti da forno- e due mani- per maneggiare lo stampo e tenete pronta una gratella vicino al forno. In altre parole, non fate come me che di solito a. uso una mano sola -b. uso il primo strofinaccio che trovo c. balzello per tutta la cucina alla ricerca di un piano d'appoggio stramaledicendo me, le frolle tutte e chi mi ha fatto così cretina)
5. proseguite la cottura per altri 5 minuti. trattandosi di frolla al cacao, non ha senso usare come indicatore di cottura la doratura dell'impasto. Osservate semmai i bordi dello stampo: se la frolla inizia a staccarsi, ci siamo
6. Attenti a non farla cuocere troppo, perché la frolla "croccante" è cosa disdicevole per le orecchie ed il palato. 

Per le pere al rum e cardamomo
3 pere (da voi andrebbero bene le Williams che però sono più grosse... calcolcate all'incirca un tre etti di polpa)
50 g di burro
2 cucchiai di dark brown sugar (zucchero di canna, se non lo trovate, il più scuro che vi riesce di recuperare. NON il Muscovado, però, che è troppo "dark")
un bicchierino di rum
i semi di due bacche di cardamomo
un pizzico di sale

Da preparare mentre cuoce il guscio
Mondate le pere, sbucciatele, eliminate torsolo e picciolo e tagliatele a fette non troppo sottili, il più regolari possibile. 
Sciogliete il burro in padella, fino a farlo diventare quasi nocciola: aggiungete poi lo zucchero e mescolate, a fiamma bassa, per circa un minuto: non dovrebbe caramellare, ma solo sciogliersi un pochino. Aggiungete poi le pere, mescolate bene in modo che lo zucchero le avvolga completamente e sfumate con il rum.
Aggiungete il sale e il cardamomo, mescolate, mettete il coperchio e fate cuocere a fuoco dolce per pochi minuti: cercate di non perderle d'occhio, perchè lo sciroppo di zucchero deve rapprendersi intorno alle fette, senza caramellare. Appena le pere saranno morbide, scolatele un po' dal liquido di cottura e sistematele in un solo strato sul fondo del guscio, raffreddato. 
Lasciate raffreddare completamente, prima di coprire con la
Masala  Bittersweet Chocolate Ganache
150 g di cioccolato al 70% di cacao
50 g di cioccolato all'80% di cacao
1- 2 cucchiai di zucchero a velo
1 cucchiaino colmo di Masala  (potete prepararlo in casa: il mio ha cardamomo in dosi massicce, seguito poi da anice stellato, cannella, chiodi di garofano, semi di finocchio e zenzero in polvere. Macinateli finissimi, mi raccomando!)
100 ml di panna



Scaldate la panna e portatela quasi ad ebollizione. Spegnete il fuoco, unite il Masala, coprite e lasciate in infusione per 10 minuti. Non c'è bisogno di filtrare, perché la miscela di solito è polverizzata: se non lo fosse, passate al colino.
Sciogliete il cioccolato con lo zucchero a bagno maria. 
Rimettete la panna sul fuoco, sempre senza mai farla bollire e versatela sul cioccolato fuso. Mescolate benissimo con una frusta, fino ad ottenere una crema densa e liscia. Versatela subito sulle pere livellate con una spatola e tenete in frigo fino al momento di servire.
Le foto della fetta arrivano: devo solo aspettare il nanosecondo sospeso fra il momento in cui va via il sole equatoriale e inizia il diluvio. Ma non disperate, che ce la si fa :-)
Eccola qui!  E buon appetito!




mercoledì 16 dicembre 2015

E MENTRE VOI FATE I BISCOTTI....


A me hackerano il blog
E hanno pure ragione, vista la lentezza con cui lo aggiorno. 
Ma vi assicuro che leggere in metropolitana che gli ultimi due messaggi erano un incitamento alla rivoluzione capeggiata dal pericoloso terrorista Gennaro non so come e un altro incitamento, di ben altra natura (o forse, meglio, contro natura)- per giunta  su un blog intitolato "Una signora all'antica" mi ha fatto raggrinzire le perle. 
Ergo, corro ai ripari con quello che ho, che è questo meraviglioso cake al mandarino, in edizione riveduta e corretta, ma buono oggi tanto quanto la prima volta che l'ho provato. 

per uno stampo da cake da 750 ml 
250 g di farina debole
250 g di burro morbido
250 g di zucchero
4 uova intere
un bicchierino di liquore al mandarino (o Cointreau)
semi di vaniglia
4 mandarini interi
1 bustina di lievito per dolci
burro e farina per lo stampo

Sbucciate i mandarini e pelate al vivo gli spicchi, eliminando gli eventuali semi
Con le fruste elettriche montate il burro con lo zucchero fino ad avere un composto gonfio e spumoso
Aggiungete le uova, uno alla volta, sempre montando.
Unite poi il liquore, la punta di un cucchiaino di semi di vaniglia e in ultimo la farina setacciata con il lievito. 
Imburrate e infarinate lo stampo e versatevi dentro metà del composto. 
Disponetevi sopra gli spicchi di mandarino, leggermente sovrapposti l'uno sull'altro.
Coprite con il resto dell'impasto e infornate a180°C per 40 minuti. 
Se la superficie del cake dovesse scurire troppo, copritela con un foglio di alluminio. 
Sfornate, lasciate intiepidire e sformate su una gratella. 
Fate raffreddare completamente prima di servire

Se volete decorarlo con una glassa al mandarino, stemperate un cucchiaio di succo di mandarino in circa 200 g di zucchero a velo, aggiungendone eventualmente altro, goccia a goccia, fino ad ottenere la consistenza desiderata. 

La morte sua è annegare nel tè. 
Buon appetito
ale



mercoledì 20 maggio 2015

MAPLE BANANA BREAD PER LO STARBOOK DI MAGGIO


Sono nata con una avversione cosmica alle banane. 
Le odio a tal punto che se le vedo in tv, sento l'odore. 
Che cambio strada, se il fruttivendolo le espone sul marciapiede.
Che le ho rimosse da qualsiasi scompartimento non solo del frigo ma anche della mente-e provate a immaginare l'infanzia che è toccata, a una della mia età, cresciuta ad "animali-fiori-frutta", impegnata a spremersi le meningi ogni volta che usciva la lettera B.
"Pazienza" aveva detto mia mamma "con tutta la frutta che abbiamo, mangerà dell' altro... non è mai morto nessuno, a mangiar mele, pere, pesche, prugne, no?"
A quattro anni, vien fuori l'allergia alle pesche. 
A cinque, quella alle mele
A sei, le pere e così via,in un crescendo culminato in un florilegio di frutti tropicali, serenamente liquidato dall'allergologo di turno con un "ma vabbè, signora, mica andrà a vivere all'Equatore, sua figlia, no? E comunque, restan sempre le banane..."


Per la cronaca, le banane le ha sbucciate mio marito. 
Le ha anche ridotte in purea e versate nell'impasto.
Io, però, ho mescolato, versato nello stampo, cotto, sfornato,sformato, tagliato a fette e servito, pure senza molletta per stendere sul naso
Come dire, facciamo progressi...

Tutto sullo starbook di oggi, qui!


martedì 21 aprile 2015

QUESTIONE DI ETICHETTA- TORTA DI FRAGOLE E CIOCCOLATO (SENZA COTTURA)

torta di fragole e cioccolato senza cottura

Il giorno prima della mia partenza per Singapore ero a Pisa. 
(che non è normale me lo hanno già detto tutti quelli che mi conoscono, e pure da qualche decennio. E comunque, il giorno prima ero a Firenze, ecco)
Stavo dicendo, il giorno prima della mia partenza per Singapore ero a Pisa, tutta presa da un corso di fotografia che seguivo con lo stesso fervore di chi sa che la prossima tappa è Lourdes, quando all'improvviso squilla il cellulare. 
Guardo- e vedo che all'altro capo c'è la vicina della ex casa. 
E' domenica, sono le dieci, chiama me e non altri membri della famiglia, ergo è un'emergenza. 
Al "pronto", sono già in tachicardia
Al "ci sarebbe un telegramma per Giulio" parte una raffica di extrasistole che nemmeno il mitragliatore di Rambo.
Al "leggimelo subito", sono già in modalità rosario, con un fioretto ogni tre avemarie.
il testo è breve ma prolisso, perchè è tutto una citazione di leggi e leggine, commi e controcommi e riesco a capacitarmi dell'accaduto solo quando si arriva alla firma, in  fondo. Che è quella di una grossista di cibo, dove ogni tanto ci si serve, giusto sotto  le feste o in previsione di grandi eventi. Per accedere, ci vuole una tessera che, nella fattispecie, riporta a mio marito. 
E che, nella fattispecie due, era stata usata da mia suocera, per fare scorta di acciughe sotto sale al suo bambino, qui a Sing Sing. 
Con tutta che la marca acquistata è la migliore su quel tipo di mercato, è venuto fuori che l'etichetta della confezione non riportava la tracciabilità del prodotto e quindi, nell'ordine, 1. bisognava avvisare immediatamente il cliente, e pazienza se la santificazione della domenica avviene in modo leggermente diverso da quanto prescritto dal messale; 2. bisognava riportare indietro il prodotto 3. e sostituirlo con quello con l'etichetta corretta. 
Questo, dalla vostra parte del mondo.
Dalla mia, ieri c'erano delle fragole meravigliose: perfette, rosse rosse, tutte meravigliosamente uguali e dannatamente troppo belle per essere vere.
Solo che qui la tracciabilità si chiama "Korea". 
Almeno ditemi se è del Nord o del Sud...

 TORTA DI FRAGOLE E CIOCCOLATO
SENZA COTTURA


In teoria, ci vorrebbe uno stampo da cheese cake, a cerniera, oppure uno da crostata col fondo amovibile- se desiderate sformarla. Altrimenti, si può mangiare anche direttamente dalla teglia, a cucchiaiate, senza ritegno. Intanto, qui non ci si formalizza...

Imburrate bene lo stampo, fondo e bordi e stendete sul fondo un foglio di carta da forno. Imburrate pure quello.
Riducete in polvere dei biscotti al cioccolato (per uno stampo di 24 cm di diametro, ce ne vogliono circa 250 g) e aggiungetevi 100 g di burro fuso. Mescolate bene e versate il composto nella tortiera. Facendo pressioni con la mano, stendetelo in uno strato sottile sul fondo e sui bordi. Mettete in frigo per un'oretta. 
Mondate tante fragole quante ne servono per rivestire metà del fondo della torta e tagliatele in due. disponetele sul fondo, così...

torta di fragole e cioccolato senza cottura


dopodichè, se siete di corsa, preparate una ganache veloce al cioccolato,portando quasi a bollore 250 g di panna fresca liquida e versandola lentamente su 250 g di cioccolato fondente al 70%, spezzettato. Con una frusta, far sciogliere bene il cioccolato e versare la crema sulle fragole. Tenere in frigo fino a mezz'ora prima di servire.

se avete più tempo, potete fare la ganache montata di Santin (anche questa, nella versione semplificata)
Ingredienti:
• 350 gr. di panna
• 350 gr. di cioccolato al 70 o 75 % di cacao
• 260 gr. di panna montata
Preparazione:
Scaldare la panna e versarla sul cioccolato finemente tritato mescolare fino ad avere un impasto omogeneo. Lasciare raffreddare fino alla temperatura di 40° e incorparare la panna montata.

E buon appettito....


venerdì 17 aprile 2015

C'è un boa nella canoa (Crema Pasticcera di Iginio Massari)


...e il terzo giorno, di venerdì 17, dopo aver inaugurato la parte pratica della cucina mettendo un etto di sale nella pasta frolla, nel pieno di una singolare ondata di caldo alla quale i media singaporiani dedicano speciali in Tv e infauste previsioni (in un luogo senza stagioni, il tempo varia lievemente ad ogni trimestre), l'incubo che mi ha tenuta sveglia nelle notti genovesi nonchè il pensiero ricorrente nelle corripondenti giornate ha drammaticamente preso forma, in una cosa che striscia sotto la lavatrice. 
 

Oltre non vado, perchè vederlo e avere una crisi isterica è stato tutt'uno. 
E provate voi, ad avere una crisi isterica con le mani in pasta: neanche potevo strapparmi i capelli, per dire. Correre sì, salire sul letto pure (gli armadi sono al soffitto, altrimenti altro che Reinhold Messner.. già sembravo Mennea nei cento metri), urlare come un maiale sgozzato anche, con tanto di pianti e singhiozzi e "io me ne torno a casa e qui dentro non ci sto un minuto di più": ma mi rendo conto, a posteriori, che all'interpretazione è mancato quel tocco di drammaticità che avrebbe potuto renderla memorabile.
Molto più di quanto non sia stata la Van Pelt in sottoveste, che si succhia la frolla dalle dita, maledicendo il giorno che ha deciso di venire a Sing Sing-e ancor di più quello in cui ha deciso di fare le grandi pulizie, visto che ora ho grumi di pasta per tutta la casa e pure sul letto. 

Anyway, come è entrato, è uscito- e da dove, non si sa. 
E, per la cronaca (e per quella povera donna di mia madre, che starà agonizzando davanti al pc), non era un boa. 
Neanche un serpente a sonagli. 
E neanche un serpente, dai. 
Ma per una come la sottoscritta, che non batte ciglio davanti al più peloso dei ragni, ma perde tutto il suo aplomb se solo c'è una lucertola nel raggio di cento metri, ecco: una robina che striscia sul pavimento è il peggiore buongiorno che si possa immaginare.
Quasi come quello che ho dato io, al sonnolento quartiere dove abito...


foto con dannata luce naturale del mattino, quella che spiana le rughe e fa far belle foto, dalla parte giusta del mondo


Tanto per darvi l'idea del caldo che si è messo, faccio la spesa alla sera. Meglio dalle 22 in poi, perchè prima è impossibile anche solo pensare di uscire, figuriamoci tornare appesantiti da borse, borsette e borsine. Per fortuna che qui sono attrezzati, per cui i supermercati sono aperti fino a tardi e qualcuno pure 24 ore su 24. Il lato negativo è che c'è sempre pieno di gente, ma in una città che strizza più di sei milioni di abitanti su un'isoletta, non è che ci possano essere grandi alternative. Il problema, semmai, è l'assoluta incapacità dei Singaporiani di desbelinarsi nelle situazioni di criticità (dall'uscita della metropolitana alla cassa del super),ma questo va alla prossima puntata. In quella di oggi c'è la risoluta e consapevole decisione che l'unico modo per ritrovare una rotta diversa da quella che mi vuole a casa mia, con le mie cose, i miei libri, i miei ritmi, il mio lavoro, mia figlia e l'uso di una lingua comprensibile ai più, passasse di necessità attraverso il riprendere a cucinare. 

Mai decisione fu più infausta: perchè qui manca tutto.

Laddove  per tutto si intendono le 102 teglie, il Ken, le fruste elettriche, il minipimer, un matterello come si deve, una spianatoia in legno, una bilancia -e, buon ultimo , un cestino della rumenta che non stia alle formiche come i saldi dell'outlet alle shop-aholic. 

La mission impossible è trovare una terrina di plastica dove impastare. 
Me ne serve una "normale", coi bordi alti, per avviare gli impasti altrettanto normali, da mezzo kg di farina. 
Niente da fare. 
Manca il concetto di "bordo alto- diametro largo".
Ti propinano un rosario di ciotoline per il riso, poi passano a quelle del cane, dopodiché o ridono o si offendono e tu resti lì, a chiederti quando diamine finirà 'sto caldo che almeno esco e vado all'Ikea. 
Che almeno lì son svedesi, sono alti e hanno freddo. 




Insomma, perfarla breve, volevo fare il Pan di Spagna perl'MTC e invece, niente, più che una frolla non son riuscita a preparare. Però, la crema pasticcera è di Iginio Massari e basta vederne il colore,per avere idea di quanto sia buona e ricca. 
Eccovi le dosi (io le ho dimezzate)

Ingredienti:
500g tuorli d' uovo
250g zucchero
80g amido di riso
1000g latte intero di alta qualità
N 1 bacca di vaniglia Bourbon Madagascar
N 1/2 limone grattugiato

Fate bollire in un tegame il latte, la vaniglia e la buccia di limone.
A parte, mescolate con un frustino, i tuorli, lo zucchero e l'amido di rIso
Dopo l'ebollizione filtrate il latte e incorporatelo ancora bollente nella massa appena ottenuta.
Cuocete il tutto mescolando in continuazione con un piccolo frustino e a bagnomaria.
( potete altrimenti usare una pentola in rame)
Togliete la crema dal fuoco nn appena si addensa.
Raffreddatela veloce te versandola in un tegame freddo e continuate a mescolare finché  non raggiungerà i 50°C
N.b. Grattugiare solo la buccia del limone ( parte gialla)

E se riesco a trovare la forza di accendere il forno, domani c'è pure tutto il resto :-)

 

venerdì 3 aprile 2015

HOT CROSS FUDGE


Sono stata una bambina a cui la carne non piaceva. 
A dirla così, non sembra diagnosi da traumi infantili. 
A viverla, quarant'anni fa, era una specie di incubo. La "carne" era ancora il simbolo del benessere, economico e fisico. Non avere la fettina tutti i giorni e l'arrosto la domenica era cosa che veniva guardata con sospetto e l'unica alternativa all'agire scellerato (NON MANGIANO MAI LA CARNE!!!) era una non meglio definita zona di povertà che, se mitigava gli accenti (non mangiano mai la carne), non riduceva di un centimetro le distanze fra noi e loro.
Mia nonna, reduce da due guerre e da due dopoguerra, aveva salutato il boom economico in macelleria. Non solo preparava carne tutti i santi giorni, ma era anche arrivata ai punti di fare i ravioli, tutti i santi giorni, per nascondercela in pietanze più saporite e propinarcela così. In più, curava tutto con quella: "è perchè non mangi carne" era la diagnosi che immancabilmente seguiva a qualsiasi magagna infantile, dalla varicella alla verruca sotto il pollicione, passando per i lividi da bicicletta e i raffreddori della primavera.
Nel mentre, io escogitavo tutte le possibili scappatoie: non so quanti animali ho nutrito, quanti panini ho scambiato (odiavo pure il prosciutto cotto,altro must della mia infanzia), quante lacrime ho sparso, su quelle fettine che riducevo a coriandoli, per riuscire a mandarle giù,ma invano: ho dovuto aspettare l'emancipazione, per poter dire definitivamente addio alla parte più odiosa della mia educazione alimentare - e questo senza mai essere sfiorata dall'idea di diventare vegetariana: mettetemi di fronte a un piatto di salumi "da uomini duri" e vedete come mi riconcilio col mondo animale. Ma il resto, proprio no.
Tutta 'sta pappardella per dire che a me la Quaresima piace. E il Venerdì Santo, gastronomicamente parlando, mi ha turbato molto di meno che la Pasqua con l'agnello.
Il che non mi esime dal ricordare che, per i cattolici come la sottoscritta, la ricetta che segue non è propriamente indicata per la commemorazione di oggi. E non conta, che abbia la croce sopra...



ovvero,un fudge fatto come si deve, al gusto di hot cross buns, panini pasquali speziati e arricchiti da uvette, contraddistinti da una specie di punto croce sulla loro sommità. Ormai, gli Inglesi si sbizzarriscono anche su questi, con versioni alle mele, al cioccolato, con spezie esotiche, senza uova e senza burro e nel novero delle eresie, ci sta anche ridurlo a fudge, come hanno fatto Kitty Hope e Mark Greenwood, con un must della Pasqua 2015, che non potevamo non diffondere da qui....

per 24 pezzi circa
500 g di zucchero semolato
300 ml di panna frescaliquida
50 g di burro, a cubetti
100 g di scorzette di arancia candite
100 g di uvetta
1/2 cucchiaino di cannella
1/4 di cucchiaino di chiodi di garofano macinati
1/4 di cucchiaino di noce moscata
1/2 cucchiaino di all spices (pimento o pepe giamaicano)
la scorza grattugiata di mezza arancia non trattata
la scorza grattugiata di mezzo limone non trattato
 
per la glassa
100 g di zucchero a velo setacciato
il succo di mezza arancia, filtrato

olio o burro per ungere la teglia

una teglia quadrata di 22cm di lato
un termometro da zucchero 

La ricetta che segue  è quella del fudge come si faceva una volta, cioè cuocendo lo zucchero a lungo, sul fornello. L'unica nota dolente è il tempo, perché per il resto si tratta di una preparazione facile e con un risultato finale che vi ripagherà di qualsiasi fatica. 
Il termometro è indispensabile. 

Per prima cosa, preparate la teglia: ungetela bene, poi rivestitela di carta da forno, in modo che aderisca bene al fondo e ai lati. Cercate di stenderla, senza che faccia grinze, perchè queste  poi rimarranno sul fudge. 

Prendete una casseruola dal fondo spesso e versatevi lo zucchero, la panna e il burro. Scaldate a fiamma media, mescolando bene in modo da amalgamare tutti gli ingredienti fra di loro: portate a bollore, poi abbassate la fiamma e fate bollire sempre mescolando per almeno 20 minuti: dovete portare il composto alla temperatura di 118°C. 
Misuratela al centro della pentola, senza mai toccare il fondo, e con frequenza sempre maggiore, a mano a mano che aumentano i tempi di cottura. NON TOCCATE MAI con le dita il composto:se lo fate cuocere a fiamma bassa, non dovrebbero esserci schizzi di sorta: lavorate comunque ad una certa distanza, con le stesse precauzioni utilizzate per fare il caramello. 
Leccare il cucchiaio è sommamente vietato, sempre-e in questo caso, di più.
 
Appena raggiunti i 118°C, togliete il fudge dal fuoco e unite gli altri ingredienti. 
Potete variare sull'uvetta e sui canditi: in casa mia, per esempio, non piacciono nè l'una nè gli altri e quindi ho messo 150 g di mirtilli rossi e basta. Sono meno ricchi, ma a noi sono piaciuti così. Invece, le spezie e soprattutto le scorze di agrumi andrebbero lasciate inalterate. L'All Spice non è sempre facilissimo da reperire ma non è più così irraggiungibile come un tempo:magari, se invece di dire All Spice chiedete "pepe di Giamaica" o "Pimento" potete avere più probabilità di essere soddisfatti. 
 
 

Dopodiché, mescolate ininterrottamente il fudge per almeno 15 minuti, con un cucchiaio di legno:questa procedura serve  per farlo raffreddare senza che si indurisca troppo. Alla fine, vedrete che si staccherà da solo dal bordo della casseruola:a questo punto,trasferitelo nella teglia, livellatelo bene con il dorso di un cucchiaio di alluminio o con una spatola o con un coltello a lama larga (meglio inumidirlo leggermente, se il fudge dovesse essere troppo denso) e mettete in frigo per un'ora. 

Preparate la glassa, con lo zucchero a velo e il succo d'arancia: per me, il succo di mezza arancia è una dose esagerata. Ho aggiunto liquido poco alla volta,mescolando bene, fino ad ottenere la consistenza che vedete nella foto: a dir tanto,due cucchiai. Mettete la glassa in una siringa, con bocchetta liscia

Togliete il fudge dalla teglia, sollevando la carta da forno. Tagliatelo a cubi regolari e, con lasiringa, formate su ciascuno una croce di glassa. Lasciate asciugare completamente, a temperatura ambiente.

In teoria, dovrebbero durare parecchio,almeno una settimana, meglio se in un contenitore ermetico nel frigorifero. In pratica, si mangiano molto più volentieri di quanto si immagini. Li ho già preparati tre volte, in un mese, e continuo a ricevere insistenti richieste perchè li faccia di nuovo.

Da qui, la pubblicazione della ricetta, che sa tanto di "e fateveli un po' da voi" :-)
Ma a Pasqua, si chiama "condivisione"

Buone Feste a tutti
Ale

lunedì 23 marzo 2015

PUDDING IRLANDESE ALLE MELE PER IL THE RECIPETIONIST



..che poi uno se lo chiede, no?, a cosa servano tutti 'sti blog di cucina.
Per chi li scrive, è chiaro: a tenere un archivio delle proprie ricette. 
Provate a leggere in giro, provate a chiedere perchè diamine uno si svegli al mattino e si imbarchi in un'avventura del genere- e sarete sommersi dal coro: non sapevo più come orientarmi, non mi ci raccapezzavo più, e il faldone e i foglietti e le scatole e tutto quanto fa il magico potere del riordino. 
Che non vi venga in mente di ipotizzare un'altra ipotesi, perchè non tiene, anzi: sarete sommersi da una valanga di "come osi?", neanche foste il peggiore dei mal pensanti e non uno a cui, dopo certe letture, venga ragionevolmente il dubbio di cosa diamine si tenesse per davvero nei faldoni-foglietti- scatoloni di cui sopra, perchè tutto sembra che ci possa essere stato, ma di "ricette" nemmeno l'ombra. 
A casa mia, la risposta è stata presto data: "è l'età", hanno detto, mimando sventolamenti da caldane, con lo sguardo levato al cielo e l'espressione da copertina del martirologio. E, considerato che dell'archivio non ne avevo bisogno, penso proprio che, per una volta, abbiano avuto ragione...


L'unica certezza acquisita, in tutti questi anni sul web, è che il grande nemico di internet è che "tutto corre". O ci si tiene davvero un archivio di quello che interessa (lavoro impossibile, nel mio caso, visto che mi interessa praticamente tutto- e quello che non mi interessa, mi potrebbe interessare, ragion per cui andrebbe archiviato due volte, per la tortuosa logica che veglia sulle azioni della sottoscritta) o sennò ci si condanna ai motori di ricerca e agli smoccolamenti. 
Oppure, si gioca al The Recipe-tionist, che è il contest  più intelligente che la blogsfera abbia prodotto da qualche anno a questa parte. L'idea di fondo è proprio quella di fissare il flous of recipeness della blogsfera e proporre a chi partecipa di soffermarsi sugli archivi del blog del mese: rifare una ricetta, quindi, nonn diventa semplicemente "copiare", ma "celebrare" il lavoro di un altro food blogger, soffermandosi con quell'attenzione che in altre situazioni avrebbe meritato sui contenuti che ci ha proposto, negli anni. 
In un mondo  perfetto, non me ne sarei perso uno: in questo mondo- anzi: in questi due- mantengo l'appuntamento solo quando riprendo l'Old Fashioned. E visto che a marzo, qualcosina ho fatto, ecco la mia ricetta per il the Recipe-tionist di Marzo, vinto da Enrica di Coccola Time

PUDDING IRLANDESE ALLE MELE

Premetto che temo il fuori concorso, perchè mentre ero lì che cucinavo mi si è accesa la lampadina della cottura in vaso...
Premetto anche che avrei voluto fare un'altra ricetta, di questo bellissimo blog, che mi sconfinfera da un po' e visto che Enrica è di Lucca, quali migliori garanzie, etc etc
Premetto infine che più spulciavo l'archivio, più cambiavo idea, da tante sono le ricette nelle mie corde, 
tutto ciò premesso, quando ho letto "pudding irlandese alle mele" non ho capito più niente. 
E il resto, è tutto qui


trascrivo la ricetta originale, poi a seguire le mie variazioni

PUDDING IRLANDESE ALLE MELE- DI COCCOLA TIME
per 8/10 porzioni

uova 6 (del contadino)

Latte 1 litro (io l’ho usato crudo)

zucchero (io di barbabietola grezzo) 150 gr

Pan brioche 1 pacco (bio)

mele 4 o 5 dal contadino

confettura di pesche (mia) con frutta a pezzettoni

burro salato francese (per ungere la pirofila)


Procedimento
Portare ad ebollizione un litro di latte, nel frattempo sbattere energicamente le uova con lo zucchero , unire il latte poco per volta continuando a sbattere. Imburrare abbondantemente una pirofila, distribuire le fette di pan briosche necessarie a coprire il fondo. Fare uno strato di mele (sbucciate e tagliate a spicchi) e uno strato ulteriore di pan briosche (io ho tolto la crosta). A me sono venuti due strati di mele e due di pan briosche , che hanno ricoperto completamente la superficie. Versare il latte con le uova sopra al tutto. Cuocere in forno a 160°-180° fino a che sarà ben dorato e la lama del coltello inserita, nel mezzo della pudding, uscirà asciutta.
Sciogliere la marmellata con un cucchiaio di acqua calda e spennelare la base.




Le mie varianti
intanto, ho ridotto le dosi di 1/4, per farle stare in un barattolo da mezzo litro, come quello che vedete nella foto 
come pan brioche, ho usato gli avanzi di questi panini qui
ho aggiunto un po' di spezie (cannella e chiodi di garofano) e, se avessi avuto l'uvetta, ci avrei messo anche quella, dopo averla ammollata nel brandy, per dire. 

Poi, la grande variante è stata la cottura. 
In origine, avevo pronta la pirofila imburrata, per la cottura tradizionale. Se non che, io sono allergica alle mele (prima che diciate "e le pere?", sono allergica anche a quelle), mia mamma è a dieta, mia figlia era a Milano e sarebbe tornata il giorno dopo.  ed è lì che si è accesa la lampadina e mi è sovvenuta questa cottura, che furoreggia in Germania e che qualche anno fa impazzava sul web: praticamente, si schiaffa tutto in un vaso a chiusura ermetica, lo si cuoce a temepratura relativamente bassa (questi della Weck reggono comodamente, fino a 180°C) senza coperchio, dopodichè si incoperchia e si sigilla e, in teoria, si dovrebbe star tranquilli per qualche mese. 
In pratica, quando vedo creme a base di uova, conservo in frigorifero e per pochissimo tempo, per cui anche questo pudding ha fatto la stessa fine- e se vi chiedete a che cosa sia servito l'esperimento del sottovuoto, la risposta è a confermare le ipotesi dei miei familiari, sul perchè anche io ho un blog. 
Resta il fatto che il bread pudding c'era, ad accogliere la creatura- e tutto per merito di Enrica e del the Recipe-tionist. e scusate se è poco....


giovedì 19 marzo 2015

CHOCOLATE TRUFFLE RAVIOLI - E LE COSCIENZE DEGLI ALTRI

Mio padre avrebbe desiderato un figlio maschio. 
Sulla primogenita, aveva le idee chiare: "mi sposo, faccio una figlia e la chiamo Alessandra" era una specie di mantra leggendario, che accompagnava le storie di famiglia e che mia madre commentava sollevando un sopracciglio e confermando che, neanche a dirlo, aveva fatto tutto da solo. 
Sulla secondogenita, pure: gli avrò chiesto mille volte di riportarla indietro e di prendere un fratellino, ma invano. Anzi, era anche pronto a correre in suo soccorso, le volte in cui ho tentato di eliminarla, scaraventandola giù dalla culla ("un incidente") o strangolandola con la sciarpa della nonna ("aveva freddo"): il che mi fa presumere che volesse pure quella. 
Tertium non datum est-e quindi,come penso capiti in molte famiglie analoghe alla mia, toccò a noi femmine accollarci una parte di educazione tutta al maschile che in tutto affrontammo con sfacciato divertimento, tranne che per quella che già allora si profilava come la grande passione di nostro papà- vale a dire la pesca. 
Nel curriculum delle competenze che mai verranno scritte, io e mia sorella vantiamo il saper pescare come una delle piaghe che flagellarono la nostra infanzia, assieme al Genoa in C e ai cugini che vincevano sempre alla tombola di Natale. 
E anche se non ce lo siamo mai detto, credo che buona parte della nostra intelligenza di bambine sia stata spesa nell'escogitare stratagemmi per darsi credibilmente malate, il giorno dopo, e dare forfait. 
Il problema, stranamente, si poneva non d'estate, ma d'inverno. 
D'estate, c'erano gli amici, la barca, la Lega Navale- ed eravamo libere di sguazzare nel mare e abbronzarci al sole. 
D'inverno, c'erano le gare. 
Detta così, non rende. 
Intanto, bisognava raggiungere i fiumi. 
Come dire, a ramengo. 
E in un "ramengo" rigorosamente al termine di un'infilata di tornanti che per anni siamo state riconosciute non già dalle fattezze dei nostri volti, quanto dal colorito ("chi sono, le figlie di Pino?" "quelle là, quelle verdi")
Poi, bisognava sconfiggere le intemperie. 
Perchè non è neanche da dire, che se la domenica c'era la gara di pesca, il luogo di appuntamento di tutte le peggiori nefandezze atmosferiche era il campo di gara- e precisamente il pezzetto che veniva assegnato a noi.
E poi, c'era la parte più dolorosa di tutte-e cioè che nostro papà-IL nostro papà,il nostro superman, quello che sistemava tutto, aggiustava tutto, preveniva tutto- nelle gare di pesca non ci aiutava. 
"Ci hai lasciate da sole", gli dicevamo, la sera, guardando tristemente le medaglie da "l'importante è partecipare"
"Non è vero: ero a un passo da voi, non vi ho perso di vista un minuto"
"Sì, ma non ci hai aiutate"
"E' una gara di bambini, non di papà"
"Sì, ma gli altri papà, li aiutavano, i loro bambini. Tu no"
E allora, il nostro papà ci spiegava che lui non poteva farlo. 
Perchè in quelle gare, lui non era solo un papà: era un organizzatore e un giudice, uno che avrebbe dovuto decidere a chi dare le coppe e a chi dare le medaglie e per questo motivo doveva vigilare perchè tutti giocassero ad armi pari, anche e soprattutto le sue bambine. Ci diceva che con gli altri genitori usava il buon senso, perchè la pesca è uno sport doveanche gli adulti imparano a crescere e, infine, ci incoraggiava, lodando i nostri miglioramenti e spiegando i nostri errori dal punto di vista non del maestro inflessibile ma dello stratega vincente: e quando, alla fine, quelle coppe le abbiamo portate a casa, rigorosamente da sole, oltre che a pescare avevamo imparato ad avere fiducia: in noi stesse, anzitutto, e nell'onestà delle istituzioni. 

E' stato anche per questo che, nei quindici anni della mia professione, ho sempre sentito naturale individuare il confine fra la parentela o l'amicizia o la conoscenza e l'abuso. I miei "non posso", cioè, non sono mai stati frutto di notti travagliate o crisi di coscienza. Da privata cittadina, mi sbatto dal ragionevole all'inverosimile, se penso che ne valga la pena: da rappresentante di una istituzione no. Faccio quello che mi è consentito dalla legge, ilmeglio possibile, il prima possibile- e oltre non vado. 
Il riferimento non riguarda direttamente, come si potrebbe pensare, le ultime, tristi vicende che hanno inguaiato l'ultimo ministro del nostro governo, reo di aver abusato del suo ruolo per aver racomandato il figlio, quanto piuttosto la pletora di miei ex amici che in questi giorni, su FB, su twitter, sugli autobus e in tutti i luoghi in cui è lecito esprimere la propria opinione, invocano a gran voce le dimissioni di Lupi dalla sua carica: sono gli stessi che, negli anni, mi hanno dato della stronza, dell'ingrata, di quella che si è montata la testa perchè, di fronte a palesi richieste di abusi a loro esclusivo vantaggio, ho risposto che non potevo nè volevo farlo. 
Il che, ovviamente, ci insegna due cose: la prima, è che in un regime democratico, qualunque sia il sistema elettorale, si vota sempre a propria immagine e somiglianza. 
La seconda è un condensato di saggezza popolare genovese, che parla di inclinazioni sessuali e di terga altrui, e che ovviamente mi astengo dal riportare, in virtù di quella oldfashionite che ispira questo blog. 
Ma mi sa che ci siamo capiti... 



CHOCOLATE TRUFFLE RAVIOLI
da G. Ramsay, Chef's Secrets
Già che si parla di papà, già che è San Giuseppe, già che oggi si frigge, in lungo e in largo in tutta la Penisola, contribuisco alla causa con dei bmboloni griffati, la cui peculiarità è avere un tartufo al cioccolato come ripieno. La cosa più interessante è che a fare i tartufi ci si impiega meno che a preparare la crema pasticcera e si evitano tutte le acrobazie per riempirli da caldi- o meglio: roventi. Il risultato è la solita porcata carnacialesca, ma questa volta di classe- e scusate se è poco....




per 20. 24 pezzi
per la ganache al cioccolato
80 g di cioccolato fondente*
40 g di burro
3 cucchiai di panna


* propriamente, non è una ganache, per via del burro. 
Però:
 1)sto traducendo in simultanea, che sembro la Canalis ai tempi di Clooney (come si dice in inglese ravioli?= ravioli) 
2) Gordon dixit- e va bene così. 
La percentuale di cacao, invece, è importante: l'originale dice 80%. Io ho usato un 74%, ma per i nostri gusti- non siamo pazzi per il cioccolato puro- è eccessiva. Fate voi. 

per l'impasto della brioche
10 g di lievito di birra fresco o 2 cucchiaini di lievito secco
150 ml di latte tiepido
25 g di zucchero più quello che serve per spolverizzare i bomboloni
400 g di farina**
2 cucchiaini di sale fino
40 g di burro
2 uova medie, leggermente sbattute
olio per friggere (io extravergine)

** lui dice "strong plain flour"- vale a dire la Manitoba. Io di solito uso un mix, metà manitoba e metà farina 00. 

Procedimento
1. fate prima la ganache. Spezzettate il cioccolato e fatelo sciogliere a bagnomaria insieme al burro e alla panna. Quando è sciolto, mescolare bene e lasciar raffreddare. Dopodichè, mettere in frigo a solidificare (altro procedimento non ortodosso,ma Ramsay è Ramsay- e soprattutto, riesce lo stesso)

2. Con lo scavino per il melone*, ricavate 24 palline dalla ganache e tenetele in frigo fino al momento dell'uso
* altrimenti, usate un cucchiaino da tè e date voi la forma con le mani. Io ho fatto così (possiedo almeno 3 scavini per melone, ne avessi trovato mezzo...)

3. Preparate l'impasto: fate sciogliere il lievito nel latte tiepido con un cucchiaino zucchero e lasciate riposare, fino a quando non inizia a crescere e a fare le bolle.

4. Setacciare le farine e il sale e unirvi il burro a pezzetti, incorporandolo come per la frolla, con la punta delle dita. Ovviamente, essendo poco, non otterrete un impasto compatto, ma solo una farina con tante briciole. Aggiungete lo zucchero e fate la fontana: versatevi le uova, sgusciate in un piatto e "rotte" con una forchetta , il latte addizionato con il lievito e impastate il tutto fino ad ottenere un composto liscio ed elastico. 
Potete anche usare un'impastatrice o un robot da cucina: io ho usato il Ken, ho messo tutti gli ingredenti nell'ordine indicato e ho impastato fino all'incordatura.
5. mettete l'impasto in una terrina infarinata, coprite con un canovaccio pulito, trasferite in un luogo lontano da spifferi (perfetto il forno spento) e lasciate lievitare fino al raddoppio. (due ore circa)

6. Spolverizzate di farina il piano da lavoro, rovesciatevi l'impasto lievitato e riprendete ad impastarlo, per pochi minuti. Non servono pieghe o particolari accorgimenti: basta solo che lo rendiate nuovamente elastico. Stendetelo con un mattarello allo spessore di mezzo cm e con un tagliapasta ricavate tanti tondi, reimpastando i ritagli fino ad esaurimento della pasta. 

Collage di Picnik


7. Su metà dei tondi, mettete un tartufo al cioccolato, poi coprite con l'altra metà, schiacciando con le dita lungo i bordi, per sigillare. siccome ero praticolarmente ispirata, una volta conclusa l'operazione ho di nuovo rimodellato i bomboloni, tagliando via i bordi in eccesso, con lo stesso tagliabiscotti usato in precedenza.

8. Ramsay dice di far riposare in frigo per 15 minuti. Io non ho proprio letto questo passaggio (si vede che ero stremata, dallo straordinario del punto 7) e li ho lasciati riposare per una mezzoretta a temperatura ambiente: sono semplicemente lievitati ancora un po', cosa che in frigo non sarebbe successa. 

9. In una padella alta, scaldate abbondante olio . Appena questo va a temperatura, immegretevi 4 o 5 bomboloni per volta e friggeteli due minuti per parte. La temperatura dell'olio dovrebbe rimanere sui 180 gradi, per cui se avete una friggitrice siete a posto. Se no, togliete la padella dal fornello, lasciate raffreddare un po' e poi riprendete la frittura. 

10. A mano a mano che i bomboloni sono pronti, scolateli con una schiumarola direttamente su un piatto ricoperto di carta assorbente da cucina e, appena sono tiepidi, metteteli in un sacchetto per alimenti, dove avrete versato tre o quattro cucchiai di zucchero semolato. Scuotete bene il sacchetto, in modo che i bomboloni si cospargano bene di zucchero da ogni lato e serviteli subito, quando sono ancora caldi. 
E buona festa del papà!
Ale