martedì 12 dicembre 2017

IL PANDOLCE GENOVESE PER IL CALENDARIO ITALIANO DEL CIBO






Sia chiaro: la colpa non è nostra ma di chi, nel lontano 1728 ebbe ad ospitare a Genova Montesquieu. Nessuno sa che cosa sia successo, in quel breve soggiorno genovese, ma di certo il trattamento a lui riservato non dovette essere da cinque stelle se, al ritorno in patria, il grande filosofo si scagliò contro i miei avi, parlando della loro suprema avarizia e additando i nostri palazzi come la cosa più bugiarda del mondo: Vedete una casa superba e dentro ci trovate soltanto una vecchia domestica che fila. Invitarvi a pranzo? A Genova, è una cosa inaudita”
Poche frasi per rovinare la reputazione di un popolo che,fino ad allora, era sempre rimasto sul filo della misura, lasciando ogni volta gli stranieri sbalorditi per le tante meraviglie celate dietro sobrie facciate. Ma se è agli stranieri, Rubens su tutti, che la nostra opulenta discrezione deve la sua fama, è un dolce tutto genovese quello che la rappresenta da secoli: il pandolce.
Leggenda vuole che il Doge Andrea d'Oria avesse indetto un concorso fra i pasticceri della città alla ricerca di un prodotto che la rappresentasse al meglio: una sorta di testimonial ante litteram, che trovò in questo in questo scrigno ruvido all'esterno ma ricchissimo all'interno la più gustosa rappresentazione della genovesità.
La storia, invece, lo fa derivare dall'Oriente, e precisamente dalla Persia, da sempre sinonimo di seduzione e raffinata opulenza: era il dolce beneaugurale del Capodanno, offerto a corte dal più giovane dei sudditi. Nei secoli, è diventato il dolce tipico del Natale, ma le antiche usanze orientali sono rimaste: è ancora tradizione che sia il più piccolo di casa a portarlo in tavola ed il più vecchio a tagliarlo, dopo aver tolto il rametto di alloro o di ulivo, in segno di buon augurio. Un tempo, la prima fetta era per il primo povero che avrebbe bussato alla porta di casa, mentre la seconda si teneva da parte per mangiarla, un pezzetto per uno, il 3 febbraio, il giorno di San Biagio, protettore della gola, come antidoto contro i malanni dell'inverno.
Due sono le versioni del Panduce: una alta, la più antica, prodotto di una lievitazione naturale, ed una bassa, il Pandolce vecchio, che, a dispetto del nome tradisce l'età più recente con la presenza del lievito chimico. Gli ingredienti sono grosso modo gli stessi, i tempi di preparazione no: la seconda versione è più veloce, mentre per realizzare la prima sono necessarie molte ore, anche perchè più lenta è la lievitazione, migliore è il risultato finale. Lo sapevano bene le Genovesi di una volta, che andavano a dormire portandosi a letto l'impasto e sistemandolo al caldo, sotto le coperte, vicino al “prete”, la struttura in legno che conteneva lo scaldino. Sul perchè del nome, però, non è lecito fare domande: l'ho detto, no?, che noi Genovesi siamo discreti...



PANDOLCE BASSO
500 g di farina
200 g di burro morbido a pezzetti
200 g di uvetta
150 g di zucchero
50 ml di acqua e fiori d'arancio
50 g di arancia e cedro canditi
50 g di pinoli
2 uova
1 bustina di lievito per dolci

Impastate la farina, lo zucchero, l'acqua di fiori d'arancio, il burro e le uova, fino ad ottenere un impasto omogeneo. Aggiungete poi l'uvetta ammollata in acqua tiepida e ben strizzata, i canditi e i pinoli e amalgamateli bene. Per ultimo, aggiungete il lievito e di nuovo impastate, dando la forma di un pane rotondo. Praticate un taglio a croce sulla superficie e infornate a 180° per 40 minuti.


Il Pandolce Genovese partecipa alla rassegna di Pani Dolci italiani, nella omonima giornata del Calendario Italiano del Cibo 

sabato 4 novembre 2017

L'ABC di Gerusalemme (seconda e utima parte)


di Alessandra

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I

Igiene
: chissenefrega. Intendo dire, una volta fissata una ragionevole soglia di cautela, andate tranquilli e non rinunciate all'opportunità di godervi al meglio una città il cui cuore pulsa nei mercati e nelle strade, solo perchè ai tavoli non ci sono le tovaglie di fiandra e i guanti bianchi non abitano qui. I bagni sono immacolati, le strade sgombre da rifiuti, il suq è pulitissimo- per essere un suq, intendo: se siete tipi da Park Avenue, cambiate meta.

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Inglese: lo parlano tutti. Grazie a Dio.

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Internet: una vergogna. Gli hotel con la connessione wireless compresa nel prezzo si contano sulle dita di una mano. Negli altri casi, è a pagamento, anche nelle postazioni comuni. Per giunta, la connessione è lenta e infingarda: preventivate un surplus di spesa- ed uno, molto maggiore, di smoccolamenti. Alla faccia della Città Santa...

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J


Jaffa: l'unico antidoto allo shabbath a Tel Aviv

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L

Lonely Planet: la madre di tutte le guide per fighetti radical chic, che sfogano le loro smanie per la villeggiatura nell'illusione di appartenere all'inesistente categoria dei viaggiatori , perdendo tempo su corriere sgangherate e trasformando ogni pasto in una sfida a Montezuma, tocca davvero il fondo con Israele e i Territori Palestinesi. Alle solite piantine incomprensibili si aggiungono, questa volta, indicazioni imprecise, fuorvianti ed ispirate a un laicismo oggettivamente fuori luogo e soggettivamente fastidioso, visto che è diretto unicamente contro i Cristiani. A fronte di un rispetto per l'attendibilità archeologica e filologica riservata ai luoghi sacri dell'Ebraismo e dell'Islam, la guida adotta un tono di sarcastica sufficienza quando si tratta di parlare dei siti cristiani, affidandosi alle vaghezze del condizionale e dei "si dice" e confezionando testi brevi, sbrigativi, che non rendono onore alla indiscussa bellezza di alcuni luoghi: definire "cupo e dall'aria alquanto negletta" il sepolcro di Maria è quanto di più lontano dalla realtà possa esserci: tanto che verrebbe da sospettare una strisciante malafede, se se non fosse che l'equivalente di un vicolo fatiscente come Shenken Street ,a Tel Aviv , viene paragonato a Melrose Place. Trattenetevi dall'acquisto, se potete


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Luoghi sacri: praticamente dovunque. Ma siccome si concentrano in uno spazio limitato, riuscite a visitarli tutti. Controllate gli orari di apertura, pianificate la visita e, mai come in questo caso, non perdetevi quelli più nascosti

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M

Melograni: che siano disposti in ordinate piramidi o ammonticchiati alla meno peggio, li troverete dappertutto. D'altronde, ci sarebbe da stupirsi del contrario. Il succo è spremuto all'istante, da spremiagrumi antelucani , si beve liscio e, mentre per loro è un'abitudine, per noi è l'anticamera del paradiso.

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Mea she' arim: imperdibile. E' fuori dalla città vecchia, proseguendo per qualche isolato verso nord est, usciti dalla Porta di Damasco. E' la roccaforte degli Ebrei Ortodossi, quelli che non riconoscono lo Stato di Israele e parlano yiddish, nel rispetto della sacralità dell'Ebraico, la lingua delle Scritture. Sono di origine askenazita, come si nota dai tratti tipici delle genti dell'Est europeo, vivono in casette di pietra, tutte uguali, portano colbacchi di pelliccia e cappotti lunghi fino ai piedi e molti di loro, oltre ai peyot ai lati del viso, portano i tefillin, due piccoli astucci quadrati che contengono brani della Torah, l'uno sul braccio, l'altro sulla fronte. Le donne indossano gonne lunghe e hanno i capelli nascosti, la maggior parte da una retina, qualcuna da un foulard, qualcuna addirittura da una parrucca. L'occupazione principale (degli uomini, ovviamente) è lo studio della Torah e non è un caso se il quartiere pullula di librerie e di negozi specializzati in arredi sacri. A parte l'arteria principale, che dà il nome al quartiere e che è vivace, bene illuminata e pulita, il resto è piuttosto trascurato. Tuttavia, non andarci sarebbe davvero un peccato, perché è un quartiere unico al mondo, che mette a diretto contatto con l'aspetto più conservatore ed estremo dell'ortodossia ebraica. Invitare ad un abbigliamento congruo non è la solita raccomandazione oziosa: una t-shirt meno che casta può suscitare aperti rimproveri che degenerano in reazioni più violente in caso di mises ritenute provocanti o di effusioni in pubblico. Se pensate che le pietrate di Men she' arim siano una leggenda, chiedete ai malcapitati che hanno subito questa sorte: qualcosa mi dice che ci andrete coperti...

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Moneta: lo sheqel. Non chiedetemi quanto vale di preciso, perché i miei rapporti con la matematica son noti. So che si deve dividere per 5 - vir dixit- e tanto basta. Il bancomat è all'interno delle agenzie di cambio. Superfluo ammonirvi a tenervi lontano da chi vi propone un cambio per strada.




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Moschee
: chiuse. Non sperate nella giornata della bontà dei custodi, non profondetevi in smancerie e neppure esibitevi in una sceneggiata del tipo "non-potete-farmi-questo-ho-fatto-mille-km-apposta", perché non serve. Rassegnatevi ad ammirarle da fuori, allungate il collo dietro qualche musulmano che va a pregare e prendetevela con quelli della Lonely che, oltre a non informarvi del divieto (per altro vigente da tempo), infieriscono su di voi dilungandosi in dettagliate descrizioni delle meraviglie all'interno.


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Muro Occidentale
: evitate di chiamarlo Muro del Pianto, perché gli Ebrei rifiutano questa denominazione. Per loro è il Muro Occidentale, il simbolo della loro storia, della loro fede, delle loro ferite. Per noi, è l'emozione più grande del viaggio. Andateci al mattino presto, meglio se di Sabato, per la preghiera, o di Lunedì, per assistere al Bar Mitzvah, il rito di passagio più importante dell'Ebraismo, che segna l'assunzione della responsabilità personale del giovane ebreo, di fronte alla Legge. Ne sono protagonisiti i ragazzi che hanno toccato i 13 anni e un giorno, che diventano 12 e un giorno per le ragazze. Pur essendo caotica, la cerimonia è comunque suggestiva: noi seguiamo da vicino il rito della vestizione dei ragazzi, la loro promessa e la lettura di un brano della Torah, che per l'occasione viene srotolata e baciata dai presenti. Le donne hanno una zona riservata, ovviamente più piccola, destinata alla preghiera, mentre per assistere alla celebrazione dei riti si mischiano con i turisti, salendo su seggioline di plastica e sporgendosi oltre la parete divisoria. Per quanto lungo sia il tempo che avete deciso di destinare alla visita, sappiate che ve ne andrete via con rimpianto. Struggente.


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Musei: ne vediamo uno solo, all'interno del Palazzo di Erode, e ci piace: è essenzialmente didascalico, ma ben fatto. In più, l'ubicazione è da paura, un vero tuffo nella storia, e pure senza paracadute. L'ingresso è a pagamento ma, per quanto breve possa essere la vostra visita, sono soldi ben spesi


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N

Negozi: turistici nella Città Vecchia, poco attraenti in quella nuova, evitabili in ogni caso. Nessuno stupore, d'altronde: fra i mille motivi che valgono un viaggio a Gerusalemme, lo shopping non c'è. Ce ne faremo una ragione, cosa ne dite?

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O

Ortodossi: non è questa la sede per affrontare questioni delicate, che rendono così difficile la gestione del Santo Sepolcro, per cui non vado oltre. Tuttavia, non ci si può esimere dal notare quanto siano scostanti, freddi e antipatici i sacerdoti cristiano ortodossi cui è affidata la custodia del luogo più santo per la cristianità, vale a dire il Sepolcro di Cristo. E non è questione di dispute teologiche, di secolari complessi di inferiorità, di rivendicazione di diritti acquisiti e attestati, ma di semplice rispetto: dei pellegrini, anzitutto, poi del contesto e del luogo- e, buon ultima, della buona educazione.

P

Passaporti: che si debba rifiutare il timbro di ingresso al momento del controllo Passaporti, è cosa nota: il motivo è legato alle difficoltà che sorgerebbero nel caso doveste entrare in Paesi Arabi non propriamente in buoni rapporti con lo Stato di Israele, correndo seriamente il rischio di dovervene ritornare a casa con le classiche pive nel sacco. Gli Israeliani ne sono pienamente consapevoli e, infatti, sono i primi a chiedervi se volete che vi venga timbrato il passaporto: se rispondete "no stamp, pliiiis", vi lasciano entrare, senza battere ciglio. Quello che però non si sa è che, se sprovvisti di timbro, vi dovete pagare la VAT (la nostra IVA) su alcuni servizi: noi ce ne siamo accorti al momento del noleggio del'automobile, ma è possibile che questa regola valga anche per altri acquisti. L'escamotage, comunque, è quello di richiedere il timbro su un foglietto: era la prassi fino a poco tempo fa e non si capisce perché oggi non lo si faccia più. Richiedetelo comunque, anche se avete prepagato tutto da casa, perché sono fiscalissimi.

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Pellegrini: in tutta sincerità, ci è andata bene. Avere le mezze maniche e pochi pellegrini intorno sta nelle cose che neanche Mastercard , per cui, ribadisco, non ci possiamo lamentare. Nessuna coda, neppure al Santo Sepolcro, molta compostezza, nessuno squillo di cellulare e, a parte i venditori di ramoscelli d'ulivo sull'omonimo monte, pochissimi mercanti nel Tempio. Fra le varie nazionalità, quella slava stacca, di netto, tutte le altre.

Q


Quartieri: sono quattro. Armeno, Cristiano, Ebraico, Islamico. Il primo è quello apparentemente più anonimo, ma, come già detto, non fatevi ingannare, perché i tesori sono all'interno; il terzo è il più lindo e meglio conservato, gli altri due sono praticamente un unico suq, più turistico quello nel quartiere cristiano, più vero quello islamico. Si girano a piedi e, se date retta a me, con la guida chiusa. Perdersi nella Città Vecchia è un'esperienza magica, perché significa davvero lasciarsi andare all'atmosfera di una città nelle cui pietre pulsano millenni di storia. E non temete di finire a "chi l'ha visto?": la Città Vecchia è piccola e segue ancora il tracciato romano, con i due assi principali e tutto il resto intorno. A casa ci tornate, di sicuro- e molto più emozionati del solito.

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R
Ristoranti: so che non mi fa onore scriverlo qui, ma stavolta non ne abbiamo provati: il poco tempo a disposizione ci ha imposto una marcia forzata durante il giorno e, alla sera, eravamo letteralmente distrutti. Se mai fossimo usciti, comunque, ci saremmo diretti verso la German Colony, subito a sud della Città Vecchia, dove dicono si concentrino i locali migliori di Gerusalemme. A compensazione di questa lacuna e contrariamente alle nostre abitudini, ci siamo concessi una sorta di pausa pranzo, in entrambe le giornate. Sul primo indirizzo, so dirvi poco e non perché ci si sia trovati male, tutt'altro: è solo che, conformemente alle nostre abitudini, siamo finiti nel solito "locale locale", con clientela indigena e tavolini di marmo, dove abbiamo pasteggiato a meze, hummus e spremute di pomplemo. Visto che spicca nella lista delle "bettole minimamente accettabili" del quartiere islamico, è probabile che lo troviate anche voi. Se venite serviti da un signore baffuto e anelluto, che prende le ordinazioni a gesti e sbuffa perché pronunciate male le tre parole che sapete di arabo, levate un peana: siete arrivati. Turistico-turistico che di più non si può è invece il posto dove pranziamo il giorno dopo, vale a dire la Taverna Armena, a pochi passi dalla Chiesa di S. Giacomo.Frano pure sull'equivalente dell'antipasto misto e, orrore degli orrori, non c'è cosa che non mi piaccia. Il locale è pazzesco, il servizio veloce, la baklavà è la migliore fra le tante assaggiate in queste 48 ore e, insomma, cosa volete che vi dica: a me è piaciuto da matti...


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S

Shabbat: per quanto possiate esservi informati sull'argomento, resterete comunque interdetti. Definirlo "riposo" sarebbe riduttivo e non renderebbe onore ad una festa i cui divieti sono la commemorazione di una storia che si rinnova, di settimana in settimana, in gesti e rituali sempre uguali. Se è comprensibile astenersi dall'arare i campi o dalla semina, diventa più difficile immaginare un divieto di scrivere o di disegnare, per non parlare del non dover "dividere due fili". Anzichè decadere, parallelamente al disuso, i vari precetti sono stati riadattati ai tempi, e così il divieto di setacciare si è trasformato nel divieto di separare i liquidi, tanto per fare un esempio, il che renderebbe problematico anche farsi un tè, se non fosse che, in questo giorno, non si può nè accendere, nè spegnere il fuoco. Che ovviamente, nell'interpretazione moderna, è diventato un fornello: ma penso che ci foste arrivati già da soli


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Segnaletica: praticamente, un atto di fede. Se un cartello vi dice di andare dritti, voi dovete andare dritti, per giunta senza perdervi d'animo, anche se non trovate altre indicazioni di conforto per qualche decina di chilometri. Lo stesso principio si applica ovviamente anche alle svolte, che traducono nel senso più letterale del termine ora il "tutto a destra", ora il "tutto a sinistra". Dal che potete intuire con quanto sollievo abbia accolto la notizia che in Israele le rotatorie quasi non esistano....

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T


Targhe: sembra una voce inutile e invece non lo è, perché una targa israeliana vi impedisce di muovervi liberamente nel Paese. Capisco l'assurdità, ma per fare i pochi chilometri che separano Gerusalemme da Betlemme o per allungare di poco il viaggio verso il Mar Morto, vi ci vuole o una targa palestinese o un taxista abilitato e questo perché si sconfina nei Territori Palestinesi, dove vigono queste regole. E' la prima voce da mettere in preventivo, nel caso di un viaggio fai da te. La seconda, invece, strettamente correlata a questa, è quella che segue....

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Taxi: i taxi sono bianchi, molto frequenti e, se siete a Tel Aviv, abbastanza economici. Lo stereotipo del taxista levantino, pronto a fregarvi appena aprite la portiera e con cui dovete rassegnarvi ad una estenuante contrattazione sul marciapiede, a Tel Aviv non esiste. I taxisti sono cortesi, disponibili, simpatici e onesti. L'unico difetto è che non conoscono le strade, per cui, se volete godervi il tragitto in amabili conversari con il vostro chaffeur, è meglio che vi muniate di una cartina e gliela piazzate sotto gli occhi. Cosa che, se è disdicevole in qualsiasi altra parte del mondo, diventa un dettaglio trascurabile qualora incappiate nella iattura di dover prendere un taxi a Gerusalemme. Il consiglio è di girare a piedi, anche se la strada è lunga e faticosa, a meno che non possediate una videoteca con tutta la storia della tragggedia, da Eschilo a Mario Merola: in quel caso, potrete giocarvela quasi ad armi pari


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Tetti: di tutte le strade che portano al Santo Sepolcro, la più originale e la meno trafficata è quella dei tetti. Certo, è un pochino più scomoda, ma volete mettere la differenza fra uno slalom fra frotte di pellegrini e venditori di cianfrusaglie ed una divertente passeggiata, con uno spettacolare panorama di fronte e questi tipi qui come compagni di strada?


U


Ulivi, Monte degli: A piedi, tutta la vita. Lo so che è scomodo, perchè, per quanto piccolo, sempre di monte si tratta, ma l'emozione cresce di pari passo con la fatica. Arrivate fino alla grotta del Patern Noster e spendete un po' di tempo nel chiostro, provando a leggere il Padre Nostro in tutte le lingue del mondo- e qualcosa di più... A parte l'interno della Cappella Rusaa dell'Ascensione, non si può tralasciare nulla, indipnendentemente dalla maggiore o minore bellezza architettonica o artistica, perchè questo è il luogo dove lo spirito surclassa la ragione, anche estetica. L'Orto dei Gestsemani e la Tomba di Maria vanno oltre ogni dire.

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Uscire dal Paese: la versione laica della Via Dolorosa, se non fosse che le Stazioni sono di più. Preventivate almeno un'ora di controlli capillari, prima di iniziare la procedura consueta della security, ovviamente. La parte più imbarazzante è l'ispezione dei bagagli: preparatevi a che vi venga aperto e controllato tutto, dal sacchetto delle scarpe a quello dei souvenir. Munitevi di una rivista e lavate la biancheria la sera prima: sarà meno penoso, in ogni sens0

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V

Vita Notturna: non esiste. E' solo che non mi veniva in mente altro, sotto la "V"....


Y

Yiddish: vedi Men she'Arim

Z

Ziqurrat: è fatta con le spezie, e di tutti i capolavori di questa terra, non mi vergogno a dire che è fra quelli che ho ammirato di più. Non foss'altro che per la pazienza...

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L'ABC di Gerusalemme

A

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Abbigliamento
: a parte i soliti strati e le solite scarpe comode, una visita a Gerusalemme impone un tipo di vestiario particolare, senza il quale vi può capitare, al minimo, di non accedere a qualche luogo sacro, al massimo di essere presi a pietrate, a Men sh'arib. "Coprirsi" è l'imperativo ecumenico del viaggio, a cui si aggiungono diversi accessori, a seconda dei quartieri dove vi trovate:
- un velo e un paio di calze supplementari nelle moschee ( evitando, se possibile, gli occhiali da sole, non sempre graditi)
- gonne sotto al ginocchio per le donne e capo coperto per gli uomini, nei luoghi di preghiera dell'ebraismo. Agli uomini, di solito, viene fornita una kippah di cartone, che molti portano via come souvenir, ma che, almeno in teoria, andrebbe restituita all'uscita. Non obbligatori, ma graditi, i capelli raccolti per le donne. Aborriti i bermuda per gli uomini, non sempre tollerati i pantaloni lunghi per le donne
- foulard o velo per le donne e capo scoperto per gli uomini nelle chiese cristiane. Qui vige una tolleranza maggiore, ma se vi presentate in canottiera e minigonna ascellare non lamentatevi se vi mettono alla porta. Attenzione agli Ortodossi, però, molto più rigorosi.

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Acquisti: lasciate perdere. Non c'è roba per cui valga la pena di spendere mezzo centestimo, sempre che non impazziate per menorah che cambiano colore a seconda del tempo o per bambolotti di papa Ratzinger che benedice le folle nuovendo il braccio in stile Big Jim: in quel caso, è come essere a Melrose.

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Alfabeto: tre alfabeti, prima l'ebraico, poi l'arabo, poi, quando cominciate a perdere le speranze, anche quello che capite voi. Talvolta, però, quest'ultimo se lo dimenticano e le conseguenze potrebbero non essere esaltanti: munitevi di una cartina dettagliata e affidatevi a quella. E se mai dovesse fallire anche questa soluzione, affidatevi alla preghiera: tanto, meglio che qui, non vi ascolta nessuno....




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Armeni: la vera sorpresa del viaggio. Dei quattro quartieri in cui Gerusalemme è divisa, il loro è ingiustamente il meno conosciuto: probabilmente, hanno una buona parte di responsabilità, in questo, visto che fanno molto poco per essere ospitali. Ma le bellezze che si nascondono dietro alle loro mura sono davvero imperdibili. Su tutte, svetta la Chiesa di San Giacomo, a parere di chi scrive di gran lunga la più bella fra quelle della Città Vecchia. L'inconveniente è che apre solo durante la celebrazione dei riti che- neanche a dirlo- si tengono o a ore assurde ( dalle 7.15 alle 7.30 del mattino) oppure scomode (alle 2.30 del pomeriggio) e, per giunta, sono pure brevi. Ma i tesori che si spalancheranno sotto i vostri occhi vi ricompenseranno di qualunque sacrificio, dalla levataccia mattutina al rinvio della pausa pranzo. Senza contare la suggestione del rito, davvero unica. No photo, pliis


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Autonoleggio
: un incubo. Nonostante vaucher che attestino la prenotazione, il pagamento e l'identità dei noleggiatori, verrete sottposti ad un fuoco di fila di domande che toccano praticamente ogni aspetto della vostra vita, pubblica e privata. Il tutto fatto con blanda lentezza, privilegiando l'archiviazione di chssà quali pratiche o due chiacchiere (all'ennesima) con le colleghe di turno. Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo- nulla ci viene risparmiato, a parte il quadro astrale di mia nonna e la mia misura del reggiseno. Il tutto per avere una macchina col cambio automatico, l'accensione modello "apriti sesamo" e buon ultimo, una odiosa vocetta interiore che ti bacchetta ogni qualvolta si superino i limiti. Date retta a me: muovetevi in treno.

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Bagel: sono nati qui e non perdono l'ocasione per farvelo notare. Si trovano ad ogni angolo di strada, ammonticchiati su bancarelle traballanti, venduti dentro sacchetti neri e accompagnati da una saporita miscela di spezie. Tanto per ribadire la loro primogenitura, sono grandi almeno il triplo dei loro fratellini occidentali. Il sapore, però, è lo stesso.

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Bagni pubblici: tanti, gratuiti e puliti. I migliori sono quelli all'interno dei luoghi santi, per quanto affollati. Se mai dovesse prendervi lo scoramento da coda, sappiate che le alternative possono essere assai più infelici. Intendo dire che è meglio perdere cinque minuti di attesa, piuttosto che stramaledirvi in un bugigattolo maleodorante incastrato fra il benzinaio e il gommista dell'aereoporto, per non aver avuto un po' di pazienza.

Basiliche: per quanto prevedibile, la delusione si fa sentire, e pure di brutto. D'altronde, a parte qualche rara eccezione, sono tutte costruzioni recenti, inspirate, prima ancora che alla santità dei luoghi, alla necessità della difficile gestione di orde di pellegrini. La più bella, come sempre, è la più nascosta: è la Chiesa di S. Anna, un gioiello di architettura crociata, inserita in un contesto di rara e garbata bellezza. La statua in marmo della Santa con Maria Bambina, per quanto ricalchi un'iconografia abusata, è di una dolcezza struggente, che va dritta al cuore. Alla prima stazione della Via Dolorosa, deviate a destra: non ve ne pentirete per nulla.

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Berlusconi: lo precediamo di un giorno, ma non ce ne accorgiamo. Forse, se fossimo stati a Betlemme, avremmo visto più fervore, mentre a Gerusalemme dobbiamo accontentarci di questi santini...

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C

Caffè: se volete una brodaglia scura, maleodorante, tiepida e acquosa, ordinate un espresso. Altrimenti, è facile che vi portino il "loro" caffè, meno forte di quello turco ma preparato allo stesso modo, con la polvere sul fondo della tazza. Rassegnatevi a berlo amaro perché, anche in questo caso, l'alternativa è peggiore.
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Colazione: se l'English Breakfast vi sembra l'apoteosi dei vari modi per iniziar bene la giornata. allora significa che non avetre mai provato una vera colazione israeliana. Un trionfo di verdure crude e cotte, di olive condite nei modi più strani, di pani, di salse, formaggi, per non parlare della bontà dello yogurt e del miele e dell'infinita varietà dei dolci. La spremuta di pompelmo rosa è assolutamente da urlo, come ben sa chi l'ha assaggiata almeno una volta e da allora non fa più la spesa: se una semplice crociera costa provoca figuracce invereconde davanti alla cassa del supermercato, meglio che gli orfani del pompelmo rosa usino il servizio a domicilio..

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Controlli: il "la" vi viene dato all'arrivo all'albergo, dove potrete toccare il banco della reception solo dopo aver superato prima un terzo grado alla sbarra e poi un impietoso check da parte di un concierge appollaiato al di fuori della porta di ingresso. Dopodiché, ci si adegua: dai centri commerciali a quelli culturali, passando per i supermercati ed alcuni locali pubblici, è tutto un verificare dove siete diretti. Lo fanno con estrema cortesia, non vi fermano per strada, non vi chiedono documenti. Però lo fanno, ed evitarli è impossibile, prima ancora che rischioso. Rassegnatevi


Cucina: ne abbiamo provate tre- armena, ebraica, "musulmana"- e anche se la palma della vittoria va alla prima, la lotta è stata dura e ad armi pari. Preparatevi a mangiar bene e a mangiar sano, con una serie profumata di meze, a far da apripista a piatti gagliardi, il cui gusto deciso si stempera nell'aroma intrigante delle spezie. Buoni anche i dolci, un po' sbiaditi al confronto con gli omologhi turchi, da cui discendono. Tè alla menta a chiudere.
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Discese ( e Salite, naturalmente): preparatevi a fiatoni e polpacci doloranti, perché Gerusalemme è fatta di scale, di collinette, di vie che scendono e salgono, con una pavimentazione tanto ordinata quanto insidiosa. Il fascino della Città Vecchia passa anche di qui e non vi resta altro che affrontarlo: indossate scarpe di gomma e siate pronti ad arrancare in salita e, soprattutto, a frenare in discesa, senza farvi prendere dalla voglia di giocare a chi fa primo. A meno che non vogliate inaugurare un vostro personalissimo muro del pianto.

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Donne: che siano armene, islamiche o ebree, sono tutte rigorosamente coperte e ancor più rigorosamente separate dagli uomini, almeno per quanto concerne i riti. Il Muro Occidentale ha una sezione riservata a loro, ovviamente più piccola, e lo stesso si ripete nelle moschee. Nè vediamo donne durante l'officio armeno, ma ci imbattiamo in un funerale che le vede lontane, sia dal carro funebre che dal gruppo degli uomini. Le Ebree ortodosse nascondono i capelli in una retina, qualcuna addirittura sotto una parrucca e sono molte le musulmane in " total black", con il burka che lascia a malapena liberi gli occhi. Al di fuori del cerimoniale, però, ci pare di cogliere una maggiore rilassatezza: la separazione sembra più casuale che imposta, da sotto i foulard spuntano visi truccati, anche pesantemente, e le risate e le chiacchiere hanno gli stessi toni leggeri delle nostre. Quello che manca del tutto, invece, è l'intimità che viene dal contatto fisico: nessuno si prende a braccetto o si tiene per mano e ogni tipo di effusione pubblica, anche la più innocente, è esecrabile ed esecrata- e non importa se non fate parte della comunità, se professate un altro credo, se siete in gita di piacere o viaggio di lavoro. Un orlo troppo corto, un pantalone troppo stretto o una camicetta attillata bastano e avanzano per attirare su di voi aperti e veementi rimproveri, sia che siate del posto o che abitiate altrove.

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E

Esercito: si distingue dalla Polizia per la divisa verde e perché, a differenza dei loro colleghi più solitari, girano tutti in tre o a multipli di tre.Li trovate per le strade, agli angoli delle case, sui tetti, tutti silenziosi e gentili, ma rigorosamente armati di mitra. Vi scoprirete a sorridere a denti stretti, pregando in cuor vostro che nessuno si inciampi o scontri qualcosa, in un afflato mistico che, per quanto profano, nulla ha da invidiare per intensità e fervore a quello religioso.
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F

Fotografie: poche, e nemmeno buone. Impossibili nei luoghi sacri, sconsigliabili nei quartieri tipici, del tutto vietate altrove. Preventivate di ingaggiare - e di perdere- dure lotte con non ben precisati sorveglianti, qualora dobbiate scattar foto a navi o treni e deponete in partenza ogni aspirazione allo still life, ai reportage sui mercati rionali, alle acconciature dell'Ebreo o alla barba dell'Armeno, perché in tutti i casi verrete trattenuti dal farlo. In un Paese dove la parola d'ordine è "sicurezza" non ci si potrebbero aspettare misure diverse, per cui fate buon viso a cattiva sorte e cercate soggetti meno pericolosi. Per inciso, le armi più pericolose sono le pietrate di cui qualcuno ogni tanto è vittima, da parte di Ebrei ortodossi che non tollerano di essere immortalati da chicchessia. Prima di prendervela con loro, però, provate a mettervi un attimo nei loro panni e a pensare cosa fareste voi, se ad ogni puccetta di brioche nel cappuccino doveste assistere a stuoli di turisti che vi additano e si contorcono dalle risate. Il rispetto per le usanze altrui è il solo lasciapassare consentito, qui come altrove.
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Furti: in teoria, Gerusalemme rappresenterebbe il terreno più fertile per la proliferazione dei borseggiatori, con il suq da una parte e le file dei pellegrini dall'altra. In pratica, i furti denunciati sono pochissimi, di gran lunga inferiori a quelli che si registrano in altre città, potenzialmente meno a rischio. Questo non vi dà licenza di andare in giro con la borsa aperta o col portafogli bene in vista nella tasca dei pantaloni: ma di evitare di sobbalzare ogni qualvolta qualcuno vi tocca il braccio, quello sì.

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G

Guide improvvisate: la vera nota dolente del viaggio. Le trovate dappertutto, vi importunano in ogni modo, giurando e spergiurando, sull'onorabilità propria e dei loro avi fino alla settima generazione, che è tutto, ma proprio tutto, " a gratis", dopodiché rassegnatevi a non toglierveli più dai piedi. Non tentate di cavarvela con un "non capisco", perché vi apostrofano in tutte le lingue del mondo, declinando ogni frase fatta: dal "bella signora" con cui ti abbordano, al " prego volere guida" con cui ti offrono i loro servigi, fino al classico "mafia mafia" quando capiscono che non hanno speranze.

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H
Hummus: famiglia che vai, hummus che trovi. E' il leit motif di tutti i pasti, dalla colazione allo spuntino di mezzanotte ma ognuno lo fa in modo diverso. Ne abbiamo assaggiati parecchi, tutti presentati allo stesso modo, su un piatto, tutt'intorno a ceci interi nell'olio, e mai abbiamo riscontrato lo stesso gusto. In generale, è estremamente cremoso e, azzardo, quasi privo di aglio. Una bontà

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Alla prossima puntata
Alessandra

Shabbat a Tel Aviv- cosa (NON) fare

di Alessandra


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A scanso di equivoci, la sottiscritta si è passata uno Shabbat intero a Tel Aviv solo perché mossa dal nobile intento di riempire le pagine bianche delle guide di Israele, che stranamente tacciono sull'argomento. Se qualcuno invece sostiene invece che è perché sono stata miseramente mollata in hotel da un marito ancora incredulo di fronte a cotanta botta di c...ops, di vita, che gli ha peremsso di lavorare indisturbato per 24 ore, senza una moglie al seguito che gli ricorda ogni tre per due che c'è la visita prenotata e che fra due ore comincia il concerto e mica ci puoi andare conciato così, beh, che si sappia che son solo maldicenze, tutte tese a sminuire il valore della mia missione. E quindi, tanto per passare subito ai fatti, eccovi un breve elenco delle cose da fare, se avete la ventura di trascorrere uno shabbat di fine gennaio a Tel Aviv

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1) Non scegliete alberghi con più di 4 piani. Dalle 17 del Venerdì alle 18.oo di sabato, infatti, gli ascensori non funzionano. Oppure, se siete fortunati, ne funziona uno su quattro, che però si fa tutti i piani. Dal primo all'ultimo- e dall'ultimo al primo, e guai a saltarne uno. La dura legge dello shabbat non conosce deroghe nè fa eccezioni, neppure se la vostra camera è al 14esimo piano. E se proprio non riuscite a trattenervi dal fare commenti, evitate, se possibile, di uscirvene con un "wow, sembra una Via Crucis". Quando l'ho detto io, non ha riso nessuno...

2) Non ordinate la cena in camera, dopo che il marito se ne va fuori con i clienti, sperando di placare le vostre ire con qualcosa di caldo sullo stomaco. Meglio convincervi in partenza che non c'è come un pasto a base di Pringles e di Coca cola che vi restituisca il buonumore

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3) A meno che non stiate lavorando per il National Geographic e dobbiate preparare un servizio sulle città fantasma, non approfittate del fantastico pick up dell'hotel per fare un giro turistico. Meno che mai se non avete in tasca il recapito della Cooperativa dei Taxisti Atei, per il ritorno

4) E soprattutto, quando il solito plotone di soldati che vi segue ad ogni passo, in total mimetic e armato di mitra, vi saluta gentilmente con "shalom" evitate, vi prego, evitate, di rispondere "stikazz". Punto.

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L'unica cosa da fare, in uno Shabbat a Tel Aviv, è andare a Jaffa. ci si arriva con una piacevole passeggiata, zigzagando fra soldati che marciano e salutisti che sbuffano, ma, una volta lì, vi riconciliate con tutto.

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Con i sabati, le domeniche, i venerdì che vi mancano e i lunedì che vi aspettano- e che vorreste che vi aspettassero ancora per un po'. Per darvi il tempo di girovagare per le stradine acciotolate,

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di curiosare fra le bancarelle, di comprarvi un bagel dalla fornaia che non chiude mai, di esprimere il vostro desiderio sullo wish bridge.

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E per ringraziare silenziosamente questo shabbat rigoroso, senza il quale non sareste mai arrivate fin lì. Ma questo, per favore, non ditelo a nessuno...
Alla prossima puntata
Alessandra