martedì 3 novembre 2009

Caffè Babilonia



Pomegranate Soup è il titolo originario di questo romanzo, tradotto in Italia con un più vago “Caffè Babilonia" che, se ha il merito di attirare più acquirenti, facendo l'occhiolino alla seduzione delle atmosfere da Mille e una Notte, decapita la storia della sua connotazione più specifica, quella che avrebbe automaticamente selezionato il pubblico dei lettori fra amanti della cucina da una parte e resto del mondo dall'altra: perché, al di là delle mille parole che si son spese per promuovere e recensire questo libro, è indubbio che la cucina, e non altro, sia la vera protagonista della vicenda.
Il romanzo narra la storia di tre giovani sorelle iraniane (dall' “intorno ai trent'anni” della maggiore fino ai 15 della minore), costrette a fuggire dalla loro patria al tempo della rivoluzione e trasferitesi dai sobborghi di Londra in un piccolo villaggio dell'Irlanda occidentale, dal solito nome impronunciabile (la grafia è Ballinacroagh, e mi fermo qui) e dalla solita atmosfera da brochure dell'Ente del Turismo, placida, tranquilla, un po' sonnecchiosa. Almeno fino all'arrivo delle tre ragazze e del loro ristorante, quel Caffè Babilonia, per l'appunto, le cui ricette esotiche porteranno scompiglio e turbamento nei ritmi collaudati e rasserenanti di una quiete solo apparente, ma che in realtà nasconde pregiudizi e interessi personali e tutto quanto fa sepolcro imbiancato, per intenderci.
E' ovvio che, dopo aver letto questo riassunto, sul risvolto di copertina, io abbia rapidamente posato il libro sugli scaffali della libreria da dove lo avevo preso. Nel senso che, per quanto rispetto si possa avere per i giovani autori – e l'autrice, Marsha Meheran, lo è- e le loro opere prime – e Caffè Babilonia lo è- si pretende da loro non dico un capolavoro di scrittura e di trama, ma almeno un briciolo di originalità: di spendere 15,50 euro per un romanzo che si annunciava in partenza, come un collage di Chocolate e di Leggere Lolita a Teheran, passando -orrore degli orrori- per La Maga delle Spezie, mi sembrava francamente uno spreco: di tempo, di denaro e di quel che resta del sistema nervoso della sottoscritta.
Una volta messo da parte questo libro, però, mi è caduto l'occhio su quello vicino, il cui titolo mi ispirava di più: “ Pane e Acqua di Rose”, recitava, e tanto è stato il fascino esercitato su una bookaholic come me, che l'ho acquistato su due piedi, senza pensarci troppo su, assaporando, per tutto il pomeriggio, la fine della giornata quando, spento il pc e riempita la lavastoviglie, mi sarei finalmente immersa nelle pagine di questo romanzo.
Che, udite udite, è il seguito di Caffè Babilonia.
Siccome non è mia intenzione rovinarmi tutta la reputazione qui sopra, sorvolo sull'arrabbiatura, gli smoccolamenti, le variegate esternazioni sul “come si fa ad essere così deficienti” riferite alla sottoscritta e passo oltre, a quando, esattamente 24 ore dopo, a pc spento e lavatrice caricata, ma con ben altro spirito rispetto alla sera prima, ho preso in mano la tanto decantata opera prima di Marsha Meheran e ho iniziato la lettura.
Ho smesso tre ore dopo, chiudendo il libro sul Pane all'Uvetta della signora Boylan, incerta se controllare la dispensa e mettermi a panificare all'istante, o leggere subito il seguito, per vedere cosa sarebbe successo dopo: perché, a dispetto delle premesse, questo libro mi è piaciuto, ed anche parecchio.
Sia chiaro: è un'opera che ha un sacco di limiti- nella scrittura, che è lontana dal disinvolto equilibrio che ci si aspetta in un romanzo e che, pertanto, dosando male gli ingredienti, rischia di cadere nell'autocompiacimento, da una parte, e in una sterile superficialità, dall'altra; nei ritratti dei personaggi, alcuni dei quai sono talmente prigionieri di stereotipi da far pensare ai corrispondenti “caratteristi” del cinema di una volta; nella selezione dei contenuti, che sono tanti e tutti importanti e che finiscono quindi per non essere adeguatamente approfonditi. Però, è un romanzo che si legge d'un fiato, sorretto da un buon intreccio narrativo di base e condotto con abilità dall'autrice, attraverso un disvelamento progressivo del passato, da una parte e l'interesse per gli sviluppi della storia nel presente, dall'altra : per cui, chiedendosi ora quale sarà il vero motivo della fuga delle protagoniste e ora se riusciranno a vivere felici e contente nel loro Caffè Babilonia, si arriva alla fine quasi senza accorgersene.
Come già detto, non è un capolavoro e, in tutta onestà, credo che avrei finito per relegarlo nell'affollato dimenticatoio dei libri “così e così”, che pullula di titoli che sai di aver letto, ma di cui ricordi poco o nulla, se non fosse per il posto tutto speciale che la cucina occupa in questa storia: il Caffè Babilonia, con le sue ricette che profumano di case che non ci sono più, di famiglie smembrate, di culture rinnegate, di immensi tesori dispersi nella repressione e nell'ignoranza è, prima di tutto, il segno tangibile della volontà di ricominciare- e di ricominciare dalle proprie radici, trovando nell'orgoglio dell'appartenenza ad un mondo violentato e offeso il coraggio della sfida e del riscatto. I piatti serviti nel ristorante, quindi, non sono un semplice elenco di portate, in puro stile menu del giorno, ma rappresentano, semmai, il riaffermare, sempre nuovo, di una tradizione antica, che, se affossata nel sangue di una distruzione totale, rinasce con forza nella sensualità dei suoi profumi, nel rinnovarsi di gesti millenari, nell'invito ad un dialogo che passa attraverso i modi squisiti di una diversità che si svela con garbo e misura e che trova nell'atto del cucinare l'emblema dell'accoglienza e della comunicazione. In questo senso, allora, Caffè Babilonia diventa un libro da non dimenticare, pur con tutti i limiti che lo contraddistinguono: e se anche per voi la cucina è anzitutto un veicolo di emozioni e sentimenti, un legame con un passato che attraverso di essa resta vivo, lo sfondo che meglio potrebbe far da scenario alla vostra vita, allora questo è un libro che vi piacerà, dalla prima pagina all'ultima.
Alla prossima
Alessandra

martedì 4 agosto 2009

Scarpe italiane- H. Mankell/ Un assassino di troppo- M. Sjowall- P. Walhoo

Non so bene da quanto tempo non mi capitasse di leggere due bei libri di fila, ma ciò è finalmente avvenuto e lo registro qui con soddisfazione: i libri in questione sono Scarpe italiane, di Henning Mankell e Un Assassino di troppo, di M. Sjowall- P. Walhoo, come già saprete se avete dato un'occhiata all'home page, dove transitano come imminenti da tempo ( ono in un ritardo disperato con le recensioni) o se siete miei amici su Face Book.
Quello che però non sapete è che appena ho terminato la lettura del primo, non sono stata a rimuginare su qualcuna delle cose appena lette, nè a lasciar decantare le emozioni o, al limite, a pensare a cosa avrei scritto qui sopra. Perchè, ad essere sincerea in Scarpe italiane non ci sono nè grandi emozioni, nè grandi contenuti, nè grandi cose da dire. E' l'ennesimo Mankell senza Wallander (grrr...) e stavolta anche senza un plot dichiaratamente "giallo", anche se il protagonista, un anziano medico che si è autoesiliato su un'isola remota del mare del Nord dopo aver sbagliato un intervento, è comunque al centro di un'indagine, tutta giocata sul piano dell'interiorità, che lo porterà a riappropriarsi di una vita a cui aveva rinunciato troppo presto e troppo male. Se però vi aspettate introspezioni abissali o elucubrazioni sui massimi sistemi, siete del tutto fuori strada: perché questo è un romanzo crepuscolare, per così dire, dove tutto è filtrato attraverso il rimpianto di chi, a poco a poco, realizza di aver buttato via gran parte della sua esistenza e che quella che gli resta da vivere è troppo poca per poter recuperare quanto perduto. Il rito del buco nel ghiaccio con cui ogni mattina il protagonista si impone di prendere contatto con l'unica parte della vita che ha scelto di salvaguardare- quella delle funzioni vitali, per intenderc, e poco più- diventa quindi metafora di uno spiraglio in una fortezza impermeabile alle emozioni, ai sentimenti, al calore. Da lì ad allargare il varco il passo è breve e verrà compiuto da una strana creatura emersa dal passato- ovviamente una donna, altrettanto ovviamente l'unica mai amata dal chirurgo - e mi fermo qui, perché sennò vi racconto tutta la trama e vi privo del gusto di scoprire da soli come va a finire.
Quello che però volevo dire è che, anche se non è un Mankell a quattro stelle, è sempre un buon libro, se vi piace il genere: scrittura lenta, evocativa, di atmosfera, periodi spezzati, franti, sospesi. Rispetto al solito, le tinte sono un po' più sbiadite, ma le tre ore che si trascorrono in compagnia di questa storia scorrono via in modo rilassante, piacevole e garbato, a conferma della fondatezza di uno degli assiomi a cui sono più affezionata: e cioè che se uno sa scrivere, lo sa fare sempre, indipendentemente da ciò che racconta.
Chi invece sa scrivere e ha anche una gran bella storia da raccontare sono i due autori di un libro che avevo in mente di leggere da un bel po' e che, per alterne vicende, finivo sempre per accantonare. Stavolta, c'è stato un ribaltamento di fronti ed è toccato ad un altro volume essere accantonato in favore di questo e, anche se non so che genere di soprese mi riserverà la prossima lettura, questo è stato l'incontro migliore fatto da qualche mese a questa parte. Dietro i due nomi difficilissimi e reali della copertina si cela la coppia ( pure nella vita, erano marito e moglie) che è universalmente considerata la fondatrice del cosiddetto giallo nordico, quello a cui appartengono Mankell e Larrson, per capirci, e a cui il primo ha sempre riconosciuto di essere debitore, in ogni senso. Il trait d'union, effettivamente, c'è, ed è molto forte: ma la cosa più strana è che, pur avendo operato negli anni '70 ed avendo ambientato le loro storie in quest'epoca, infarcendole di dettagli e di atmosfere che si accordano alla perfezione con lo spirito di quel periodo, sembra di leggere un'opera sì a quattro mani, ma non di M. Sjowall- P. Walhoo, bensì di Mankell e Larrson: il primo ci mette lo stile, il secondo la componente di denuncia sociale e tutti e due un plot sostenuto, intricato, condotto abilmente su binari paralleli e con un'abilità estrema nel dosaggio dei tempi e della tensione narrativa. Come dire, cioè, che nei libri di questi autori c'è già tutto quello che noi abbiamo imparato a conoscere e ad amare leggendo le avventure di Wallander, da un lato, e di Lisbeth e Mikael dall'altro: delle storie forti, inimmaginabili in quel ritratto algido e perfetto con cui si tende a raffigurarsi la Svezia, dei personaggi caldi e appassionati, moderni eroi di battaglie perdute, che cadono e si rialzano in nome di un'eticità incrollabile, dei paesaggi vividi, empatici, che nei loro contrasti riflettono le contraddizioni di una società inquieta, irrisolta e a tratti malata. Il tutto raccontato con uno stile avvincente, che vi tiene inchiodati dalla prima all'ultima pagina- e chissenefrega se questo è il seguito dell'opera prima, se vi mancano dei riferimenti, se scoprite a metà l'identità dell'assassino della storia con cui i due inaugureranno questo fortunatissimo filone ( un libro l'anno, per dieci anni): alla fine, ci siete solo voi e il racconto e le vostre emozioni, che passano dalla tensione, alla commozione, alla rabbia sorda, alla ribellione, al sorriso divertito e, in ultimo, alla soddisfazione di un cerchio che si chiude in una trama perfetta, in una scrittura ben calibrata, in una storia ben condotta, con la certezza di aver trovato dei nuovi amici, con cui potrete stare in buona compagnia, per un po'.
Alla prossima
Alessandra

mercoledì 29 luglio 2009

L'Ultimo Chef Cinese - Nicole Mones

Vi ricordate l'ultima rece, quando si parlava dei libri "senza pretese" e si diceva che, per molti di loro, il maggior pregio è proprio quello di non voler ingannare il lettore? Ecco, dimenticatevi tutto. O meglio: recuperate tutto quello che è stato detto e metteteci un bel segno meno davanti. Perché "L'ultimo chef cinese", nuova fatica letteraria di Nicole Mones non ha nulla, ma proprio nulla, che lo segnali come libro "onesto", almeno secondo i parametri che piacciono a me.
L'autrice è una ex imprenditrice tessile che ha fatto fortuna nella Cina Maoista degli anni Settanta e che, dopo essersi assicurata quel che si dice una comoda vecchiaia, ha tesaurizzato la sua conoscenza del Paese e si è trasformata in una scrittrice di romanzi che hanno la Cina sullo sfondo. Questo è, più o meno, il sunto di quanto si legge nella terza di copertina e già qui ci sarebbe da muover equalche lieve appunto all'estensore della nota, non foss'altro per chiarire bene che cosa si intenda per "scrittrice" e che cosa significhi "romanzo". Perchè, se con il primo termine, si intende un'artista donna che adopera la penna per stimolare la fantasia del lettore, suscitare riflessioni, evocare emozioni, Nicole Mones soddisfa questi requisiti solo in relazione al sesso- perché pare non ci siano dubbi sul fatto che sia femmina. E se per romanzo si intende una storia basata sull'intreccio della trama, sulla complessità dei personaggi, su scelte stilistiche adeguate alla materia trattata, allora, anche in questo caso, siamo fuori strada. Del tutto. E se proprio vogliamo cavillare sul classico pelo dell'uovo, anche "la Cina" dello sfondo è un riferimento impreciso, visto che della Cina si ha solo una visione stereotipata, immobile, superficiale e laccata: una specie di cartolina, se rendo l'idea, dove l'immagine riprodotta ha subito tante e tali modifiche da renderla del tutto dissimile dalla realtà- e del tutto confondibile con tutte le altre che, al suo pari, sono passate sotto la stessa patina di trucco.
Ad essere cattivi, verrebbe da dire che, più che un romanzo, L'ultimo chef cinese sia un foto romanzo, per giunta senza foto ( e, prima che vi disperiate, tranquilli: sarebbero state fotoshoppate dalla prima all' ultima). Una storia banale, da latte alle ginocchia, di cui si intuisce il finale sin dalla terza pagina, narrata in modo piatto, scolastico, manierato, con dialoghi talmente melensi che le uniche impennate si registrano nella curva glicemica del lettore. Lei è una giornalista gastronomica americana, rimasta precocemente vedova, lui uno chef cinoamericano, tornato in Cina per dare nuovo lustro alla cucina imperiale. In mezzo, un riconoscimento di paternità e una gara fra cuochi, a scandire il ritmo, gli stralci di un antico trattato sull'arte culinaria della Città Proibita e , in fondo, sei pagine di nota dell'autrice sulle laboriose ricerche di cui il libro è frutto. Ed è qui, vedete, che sta la presa in giro. Perché senza questa nota, questo volume avrebbe fatto la fine di molti altri, dal comodino alla rumenta, senza tanto scalpore. E invece, dopo aver letto queste pagine, mi è venuto un nervoso, ma un nervoso, ma un nervoso che il libro finirà lo stesso nella spazzatura, ma non prima di aver subito l'onta di questa rece pubblica. Perché non si può prendere in giro il lettore, millantando una conoscenza approfondita di una tradizione millenaria, per giunta frammentata nei mille rivoli delle tradizioni locali, basandosi solo su una serie di cene di lavoro; non si può prendere in giro chi da anni bussa alle porte di redazioni di riviste, forte di una conoscenza solida e approfondita, dicendo che dopo aver cominciato a scrivere di cucina cinese per Gourmet (Gourmet, capito, non il bollettino parrocchiale) ha avuto l'opportunità di entrare a contatto con il mondo della ristorazione di questo Paese; e infine, non si può sostenere con arroganza di essere riusciti a riprodurre " le citazioni di un falso testo fondamentale di cucina che doveva essere ammirato da tutti" (p. 328) e trovarsi di fronte a pagine che evocano lo stesso misterioso fascino dei testi della scuola alberghiera, dove le citazioni che spiccano sono un "il piacere è tutto mio" fino ad un famigerato "anche no"(p.52). Lascio a voi, infine, il giudizio sui segreti culinari e sullo stile con cui essi ci vengono svelati: " i gamberetti al vino nello stile di Shangai, per esempio: al momento di mangiarli, i gamberi erano ancora vivi, ma così ebbri di vino che rimanevano assolutamente immobili al tocco dei bastoncini" (p. 70).E sorvolo sull'arricchimento delle conoscenze in materia culinaria: oltre lo yin e lo yan, non si va.
Alla fine, l'unica consolazione è il titolo: perché quello, a differenza del libro, lascia una speranza. E cioè che questo chef cinese, per quanto alla fine felicemente accoppiatosi con la giornalista (ops, vi ho rovinato la sorpresa), non prolifichi. O,quanto meno, non abbia figli vogliosi di seguire le orme del padre e del nonno e del bisnonno e così via, quasi fossero dei SuperPippo dagli occhi a mandorla. E che quindi, resti davvero l'ultimo, in tutti i sensi
A domani
Alessandra

venerdì 3 luglio 2009

Nick Hornby- Shakespeare scriveva per soldi

La Dani non me ne voglia, ma se una bella mattina mi svegliassi con a fianco il Genio della Lampada, anzché con il Genio della Critica Sagace et Costruttiva, uno dei tre desideri che esprimerei sarebbe quello di avere Nick Hornby come vicino di casa. Non come fidanzato o marito o mentore, ma proprio come vicino di pianerottolo, quello a cui suoni disperata quando hai bisogno di zucchero, con cui dividi il carico delle borse della spesa e con cui stai a chiacchierare per delle mezz'ore, ciascuno appoggiato sullo stipite della propria porta, perché anche il pianerottolo ha un suo fascino- e se hai la buona sorte di un dirimpettaio simpatico, ancora di più.
E non me ne voglia neppure Nick Hornby se lo svilisco a questo ruolo, dall'alto della sua fama (meritatissima), delle centinaia di migliaia d libri venduti (tutti bellissimi), e delle sceneggiature dei film, delle conferenze, delle recensioni: il fatto è che, al momento, fra tutti gli scrittori in circolazione i cui libri sono transitati da qui, lui è quello che sento più affine, per le cose che dice e per come le dice- e la metafora del vicino di casa è, al momento, quanto di più vicino all'idea di affinità etica e intellettuale e stilistica che ho in questo momento.
Perché, vedete, a noi che siamo stati giovani nei famigerati anni Ottanta, con un'eredità di sogni, speranze e ideali che ci era stata del tutto prosciugata dalle generazioni precedenti, e con un gallo su un piumino e un alberello su una scarpa a farci da modello di vita, non riesce di parlare dei massimi sistemi, proprio per niente. E non perché non li si possieda, sia chiaro: quando ha da distribuire le sue belle mazzate, la vita non sta certo a guardarti la carta d'identità facendoti sconti speciali se sei nato in un'epoca piuttosto che in un'altra. E' solo che a noi, certe cose, non appartengono più e anzi, a dirla tutta un po' ci infastidiscono, e ai toni magniloquenti ed esaltati con cui molti santificano i loro successi, noi preferiamo un divertito distacco, convinti come siamo che qualsiasi cosa ci attenda dietro il prossimo angolo della nostra esistenza, la affronteremo con la misura che ci siamo conquistata, troppo lieve per essere tragica, troppo seria per essere comica, ma che è quella che ci calza a pennello.
Nick Hornby è la traduzione letteraria di quello che ho appena detto: nei suoi libri, infatti, trovate di tutto: dagli aspiranti suicidi alle amanti tradite, dai bambini costretti a crescere troppo in fretta agli adulti che non vogliono crescere mai, dai grandi ideali che si infrangono all'alba ai piccoli traguardi che si ammantano di riscatto e di rivincita. Ma quello che non troverete mai è il tono tragico, enfatico, melenso o scomposto che spesso si accompagna a questi temi, trattati invece con mano leggera, ma sempre sul filo della dignità e del rispetto, propria di chi ha imparato sul campo che ci sono valori che travalicano i tempi e che provare a raccontarli in modo sommesso, garbato ed educato giova più di mille proclami.
tutto questo mi veniva in mente mentre leggevo Shakespeare scriveva per soldi, che è la seconda (e temo ultima) raccolta delle recensioni apparse su una rivista letteraria americana. La prima si intitolava Una vita da lettore e, a mio parere, era molto più bella di questa, che resta, comunque, un ottimo esempio per come si dovrebbe parlare di libri oggi- e cioè, senza rifugiarsi in magniloquismi e artifici da accademia, ma in modo diretto, spiritoso, accattivante. In una parola, simpatico.
Da anni, combatto una crociata personale su questo argomento- e non escludo che la decisione di schiaffare sul blog anche queste "rece" possa essere dipesa dall'esasperazione che mi prende ogni volta che sento parlare di libri dai cosiddetti "organi competenti", dalla scuola alla stampa specializzata, che trasudano di frasi fatte, di periodi ampollosi, di tecnicismi fine a se stessi e di una tale autoreferenzialità che sin dalle prime righe ti accorgi subito che il tizio in questione, anziché del libro, sta parlando di sè.
Hornby, invece, fa l'esatto contrario- ed è qui che sta la sua grandezza: perché lui prende spunto dalla sua vita- che è fatta di figli, di famiglia, di amici, di musica e di calcio- e, a poco a poco, ti porta a parlare del libro che vuol recensire, facendoti vedere come ogni esperienza umana ha voce nelle pagine di un romanzo e come anche le cose che a noi sembrano più banali e quotidiane possono essere, in realtà, un'occasione per riflettere e per guardare al mondo con occhi sempre più "nostri". E - quel che più conta- lo fa in modo ironico, coinvolgente, mai noioso, riuscendo comunque ad infilare perle di saggezza anche nella prosa in apparenza più leggera, confermando, ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che una forma senza sostanza non regge e che le fanfare servono solo a riempire il vuoto di chi non ha nulla da dire.
Alla prossima
Alessandra





lunedì 15 giugno 2009

La tredicesima storia

Io mi sono laureata molto presto. Anzi, ad essere precisi, mi sono bi-laureata in tempi record. Prima che attacchiate con i complimenti, però, va detto che il merito è stato principalmente non della sottoscritta, quanto di una serie di fortunosi eventi di fronte ai quali non avevo altre alternative che schiacciare il pedale dell'acceleratore e arrivare presto in fondo. Di qui c'era un padre adorato e adorante, per il quale la laurea della sua primogenita si era caricata di significati imperscrutabili e importanti e che io non avevo nessuna intenzione di deludere; di là c'era un lavoro - anzi: il lavoro, quello per il quale avevo sparigliato le carte, mandando a monte progetti di carriere più gloriose per inseguire quello che allora era il sogno della mia vita- ottenuto a tempo di record, perché stranamente al posto giusto nel momento giusto, ma che andava mantenuto e difeso con la sola freccia di cui disponeva il mio arco, e cioè le carte in regola per poter giocare la partita. E queste, non avendo altri santi in paradiso che le mie capacità, passavano giocoforza anche per le lauree.
Va da sè che abbia studiato di corsa: dover bruciare le tappe significa non potersi concedere un sacco di lussi, che allora erano il pranzo alla mensa degli studenti (il lusso più ambito di tutti) , lo scambio degli appunti, la pausa caffè in biblioteca, l'approfondimento degli esami più amati; il tutto facendo salti mortali fra ricevimenti di professori che non c'erano, appelli che saltavano, programmi che raddoppiavano, perché, da lavoratore, dovevi scontare il privilegio di non poter frequentare, di studiare all'alba o a notte fonda, di dover spendere metà stipendio in libri inutili e costosi, portando all'esame il doppio degli altri.
Trovare una strategia divenne una scelta obbligata, che mi costrinse a mettere in cantina uno scalpitante spirito critico e una terrificante vis polemica, per imparare a memoria le dispense dei professori, studiando, in pratica, non la materia, ma quello che i docenti avrebbero chiesto all'esame. Fu così che mi laureai in fretta, in entrambi i corsi, ovviamente con una media da far paura, quale compete, nella scuola italiana, a chi pensa con la testa dei professori e non con la propria. Ma fu così che, appena sgravata dagli obblighi istituzionali, decisi che era venuto anche per me il momento di prendermi i miei spazi, su tutti i fronti. E mentre, da un lato, recuperavo il tempo perduto sul fronte del puro divertimento, dall'altro cercavo uno spazio per rivendicare il diritto ad esprimermi in campi più nobili di quanto non fossero le piste di una discoteca o i retrobottega dei forni per la prima infornata di focaccia della notte.
Fu così che fondai il V.I.P.
Si trattava di un circolo di lettura, il cui nome era l'acrostico di Vietato Il Prestito, essendo già all'epoca una bookalcholic al penultimo stadio, e il cui scopo era quello di parlare di libri in libertà, senza cioè dover far coincidere di necessità il nostro giudizio con quello che fino ad allora avevamo letto sui manuali o, peggio, con quello che i nostri insegnanti volevano che ripetessimo a pappagallo. Ne facevano parte, oltre alla sottoscritta, alcuni amici diversi per età, personalità, formazione e carattere, ma tutti malati di lettura, come me e, come me, desiderosi di un confronto onesto, sereno, sincero e finalmente libero dalle pastoie delle convenzioni, delle mode, delle piaggierie di turno. Con cadenza quindicinale, ci riunivamo a casa mia, fra casse di libri e vassoi di biscotti, a tirar l'alba fra trame, racconti, critiche ed emozioni.
Andammo avanti così per un annetto, nel corso del quale imparai sostanzialmente due cose: primo, che c'è un rapporto diretto ed inscindibile fra la riuscita di una serata- anche la più pretenziosa- e la qualità del cibo e del vino che circola fra i presenti; secondo, che le mie simpatie in fatto di libri si dirigevano compatte verso quelli dichiaratamente onesti. Quelli, cioè, che non ingannano il lettore, imbastendo in uno stile piatto e monocorde una sfilza infinita di banalità, dopo avergli promesso di svelargli i segreti dei massimi sistemi; quelli che non ricorrono a titoli astrusi, a copertine d'impatto, a premi letterari per fargli credere a tutti i costi che la sua formazione culturale non può dirsi completa se non passa attraverso di loro; ma quelli , cioè, che una volta scelto uno scopo, alto o basso che sia, si uniformano ad esso, in modo corretto, lineare, coerente. Onesto, appunto.
Da allora, ho sdoganato i cosiddetti "libri da intrattenimento", quelli che, per definizione, non rientrano nella letteratura alta e che, per anni, avevo letto di nascosto, magari nascondendoli dentro tomi dai titoli che ai critici letterari avevano scatenato emozioni su emozioni e che su di me facevano lo stesso effetto di una flebo di bromuro, tanto per rendere l'idea.
Perche, vedete, io non credo che un libro debba sempre e per forza far pensare. Anzi, dirò di più: quando ne ho letti due di fila, che mi fanno quell'effetto, sono così piena di pensamenti che ho l'urgenza di stempararli e scaricarli in qualcosa di dichiaratamente leggero ed evasivo.
L'unico limite che pongo, però, è che i patti siano chiari e che passino, per l'ennesima volta, attraverso il rispetto del lettore: il che, per un libro di intrattenimento, significa una bella trama e una scrittura che sappia sostenerla, senza troppi guizzi nè verso l'alto (che altrimenti sarebbe vano autocompiacimento), nè verso il basso ( che altrimenti sarebbe spazzatura).
La tredicesima storia è tutto questo- ed anche qualcosina di più. E' un racconto che ha al centro i libri e le storie e si sviluppa a cominciare dall'incontro delle due protagoniste, una anonima ed infelice libraia antiquaria e una celebre e patinata scrittrice di romanzi, che per un motivo che si intuisce sin dalle prime pagine, ha deciso di svelare il segreto della sua vita a questa giovane donna. Lo fa nell'unico modo che conosce, raccontando una delle innumerevoli storie che l'hanno resa famosa e le hanno permesso di sopportare il peso che si porta dentro dalla nascita, ma narrandola a modo suo- e cioè con un procedere sussultorio, che ora svela, ora nasconde, ora rivela. In breve, la giovane antiquaria decide di svolgere un'indagine personale, arricchendo la trama di personaggi e ambientazioni diverse, in un procedere parallelo che calibra perfettamente il ritmo lento della narrazione della anziana scrittrice con quello incalzante e frantoumato dell'azione della libraia. Il risultato è un romanzo avvincente che si legge d'un fiato e che, alla fine, lascia competamente soddisfatti, nel senso che non c'è nulla, ma proprio nulla, che non torni al suo posto e che non appaghi le aspettative del lettore, lieto fine compreso.
L'unica nota stonata viene dopo- quando, a libro chiuso, fate un giro virtuale per recuperare altri pareri tanto per rendervi conto di come butta il sentire comune, e vi accorgete che è tutto uno scomodare il romanzo gotico vittoriano- e Jane Eyre in particolare- attribuendo a quest'opera valenze che non ha e che, probabilmente, mai si era sognato di avere. il presupposto dell'onestà. così ben dimostrato nel romanzo, viene quindi preso a picconate dai suoi critici che trasormano, o meglio, manipolano la natura di quest'opera, facendo baluginare al lettore orizzonti in sè irraggiungibili, quasi che basti un'ambientazione nella brughiera e una citazione da Jane Eyre per far gridare al miracolo della quarta sorella Bronte.
Date retta a me: di sorelle, in questo libro, ce ne sono a sufficienza, e bastano a creare un romanzo d'atmosfera, che avanza sicuro lungo il disvelamento di una trama ben controllata da una narrazione ferma e salda, con personaggi mai sopra le righe e un ritmo narrativo capace di tenervi incollati alla pagina fino alla fine, sfidando sonno e lavori arretrati e bucati da stirare. Il tutto senza mai, dico mai, avanzare pretese di alta letteratura, ma sempre manentendosi nel solco di una rispettosa e puntuale soddisfazione delle aspettative preannunciate al lettore sin dal titolo, che presenta questo romanzo semplicemente come una storia, e niente di più: che distrae, avvince, appassiona e rincuora, esattamente come qualunque storia dovrebbe fare. E scusate se è poco...


Diane Setterfield
La Tredicesima Storia
I miti mondadori
6,00 euro

giovedì 4 giugno 2009

la danza del gabbiano

Se mai mio padre dovesse entrare a forza in una galleria di personaggi letterari, sarebbe una specie di moderno padron 'Ntoni. Un po' perché passa metà del suo tempo libero a pescare, su un gozzo bellissimo che pur senza chiamarsi Provvidenza, è stato spesso silenziosamente benedetto da parenti ed amici per aver riempito le loro pance di quanto di più simile ai sapori del paradiso ci possa essere; un po' perché guarda le cose con il distacco di chi, proprio, non le capisce, e un po' perchè parla per proverbi.

O meglio: ogni tot di anni, mio padre crea un proverbio, un motto, un modo di dire, che gli piace particolarmente e che usa come corollario ad ogni evento che meriti la sua attenzione. Ed è così metodico in questo che i capitoli della storia della mia famiglia potrebbero benissimo intitolarsi con le chiose paterne, un po' come gli Annali romani, con la piccola differenza che, al posto dei consoli, qui avremmo frasi auliche come "dare soldi, vedere cammello", " cessa-lavori" e "son sempre arrivato secondo".

Quest'ultima frase è quella che mi riecheggia nella mente ogni volta che mi soffermo a fare qualche personalissimo bilancio esistenziale, che si conclude puntuale con l'amara constatazione che io, per contro, son sempre arrivata prima. Laddove il prima non è l'aggettivo, ma l'avverbio: vale a dire, cioè, che son sempre stata in netto anticipo su tutto. Il che, ad essere onesti, non è una fortuna, per niente: ho ferite che bruciano ancora, per aver messo in pratica quando i tempi non erano ancora maturi, idee personali che in seguito son diventate mode, tendenze e carri del vincitore, ma che all'epoca mi hanno fruttato reprimenda pubbliche, sopracciglia alzate, sguardi di commiserazione. Nell'elenco ci sta di tutto, dalla tesina di maturità ( bocciata alla stragrande, ai miei tempi si doveva fare la ricerca), al blog di cucina (scrivo le stesse cose, ma in privato, dal 2002), passando per titoli di tesi bocciati ( e poi rubati in tempi più maturi: farsene fottere due su tre, è quasi roba da professionisti), idee professionali riciclate e tutta una serie di varie amenità, fra cui trova posto anche Andrea Camilleri.

Correva l'anno 1995 e io insegnavo in un liceo scientifico cittadino, quando proposi al Collegio Docenti di affiancare ai Promessi Sposi la lettura di un testo a scelta fra Il Birraio di Preston e La Mossa del Cavallo. A distanza di tempo riconosco di avere avuto anch'io la mia parte di responsabilità, per tutto quello che successe dopo: l'anno prima, quando avevo chiesto se si potevano accompagnare i ragazzi al Teatro dell'Opera, iniziando una collaborazione col Carlo Felice, il Preside si era girato di scatto verso la vicaria e, dopo averle chiesto, con aria cospiratoria " Cu è Carlo Felice???" si era rivolto a me in malo modo, dicendomi :" Professore', nun cominciamo, che lo sapete benissimo che 'stranei, a scuola, nun se ne po' portare!!!" Quindi, un minimo di lungimiranza lo avrei dovuto avere. E proprio perché ne ero priva, non avevo previsto quello che successe dopo, con colleghi di lettere con la bava alla bocca, a darmi della sovversiva, armati del solito scudo del "son vent'anni che insegno allo stesso modo, non vedo perché dovrei cambiare", a proteggere vent'anni di questionari con le stesse domande, di lezioni con le stesse parole e di compiti per le vacanze che iniziavano sempre con la consueta "lettura degli ultimi - dieci, quindici, venti- capitoli dei Promessi Sposi"- che è meglio che se li facciano a casa, con calma....

Questa lunga premessa per dire che a me Camilleri piace tempore non suspecto, quando a lui non se lo filava nessuno e la Sellerio era una piccola editrice di nicchia, che pubblicava chicche per amatori e per cui bisognava specificare sempre che era "quella dei libretti blu", perché il nome, da solo, difficilmente arrivava a segno. E per dire anche che noi a Montalbano vogliamo bene, sul serio. Qui è una specie di amico di famiglia, un po' come la signora Fletcher, al punto che a volte ti stupisci del fatto che non esista nella realtà, da tanto fa parte della tua vita, del tuo modo di sentire e di vedere il mondo. Quindi, mi si perdonerà se dico che quest'ultima fatica letteraria, questo strombazzato ritorno del commissario, questa "danza del gabbiano" che avrebbe dovuto riportare ai fasti di un tempo il suo protagonista, è una mezza delusione. Lo è sin dalle prime pagine, con una Livia sempre più stanca, sbiadita e frusta e una prosa che stenta a decollare, impastichata in una prosa faticosa, lontana, lontanissima dalla freschezza di un tempo, con dialoghi spesso inefficaci, che raramente riescono a suscitare qualcosa di più che un semplice sorriso nel lettore. Ne consegue che il plot narrativo, che non è mai stato il pezzo forte delle inchieste del commissario, mostri la corda assai prima del solito, rivelando incongruenze e scioglimenti finali così repentini e opportuni da far storcere la bocca anche ai meno esigenti. E se è corretto riconoscere a Camilleri lo sforzo di tornare sulla retta via, abbandonata nelle sue ultime fatiche, forse schiacciato dagli obblighi di una popolarità troppo grande, è altrettanto vero che ciò avviene a tratti, a sprazzi, a flash, in un insieme che ha perso la meravigliosa fluidità di un tempo, increspatasi in punti di sutura manifesti e, in certi casi, addirittura grossolani.
Ciononostante, non si riesce ad essere più di tanto severi con il duo Camilleri- Montalbano: e questo perché, ancor prima che con la mente, li si legge col cuore, senza porre nessun filtro fra noi e la storia- non la ragione, non le competenze, non l'attenzione all'indizio. Qui ci si consegna subito all'emozione, in un turbinio di sussulti, simili ai passi della macabra danza del gabbiano, che oltrepassa il semplice spunto del titolo del libro per diventare l'emblema della cifra che ne contraddistingue la lettura, in un coinvolgimento costante e totale,che ora ti toglie il fiato, ora ti stringe il cuore, ora ti strappa un sorriso che anche se è l'eco lontana delle risate irrefrenabili dei bei tempi andati, segna comunque un legame forte e tenace, di quelli che resistono agli anni, allo smalto che via via si scrosta, alla brillantezza ogni giorno più opaca, alla freschezza dela gioia di vivere, che lascia spazio ad una maliconia, sottile ma struggente, degli anni che passano- per Camilleri e Montalbano e anche per te.
Andrea Camilleri
La Danza del Gabbiano
Sellerio Editore
13,00 euro

sabato 30 maggio 2009

i numeri primi - e chi ce li ha per davvero....

di Alessandra

Stavolta, giuro, non ci ero cascata. Anzi, avevo resisito alla stragrande: nessuna concessione alle centinaia di sguardi languidi e obliqui che ammiccavano, moltiplicati alla enne, dalle vetrine delle librerie, nessuna debolezza di fronte agli osannanti commenti della critica, nessun cedimento, se non un'aria di commiserazione, davanti agli stupiti " ma come, non lo hai letto??" che mi hanno perseguitato per tutta l'estate. Anche l'annunciata vittoria dello Strega non solo non mi aveva smosso di un millimetro, ma anzi, aveva semmai reso più forte il mio proposito che "la solitudine dei numeri primi" non avrebbe varcato la soglia di casa mia. Troppe fanfare per un'opera prima, troppe parate da grandi occasioni, troppo bello il titolo, troppo bella la copertina, troppo bello lui, insomma: puzza di bidone lontano un miglio.
Ho resistito fino alla settimana scorsa, quando me ne sono ritrovata una copia sulla mia scrivania in ufficio- mossa strategica di una collega tenace e determinata, ricorsa all'extrema ratio una volta constatato che parlare di questo libro con me o con un muro avrebbe prodotto la stessa soddisfazione.
E' finita che l'ho letto e- udite udite- sono pure arrivata fino in fondo: la qual cosa colloca di diritto quest'opera nell'ambita classifica dei libri così e così, trattandosi indubbiamente di un pregio, visto che, espletati finalmente tutti i doveri in materia libresca, posso finalmente concedermi alla lettura solo come ad un piacere- e se il libro non è buono, come avrebbe detto il buon manfredi, che piacere è???
A scanso di equivoci, i pregi di La solitudine dei numeri primi si fermano qui. Nel senso che oltre un tenue interesse per la trama, non c'è altro. O meglio: manca tutto il resto, a cominciare dalle qualità essenziali per cui un romanzo è un romanzo e non un trattato scientifico, un sunto di psicologia spicciola, una lista della spesa.
E' tutta l'estate che sento parlare di "grande intuizione", di "titolo geniale", di "impostazione grafica accattivante" e robe del genere, come se fossero queste le qualità da perseguire nella stesura di una storia, dimenticando invece completamente che un romanzo è fatto anzitutto dalla scrittura, dalla tensione narrativa, dal ritmo dei dialoghi e -soprattutto- dall'introspezione dei personaggi, in un dosaggio calibrato - di tempi, di stacchi, di tinte- che qui, purtroppo, non c'è.
La scrittura, anzitutto, è piatta: nessuna increspatura sul piano del racconto, nessun affondo nell'analisi dei personaggi, nessuno stacco verso l'alto. I dialoghi sono una mezza presa in giro (stamattina sono buona), tutti modulati sulla gamma del "sì" e del "no", senza neppure lasciare spazio ai "forse " e ai "perché", onde evitare di oltrepassare la soglia della assertività tipica del trattato e sprofondare nella inquietante, immensa, emozionante, tormentata varietà dell'intelligenza del dubbio. Anche le scelte lessicali si appiattiscono sul resto, creando così l'impressione di un moto rettilineo uniforme che, se è coerente con la formazione scientifica dell'autore, non giova affatto alla componente emozionale del romanzo. Che, infatti, non c'è. In pratica, è tutto un susseguirsi di storie tragiche, di incidenti, di traumi, di abbandoni, di autodistruzioni reciproche che scorre via liscio come l'acqua, una macabra lista della spesa, appunto, che si spunta con lo stesso coinvolgimento con cui si mettono le varie cose nel carrello, da tanta è la prevedibilità degli eventi.
Se dunque alla fine si resta con l'amaro in bocca, non è per merito di Paolo Giordano,ma per il dispiacere di aver visto sprecate tutte queste intuizioni in un prodotto di così scarso livello. Per amor di metafora, è come affidare l'incarico di fare una torta con la farina del mulino, le uova della gallina dalle piume d'oro, il burro della malga del nonno di Heidi e altre prelibatezze a uno che magari ne conosce a menadito la composizione chimica e calorica, ma che, all'atto pratico, sbaglia dosi, tecnica di assemblaggio e tempi di cottura.
Se mai non fossi stata sufficientemente convinta di questo giudizio, me lo ha confermato la lettura successiva- o meglio: quella all'interno della quale si è inserita La Solitudine : io leggo stile matrioska, un libro dentro l'altro- vale a dire L'amore non guasta, di Jonathan Coe. Ora, che io ami Coe di un amore viscerale, assoluto, potente e passionale è cosa nota e non è il caso che vi tedi ulteriormente, tessendone il peana. Però, mai come questa volta ho avuto la certezza di trovarmi di fronte ad uno dei pochi veri grandi della letteratura contemporanea, seppure leggendo un'opera che non eguaglia le altre sue più famose: potenza della lettura parallela di due opere contrapposte per valore letterario, che ha permesso un progressivo disvelamento dei pregi dell'una e dei difetti dell'altra, in modo naturale, quasi involontario, mi verrebbe da dire, e per questo più implacabile ed impietoso.
Giordano parte da primi attori a cui non si può non voler bene: sono due vittime della vita, del tutto incolpevoli, che non hanno saputo trovare altra reazione se non quella di farsi del male, con un autolesionismo lucido, implacabile e feroce e che, quando la vita dà loro l'occasione di unire le loro solitudini, non sanno farlo, bloccati come sono da quel numero che di solito si inframmezza ai numeri primi e che qui è metafora dell'incapacità di vivere. In altri termini, Giordano muove da una materia ruffiana, per cui il lettore ha già la lacrima in tasca alla seconda pagina e la tranquillità di sapere già da che parte stare, visti i colpi di accetta con cui l'autore scolpisce i suoi personaggi, tutti i buoni di qua e i cattivi dall'altra parte. il punto di arrivo, però, è deludente, nel senso che il massimo della carica emotiva si registra nelle prime pagine, quando cioè ci si affeziona per forza ai due protagonisti, e poi scema via via in una calma piatta, ucciso dai difetti di cui sopra.
Coe cominica invece da comparse, persone che non hanno nulla per cui valga la pena di scrivere un romanzo e che, anzi, a dire il vero, sono pure un po' antipatiche, presentate da subito nei loro difetti più fastidiosi, più imbarazzanti, più odiosi. le loro storie sono fatte di responsabilità personali, di rifiuti consapevoli, di compromessi calcolati ed è impossibile, all'inizio, affezionarsi a qualcuno di loro, da tanto sfuggono a qualunque stereotipo, buono o cattivo che sia. Il bene e il male sono concetti esorbitanti, inarrivabili per la mediocrità di certe vite e, per giunta, sono nascosti, miscelati, inquinati l'uno nell'altro e per quanto le vicende siano semplici e la narrazione distaccata si percepisce da subito che di tranquillizzante, qui dentro, non c'è nulla. Ed è qui che si innescano le emozioni- e sono una reazione a cetena, in un continuo crescendo, al termine del quale i personaggi non sono più figure sbiadite e sfocate, ma emblemi dell'ingiustizia sociale dell'imperscrutabilità del destino, del male di vivere. Come si sia potuti arrivare a sentirsi così- scossi, amareggiati, turbati- partendo da mosse in apparenza innocue è un mistero che ogni volta mi affascina e di cui Coe conosce a menadito ogni segreto, visto che lo padroneggia con tale maestria. Ed è in questo che sta il suo pregio: nel saperti prendere alle spalle, con un andamento lento, nevrotico, a tratti anche un po' allucinato, sorretto da una scrittura minimale e potente al tempo stesso, sempre trattenuta sul filo della tensione da un'ironia tagliente e dolorosa che ti illude di mantenere le distanze, mentre in realtà ti spinge dritto al centro della vicenda. E non c'è bisogno di artifici, di operazioni editoriali, di bagarre pubblicitarie, di streghe e maghi e formule algebriche: basta solo averci dei numeri, quelli veri.
a mercoledì
alessandra

venerdì 8 maggio 2009

cosa nostra- storia della mafia siciliana

Se, arrivati alla veneranda età di 43 anni, con più titoli di studio che capelli in testa ed una professione che comunque vi impone un aggiornamento costante, avete ancora voglia di leggere un saggio, i casi sono due: o siete malati, oppure vi siete schiariti le idee negli anni e sapete bene che cosa volere da certe letture.
Io mi illudo di stare nel gruppo de "la seconda che hai detto", nel senso che l'unico ambito in cui procedo con sicurezza è quello delle aspettative che nutro sui libri: e così, se da un giallo mi attendo tensione narrativa e rigore nel plot e ricerco, in un romanzo storico, un efficace dosaggio fra realtà e fantasia, dalla saggistica mi aspetto essenzialmente due cose: in primis, che al termine della lettura, le mie conoscenze sull'argomento siano aumentate, e per giunta in maniera proporzionale alle pagine lette; poi, che l'esposizione sia sorretta da uno stile che sappia prendere ugualmente le distanze e dagli eccessi emotivi del romanzesco, e dai toni soporiferi di certa manualistica accademica, in confronto alla quale il bromuro è un pericoloso eccitante.


"Cosa nostra- storia della mafia siciliana" di John Dickie soddisfa entrambi i requistiti, a cominciare da un titolo diretto ma esaustivo, nella sua secchezza, e a seguire con un resoconto storico accurato, documentato e scientifico ( se avete dei dubbi, date un'occhiata agli indici), contraddistinto da una scrittura agile, fluida, padrona dei ritmi narrativi come solo un romanzo - un buon romanzo- può avere.
La scelta dell'impostazione cronologica come prospettiva di studio del fenomeno mafioso si rivela anzitutto felicissima: sarà che appartengo alla scuola tradizionale e quando insegnavo chiedevo pure le date ( un mezzo sacrilegio, al giorno d'oggi, che confesso di aver commesso più e più volte, oltretutto senza mai pentirmi, nè delle date nè dei gran 3 che si beccavano quelli che non le sapevano), ma a me non dispiace un trattato che si snoda per tappe successive, in un percorso che, mettendo giocoforza in evidenza le dinamiche di causa e di effetto, permette di cogliere l'evoluzione dell'argomento trattato, dal "prima" al "poi".
Il "prima" in questo caso, è l'Italia postunitaria, vero propulsore di un fenomeno rimasto fino ad allora in una fase embrionale , in sostituzione di uno Stato che non c'era, e che ora trova nelle anomalie dello Stato che c'è la linfa vitale per crescere e svilupparsi a dismisura; il "poi" è tutto il resto, dai chiaro scuri dell'età giolittina ai toni vividi dei conflitti sociali, dai Fasci al Fascismo , dall'espatrio in America allo sbarco in Sicilia, assieme agli alleati, più forte e più potente che mai, decisa a lasciare un solco profondo - una ferita profonda- nei governi degli anni a venire, accomunati tutti dalla costante del lassaiz faire, qui declinata in tute le forme, dallo scandalo dell'indifferenza alla vergogna di una più o meno sfacciata connivenza.
A dominare nella narrazione, però, non sono i fatti, ma i personaggi- ed è questa un'altra felice anomalia di questo saggio, nel quale gli eventi sono filtrati dall'azione e dalla riflessione di "attori", fissati tutti in ritratti vividi e calzanti, pur nella varietà dei ruoli che ricoprono: ed è qui che si coglie il passaggio dalla trattatistica al romanzo, in questo "farsi" di una vicenda che è primariamente dramma, nell'accezione originaria del termine. Buoni, cattivi, protagonisti e comparse, madri coraggio e uomini d'onore, magistrati coraggiosi e politici corrotti, tutti sfilano l'uno dietro l'altro sotto gli occhi di un lettore sempre più interessato, emozionato, coinvolto.
L'inevitabile paragone con Gomorra regge fino a un certo punto- e non è tanto per la diversità della struttura del testo o dell'argomento o della scrittura, quanto piuttosto per lo sguardo differente con cui gli autori osservano i due fenomeni: Saviane denuncia, Dixie descrive- e lo fa con l'atteggiamento distaccato ed un po' incredulo che da sempre gli inglesi sono soliti assumere quando parlano di noi Italiani. Che se è sempre irritante, qualche volta, però, è giustificato. E, se si possono muovere alcune obiezioni all'autore (su certi giudizi politici, per esempio, o sulla fastidiosa impressione che, nell'affrontare temi di stringente attualità, lanci il sasso e nasconda la mano, e in un guanto un po' untuoso, per giunta), di fronte ad altre affermazioni non resta che chinare la fronte , sconsolati: perché è vero che, per troppi anni, la piaga della mafia è stata trattata con indifferenza , sostenendo che " non fanno che ammazzarsi fra di loro"; è vero che "si ha spesso l'impressione che, in Italia, invece della nave dello Stato ci sia una flottiglia di barche, ciascuna delle quali segue una sua propria carta nautica e gareggia con le altre per l'accesso ai venti più favorevoli; e tuttavia, ciascuna ha paura di restare isolata dal resto della flottiglia"; ed infine, è vero che " imputazioni ufficiali di legami con la mafia, sia pure soggette a verifica, e per quanto infondate possano alla fine rivelarsi, stroncherebbero una candidatura in qualsiasi altro Paese europeo" tranne che da noi.
Il libro, diciamocelo onestamente, potrebbe chiudersi qui, sul fotogramma di un'Italia inquinata alle radici, sotto il profilo etico, prima ancora che democratico: dixie, però, preferisce cercare un altro finale, ricordando la recente riscossa della gente di Sicilia, nata sulle ceneri di martiri della verità e della coscienza civile, e per questo coraggiosa e commovente e tenace. Se un lieto fine ci potrà mai essere, questo è affidato alla nuova sensibilità di un popolo troppo spesso umiliato e offeso, sfruttato all'inverosimile, calpestato nei più elementari diritti di dignità personale e che oggi ha trovato la forza di dire basta, riaffermando con fermezza il vero significato dell'onore: che non è l'abusata e distorta ragione che per ogni mafioso legittima ogni loro nefandezza, ma è il sentimento che proviene dalla consapevolezza del rispetto di sè stessi e della propria coscienza.
John Dickie
Cosa Nostra- Storia della Mafia siciliana
Editori Laterza, p. 534
12.00 euro

domenica 19 aprile 2009

le ceneri di angela

Mio padre ha fatto la fame. Prima, durante e dopo la guerra. Colpa di un padre scapestrato, di una madre solo pronta a farsi compatire, di una famiglia come tante, allora, in un'epoca in cui il quarto comandamento veniva declinato sopra ogni cosa- botte, umiliazioni, sacrifici e sfruttamenti. Io e mia sorella, per contro, siamo figlie del boom economico, di quegli anni Sessanta ottimisti e riformisti, di un benessere collettivo, di un'epoca che ha portato a ritenere come diritti acquisiti quelli che, solo trent'anni prima, erano lussi da signori. Siamo nate in una clinica, abbiamo frequentato le scuole private più esclusive, non abbiamo mai dubitato che non saremmo arrivate alla laurea, con la stessa sicurezza con cui non dubitavamo che avremmo fatto le ferie, avremmo avuto il motorino, avremmo preso la patente. Intorno a noi c'era un mondo dorato, lo stesso che vedevamo nelle case dei nostri cugini, dei nostri amici, dei nostri compagni di scuola. L'unico affondo nella miseria era a Natale, quando, dopo il pranzo, mio padre cominciava a ricordare la sua infanzia. Il punto di partenza era sempre lo stesso- ora è Natale tutti i giorni, una volta, invece...- ma dove si sarebbe finiti, nessuno lo sapeva. Erano storie corali, con papà che cominciava e i nonni e i suoi fratelli dietro, a rinfrescargli la memoria, ad aggiungere particolari, a ricordare nomi e strade e visi e luoghi, e noi che stavamo a sentire, rapiti, da bambini, scocciati, da ragazzi, inteneriti e arrabbiati da adulti, mentre ci passavano davanti storie di miseria, di sopportazione, di soprusi, tutte accomunate dal disperato imperativo di dover sopravvivere, giorno dopo giorno. Non credo che saremmo riusciti a resistere a tanto dolore, però, se non fosse stato per il tono con cui venivano raccontate queste storie: la misura, la leggerezza, l'ironia e, soprattutto, lo sguardo pulito e senza malizia che avevano allora, quando, bambini, scappavano dalle bacchettate del maestro di scuola per andare a raccogliere i muscoli alla diga, o si attaccavano ai camion per farsi trainare con le biciclette, o si soffiavano sulle mani ghiacciate dal rigore del freddo del mattino, quando, prima della scuola, portavano in equilibrio sulla testa brioche calde da distribuire alle varie latterie- e guai ad assaggiarne una. Lo stesso sguardo- nostalgico, innocente, ironico- l'ho ritrovato leggendo “le Ceneri di Angela”, il libro più famoso di Frank Mc Court, che racconta la sua triste infanzia irlandese: “ naturalmente, è stata un'infanzia infelice, perché sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di una infanzia infelice qualunque e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora”. Prima di rendermi conto di avere in mano un capolavoro, ero già tornata indietro, ai pranzi di Natale e alle briciole sulla tovaglia di Fiandra, con papà che raccontava e gli zii che gli andavano dietro, e non c'erano più confini fra un'infanzia irlandese ed una italiana, e non perché i bambini siano gli stessi dovunque, ma perché identica era la stessa lezione di dignità di questi racconti. Una dignità che resiste agli assalti della miseria e dell'ignoranza, della superstizione e della crudeltà, una dignità che arriva dritta al cuore con fitte dolorose e pungenti, così come pungenti e dolorosi sono i tanti perché che si levano dalle pagine del libro – perché a loro, perché questa miseria, perché questa ingiustizia. La risposta è contenuta in ogni pagina del libro, sin dalle prime righe ma, come nei libri gialli, ci si arriva alla fine, commossi e inteneriti dalle vicende del piccolo Frank e del microcosmo che gli gira intorno- ed è una risposta piena di speranza, di fiducia nella bontà e nella solidarietà, in valori che travalicano tempi e luoghi e che sovvertono i parametri tradizionali, insegnandoti che miseria e povertà non sono sempre sinonimi, che la nobiltà d'animo è davvero ciò che conta di più e che ogni tanto,in un'epoca dove la letteratura è violentata nella grammatica, nei contenuti, nello stile, spuntano ancora dei grandi capolavori.