domenica 4 novembre 2012

No, Sellerio, No






... che poi, quando leggi, certi libri, te le strappano di bocca, quelle considerazioni a cui hai sempre voluto fare orecchie da mercante, perchè intrise di così tanta invidia da sembrar solo malignità. Perchè non è un mistero che certe case editrici mi piacciano più delle altre- e che la Sellerio sia fra queste, grazie ad una serie di scelte raffinate, mai banali, complessivamente coraggiose, che negli anni me l'hanno resa cara, quasi come un'amica. Mi basta vedere gli inconfondibili dorsi blu delle sue edizioni, per sentirmi meglio, per dire. Ma quando mi imbatto in titoli come questo, fatico a non accodarmi al coro dei maligni di cui sopra, quelli che indicano in Camilleri l'àncora di salvezza di una azienda ormai alla deriva: perchè se mai c'è cosa che mi fa infuriare è l'essere presa in giro- e quando questo avviene per mano di chi stimi e sostieni e difendi, mi infurio, ancora di più. 

Hotel Bosforo è un romanzo di Esmahan Aykoll, scrittrice turca che vive a Berlino, a cui il successo del libro ha arriso molta fortuna: tant'è che subito dopo sono usciti altri due titoli, con la stessa protagonista, la stessa ambientazione e, se tanto mi dà tanto, pure la stessa trama, visto che una delle certezze che accompagnano la fine della storia e che fra le varie cose che la signora non sa fare, c'è pure quella di destreggiarsi con i meccanismi del giallo. 
E questa è la prima cosa che mi fa arrabbiare: perchè il genere giallo ha delle regole, e scrivere un romanzo giallo è una cosa seria, che richiede capacità di scrittura superiori alla media, oltre che una piena padronanza delle dinamiche sottese allo sviluppo della trama. Non bastano un morto, un detective e un assassino, insomma: in mezzo, ci deve essere un filo rosso, che va tessuto con acume, maestria, abilità, i requisiti fondamentali di chi sa di affrontare un genere che ha nella sfida al lettore una componente imprescindibile e irrinunciabile. Il sottile piacere che pervade un lettore di Gialli, dalla prima all'ultima pagina, è proprio il brivido della sfida: che va condotta con lealtà, intelligenza, acume, secondo una prospettiva che è la fusione di molti punti di vista- quello dell'assassino, quello del detective e quello dello scrittore: perchè, non dimentichiamocelo, "giallo" è un aggettivo: è "romanzo", il sostantivo a cui si appone. 

Lo stesso vale per l'ambientazione, che è tutto, fuorchè un elemento accessorio. Ci sono storie che non possono essere scisse dal loro ambiente: che cosa sarebbe Montalbano senza Vigata, per dire, o Miss Marple senza Saint Mary Mead, o Wallander fuori dalla Svezia, per non parlare della casa di arenaria sulla 34esima o del 221b di Baker Street- ed è meglio che mi fermi, prima di arrivare al balcone di Giulietta e alla casetta di marzapane di Hansel e Gretel: che comunque son tutti luoghi così connotati e connotanti che è immaginare questi personaggi al di fuori di queste determinate cornici è praticamente impossibile. 

Questo vale a maggior ragione quando si scelgno come scenari luoghi di per sè evocativi di fascino e di magia: Istanbul non è Pentema, per dire. (Pentema è pittoresco paesino di poche anime, arroccato su un monte dell'entroterra genovese, giusto per quei due o tre che magari non lo sanno). E fare della protagonista una libraia, per un prodotto che ha come clienti dei lettori, ha un impatto maggiore di qualsiasi altra professione. "Un romanzo giallo ambientato a Istanbul che ha come protagonista una giovane donna, di professione libraia"- questo è il messaggio che emana, forte e chiaro, dalla terza di copertina e da tutte le recensioni in giro sul web e che, dai miei neuroni, è stato immediatamente codificato nell' unico imperativo categorico che con me abbia successo: "Comprami", diceva quel romanzo- ed io ho obbedito. 
Viola Valentino batte Emmanuel Kant, 1-0

Dall'incavolatura annunciata, presumo che sia facilmente intuibile che nessuna di queste promesse sia stata soddisfatta da questo romanzo. Che non sia un giallo, già l'ho detto. Che Istanbul sia un accessorio, lo aggiungo ora: in certi momenti, mi sembrava pure di leggere la Lonely Planet (e io odio pure quelle, detto tutto). Peggio va con la libreria, la cui gestione viene affidata ad una povera studentessa che passava di lì, non appena la protagonista si rende conto che la polizia turca non può fare a meno del suo acume (e che lei non può fare a meno di approfondire la conoscenza con l'ispettore, in rigorosi termini biblici), grosso modo a pagina tre. 
Il che significa che, grosso modo da pagina tre, la protagonista ti stia sui maroni, in un crescendo di franca antipatia che monta a mano a mano che la storia va avanti, in un susseguirsi di dialoghi piatti, di descrizioni da guida turistica per fighetti, di scene hard che ti fanno rimpiangere di non aver speso grosso modo la stessa cifra per comprarti le sfumature di grigio, non fosse altro che per condividere con la portinaia gli sguardi di rinnovato interesse del portalettere, del portamulte e dei vicini tutti.

Il colpo mortale- e qui son seria- lo dà il finale. Non già perchè sia una sorpresa- la trama sfugge di mano alla sua autrice sin dai subito- quanto perchè il tema affrontato è l'argomento più delicato, più devastante, più traumatico che possa essere immaginato. Sceglierlo come fulcro di una storia impone come  sommamente doveroso un rispetto capillare, ancor prima che assoluto, capace di sintonizzarsi in modo pieno su tutte le infinite corde che danno voce alla profondità del dolore di un'anima, ogni volta che è straziata da simili drammi

Trasformare in un accessorio anche questa tematica è cosa che va oltre: oltre il buon gusto, oltre la decenza, oltre la dignità. E oltre la benevolenza che le frequentazioni antiche ti spingono a riservare a chi, nel bene e nel male, ritieni un amico, sia esso il tuo vecchio compagno di banco o la casa editrice che ha rappresentato il porto sicuro delle letture dei tuoi ultimi vent'anni. 

Stavolta, no, Sellerio: proprio no.

sabato 20 ottobre 2012

Elif Shafak, La Bastarda di Istanbul






Se avessi dato retta ai miei gusti e al mio istinto, questo romanzo non sarebbe mai finito negli scaffali della nostra libreria: rifuggo come la peste le scene di violenza, ancor peggio se su donne e bambini, e trovo a dir poco fastidioso che l'editoria di questi anni abbia sfruttato a fini palesemente commerciali un filone così delicato come quello del libro-denuncia o del libro-confessione. Il che non significa che non si debbano pubblicare romanzi che tocchino tematiche del genere, anzi: non c'è come la pagina scritta che abbia il potere di diffondere idee e sollecitare coscienze. Ma, mai come in questo caso, est modus in rebus: e mettersi a pubblicare tutto quello che si trova, sulla scia del meritatissimo successo di Leggere Lolita a Teheran o Il libraio di Kabul, per dire, fa un pessimo servizio: alla sensibilizzazione delle coscienze e alla pazienza dei lettori: perchè se mai c'è qualcosa che indigna di più del  sospetto che una materia così drammatica e delicata venga sfruttata a fini di lucro,  questo è vederla scritta con i piedi. Cosa che, purtroppo, succede nove volte su dieci. 

Questo, dunque, è il motivo per cui quando vedo da lontano un titolo che anche lontanamente possa farmi sorgere il dubbio che possa appartenere a questo genere, cambio reparto: devo averlo fatto anche con La Bastarda di Istanbul, a ripensarci, visto che possiedo un'edizione ultra economica, frutto di non so più quante ristampe. Ma, in questo caso, ho fatto male. E faccio pubblica ammenda qui sopra, con una rece doverosamente breve ma intensa :-), quale tocca di solito a tutti i romanzi che, in un modo o nell'altro, hanno toccato le corde del mio cuore. 

A dispetto del titolo, la ragazza di padre ignoto e di madre volutamente confusa nel mucchio delle tante zie, è una delle due protagoniste del romanzo: l'altra è una ragazza americana, figlia di una ragazzona dell'Arizona e di un armeno, sposata in seconde nozze con un turco. Nonostante le differenze culturali e ambientali, le famiglie delle due ragazze si somigliano, unite come sono da un  filo rosso di antichi rancori, che nel caso di Armanoush ha preso le forme di una delle più strazianti tragedie del secolo scorso (il genocidio degli Armeni), che qui diventa paradigma di un vivere quotidiano intessuto di piccole rivalità e di dispetti. E' un dispetto fatto alla ex suocera, per esempio, la scelta di un nuovo marito turco fatta dalla mamma di Armanoush, incapace di riprendersi dalla felare notizia del matrimonio dell'unico figlio maschio con una donna non armena; ed è una trafila infinita di dispetti quella che scandisce la vita della famiglia di Asya, ad Istanbul, tutta popolata di donne turche, dalla nonna alle sue quattro zie, visto che l'unico figlio maschio non solo ha osato lasciare la Turchia per studiare negli Stati Uniti, ma si è addirittura fermato là per sempre. In un panorama tutto al femminile, non stupisce che sia questo unico figlio maschio l'anello della catena che farà incontrare le due ragazze: Armadoush vive la sua identità di armena in modo sempre più conflittuale, soffocata dal rigore del ramo paterno e bramosa di conoscere direttamente la verità e per questo decide di partire per Istanbul, senza dir nulla a nessuno, chiedendo ospitalità alla famiglia del marito di sua madre. Che, ovviamente, è il fratello delle tante zie di Asya, che con lei ha in comune i 19 anni e il tormento della sua condizione. La prima è solare, semplice, diretta; la seconda è inquieta, seducente, tenera nel suo essere arrabbiata col mondo: diventano amiche ed iniziano assieme un viaggio nel tempo, alla scoperta di una storia di dolore, unico modo per poter sganciare le zavorre del loro passato e librarsi nell'aria pulita del loro futuro. Un cerchio che si chiude, là dove era cominciato, ma che apre ad entrambe le porte di una verità scomoda, inquietante, traumatica, a suggello di un lacerante rito di passaggio nel quale le domande troveranno risposta e la confusa incertezza di una identità celata si perderà per sempre, nella scoperta delle proprie radici e nel nuovo coraggio per affrontarle. 

Un tema così inquietante (e tre: di solito, odio le ripetizioni, ma ci son situazioni che inchiodano al vocabolario) è pericolosissimo da narrare. Perchè il rischio di finire nello splatter, nella pornografia, nella volgarità è costantemente dietro l'angolo. A meno che non si sappia scrivere, cosa che la Shafak sa fare e pure bene. Tant'è che trasporta tutta l'angoscia delle sue tematiche in un ambiente vivo, moderno, stimolante, giovane, ironico, dissacrante e la sviluppa in un romanzo, nel senso vero del termine: tanti personaggi, con i protagonisti cesellati in ogni dettaglio e via a sfumare, in una galleria di personaggi variopinti, ognuno con una fisionomia sua propria, a volte un po' troppo caratteristica, come d'altronde è inevitabile se si sceglie la via dell'umorismo. perchè- strano ma vero- in questo libro si ride. e lo si fa sullo sfondo di una Istanbul contemporanea, che morde il freno della modernità, che ci svela le sue mille facce, così differenti, così nuove, così contraddittorie, raccontate senza mai giudicare, con il distacco benevolo di chi sa amare, comprendere, perdonare. 

Grandissimo libro, davvero. 
buon fine settimana
Ale


sabato 13 ottobre 2012

Topless Oblige

Julian Followes, Snob





La rece vera e propria è più sotto. Qui, ci son solo due ricordi personali, tratti dal "libro della mia vita"- quello che non ho mai scritto e mai scriverò. Ma ogni tanto, qualcosa mi scappa...


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Aneddoto familiare n. 1

Qualche anno fa, in occasione di un breve viaggio a Venezia, avevamo soggiornato come ospiti paganti in una villa veneta. Ci aveva indirizzati lì un'amica comune e fummo accolti con grande familiarità, tant'è che ci vennero anche presentati i pro nipoti, coetanei di mia figlia, invitando i bambini a giocare insieme. La dimora che ci ospitava era il classico edificio storico gravato da spese inenarrabili, rese ancor più insostenibili dal fatto che nessun membro della famiglia avesse un impiego retribuito. E così, accanto ad opere d'arte di valore inestimabile, c'erano dispenser di sapone pieni d'acqua insaponata; nel cestino del pane della colazione, di manifattura rinascimentale, stazionavano gli avanzi della sera prima; e alle estremità delle decine di bracci dei giganteschi lampadari che adornavano i soffitti, esalavano una tremula luce solo tre o quattro lampadine a basso consumo energetico. Una vita di relazioni trasversali mi aveva abituato a questa coabitazione, per cui non ci avevo fatto troppo caso: non così mia figlia, che si trovava allora per la prima volta a contatto con un ambiente fino ad allora mai frequentato. Tant'è che la sera, alla nostra domanda su come avesse trascorso il pomeriggio con i suoi ospiti, lei aveva risposto, dubbiosa, che anche se avevano la sua età, erano "strani". 
"Non sono 'strani', Carola- le avevo detto- sono solo nobili".
Ed ero partita con una lezione sulle classi sociali, spiegandole che oggi certe differenze non si sentono più, ma che ancora esistono ed è per questo che ci sono bambini che pportano nomi antichissimi e che vivono in case che per noi sono musei e che studiano la storia sulle pareti dei loro saloni, mentre noi la studiamo sui libri. 
La creatura aveva ascoltato, attenta, tutte le mie parole, e alla fine aveva concluso, seria: "ho capito, mamma. Loro sono nobili- e noi siamo ricchi"

Aneddoto familiare n.2

L'amica nobile (e ricca, lei sì,  per davvero) dona parte degli archivi di famiglia ad un ente pubblico e mi invita alla cerimonia di consegna. A pranzo, capito in una tavola tutta blasonata e oltre a scoprire che esiste un'altra geografia, fatta di ducati, contee e principati, vengo introdotta all'iniziazione all'ingresso in società dei giovani rampolli, che prevedono corsi di ballo a Parigi, tenuti dalla ex principessa russa, bis bisbisnipote dello zar, battute di caccia alla volpe ed altre amenità del genere. Tempo cinque minuti mi ambiento e dopo un po' vengo assorbita nelle conversazioni, al punto che la mia vicina mi confida che anche lei ha un figlio di 4 anni, la stessa età della mia (di allora). 
"Potremmo presentarli, cosa le pare?"
"Molto volentieri", deglutisco io
"Quante lingue parla, sua figlia?"
"Mah... sa... a quattro anni... è bilingue", mi salvo in corner, graziata da una bisnonna che le parla solo in genovese e un nonno che non è da meno.
"Ah". Moto di disappunto, di chi se ne aspettava almeno tre e tutte fluenti. "E cosa fa?"
... come, cosa fa? a quattro anni, cosa fa? cioè, mi chiedo: cosa fa, una bambina di quattro anni? gioca, no?  e così, mi industrio e annaspo " mah... nuota (e faccio finta di non vederla nei 3 cm di profondità della piscina comunale, circondata da paperelle e palline galleggianti), scia (e di nuovo, chiudo gli occhi sull'abbonamento giornaliero dimenticato sotto mucchietti di neve, che non voio sciare, voio fale il pupazzo), balla (questo, almeno, è vero. Pure il valzer di Strauss, che a casa nostra per tradizione familiare è la musica del ballo di Cenerentola)..."
Il disappunto si è impadronito del volto della mia commensale
" e poi?"
Mi arrendo
"E poi, basta: ha quattro anni"
Sopracciglia inarcate, labbra tese, respiro profondo - e poi: 
"il mio, imbalsama"
Mi strozzo col consommè
"come ha detto, scusi"
"Imbalsama- me lo ripete, sillabando, bontà sua- "Im-bal-sa-ma. Gli uccelli morti, che trova nei viali della tenuta. e' la tradizione di famiglia, e lui la persegue sin d'ora. Dice che sua figlia potrebbe trovarlo di suo gradimento?"


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Lo sapevate voi che Julian Fellowes è lo sceneggiatore di Downtown Abbey e, qualche tempo prima, pure di Gosford Park, che a lui fruttò un Oscar e a me una lite memorabile con il non ancora marito, colpevole di essersi annoiato di fronte ad un film che per me era l'equivalente di un giardino di delizie e per lui un concentrato di bromuro?
Io no. 
Tant'è che quando ho comprato questo libro, l'ho fatto solo perchè convinta a)dal titolo; b)dalla casa editrice; c) e dalle promesse dei risvolti di copertina, che preannunciavano una satira pungente della high class britannica, scritta con una penna impietosa e graffiante. L'ho letto di un fiato e mi sono pure divertita, tanto da inaugurare la catena del prestito ai cari amici vicini, a consigliarne la lettura ai lontani e a pensare di parlarne anche qui sopra, prima o poi. 

Partiamo dalla trama, che è leggera e divertente: Edith Lavery  è la figlia di un revisore di conti e di una mamma che deve la sua formazione a Point de Vue, Sunday People e Araldica Oggi e che, al pari di tutte le mamme di questo mondo, desidera vedere la figlia sistemata, meglio se sotto un velo di tulle lungo 15 metri che copre metà della passiera di Westminster Abbey e un blasone nuovo di trinca come regalo di nozze della suocera. Da brava figlia, Edith fa di tutto per far felice sua madre e ci riesce alla grande, facendo capitolare nientemeno che lo scapolo d'oro più ambito dal parterre delle nobili fanciulle da marito, figlio di una inossidabile rappresentante della vecchia guardia di una classe sociale lasciata a combattere da sola contro chi attenta alla sua essitenza- vale a dire gli esattori delle tasse e i parvenu. Edith ce la fa, dicevamo, ma una volta assurta al ruolo di contessa- toh che strano- non riesce a reggerne lo stile di vita. Evidentemente, nella libreria della mamma mancavano le biografie di Lady D. e forse sarebbe stato meglio un ripassino veloce delle interviste della principessa sul bel caratterino dei suoceri e sul nitrito di Camilla, con tanto di ferma-immagine sullo sguardo perso nel vuoto e il "dammi una lametta che mi taglio le vene" in sottofondo. Ma Edith non è Diana Spencer e suo marito ha in comune con Charles solo il nome: tant'è che è lei a lasciarlo, per l'attore belloccio e altrettanto ambizioso, abile a succhiare popolarità dallo scandalo e palesemente infastidito dall'amore che lei prova per lui. Lascerà anche questo, constatato che l'orario continuato dalle 9 alle 5, con pausa pranzo spesa nel supermercato di fianco all'ufficio non è quella che fa per lei, riuscendo nella mission impossible di riconquistare il marito, sgominando la corazzata Potemkin della suocera e delle sue amiche, prossima sposa prescelta inclusa. Da lì in poi, Edith sarà la moglie aristocratica perfetta, con tutti i requisiti adatti per entrare di diritto nella galleria dei ritratti di famiglia, nel vestibolo: cani, cavalli, magione avita e pure il figlio illegittimo, a coronare uno stile di vita consolidato e intramontabile. 

Fin qui la trama- che però è ingannevole: perchè ad essere protagonisti di questa storia non sono nè Edith, nè Charles nè la voce narrante, l'amico di famiglia del conte di Broughton che però sceglie la via del palcoscenico, anzichè quella della campagna inglese, bensì l'intera classe sociale a cui il titolo del romanzo si ispira: gli Snob sono Edith e il suo entourage, ma a campeggiare sulla scena sono quelli che la nobilitas ce l'hanno- e pure nel profondo delle ossa. Fellowes li sceneggia, ancor prima che descriverli, con un acume a cui nulla sfugge, dagli odiosi nomignoli alle parche mense, dalle stanze fredde alle tubature gelate, da privilegi di casta gelosamente custoditi- e non c'è passare de tempo che tenga. E tuttavia, Fellowes non li condanna: ce li racconta, ce li rappresenta, non ci nasconde nessuna delle loro magagne, ma senza mai affondare la lama del coltello fino in fondo. Per chi lo ha paragonato a Jane Austen (e sono in tanti, ad averlo fatto) questo è un difetto, pure imperdonabile. Ma per me, che della Austen vedo poco o niente, a parte l'analogia dell'ambientazione sociale, è quasi un pregio. Come dire, non vogliamo troppo male a questi nobili che, per quanto deprecati e bistrattati, hanno dimostrato di saper resistere a tutto e di saperlo fare con lo stile che da smpre li ha contraddistinti e che, nel caso della nobiltà britannica, si tinge di misura, intelligenza e sense of humor. 
Piuttosto, là dove la penna di Fellowes è intinta in un inchiostro più velenoso, è nella resa dell'ambiente televisivo: è un particolare che è stranamente sfuggito ai recensori del romanzo, ma è proprio nei ritratti degli attori, nel mettere a nudo una mediocrità che si pasce di scandali e di opportunità da sfruttare e un egotismo inversamente proporzionale al talento che Fellowes spara a zero: lo fa con la solita sagacia, ma con un minore distacco, probabile spia di un coinvolgimento maggiore, che spezza la punta alle sue frecce, con qualche colossale "cilecca". 
Recensori più attenti di me hanno anche notato alcuni grossolani errori di tipo narratologico: la storia è raccontata in prima persona- focus interno, per quelli che se ne intendono- e quindi non si spiegano certe descrizioni, riferite ad episodi avvenuti lontano dagli occhi del narratore, ma che lui invece racconta con dovizia di particolari, come se fosse stato presente. 
Quisquilie, se posso permettermi. Esattamente come il paragone con la Austen, con Waugh, con Woodhouse e con altri immensi fustigatori di epoche e di costumi. Followes non è nulla di tutto questo, ma non per questo è autore da trascurare, anzi: il messaggio di Snob- vale a dire, che nobili si nasce- è forte e chiaro e mai così attuale, all'indomani dello scandalo da tabloid dell'ultimo scivolone della Casa Reale britannica, ad opera di una deliziosa parvenu che non ha resistito a togliersi il pezzo di sopra del bikini davanti ai raggi del sole della Provenza, dimenticando di essere l'erede al trono d'Inghilterra.
Come dire, Jane Austen lasciamola dov'è. E i reggiseni, anche.




sabato 6 ottobre 2012

Cinquanta Sfumature di....

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Rompo il riposo del Sabato, un po' per l'insonnia, un po' perchè sarebbe anche ora di riprendere le buone abitudini delle rece e un po' perchè era da parecchio tempo che non mi capitava di trovarmi avvinta come l'edera ad un romanzo che, stando alla quarta di copertina, non sarebbe mai dovuto finire nel carrello della mia spesa. Anzi, a dirla tutta, l'unico motivo per cui l'ho comprato è l'amore che mi lega a questa casa editrice, che con Amber inaugura una nuova collana, dedicata ai best seller di un tempo neppure troppo lontano, che oggi non s'usano più (e poi un giorno magari parleremo anche di un'altra di quelle cose che oggi non s'usano più, di quando i libri si acquistavano solo perché Einaudi o Sellerio e oggi invece bisogna leggersene metà, in bilico fra gli scaffali,  augurandoti che l'attacco di mal di schiena ti aggredisca quando sei arrivata almeno a capire se vale la pena di aprire il portafogli  o meno- ma non divaghiamo)

Nessun requisito per piacermi, dicevo, a cominciare dal paragone con Via col Vento, libro che nè possiedo nè ho mai letto (e a questo punto è inutile che aggiunga che neppure ho visto il film): non mi piacciono i polpettoni anni Quaranta, non mi piacciono gli stereotipi e delle buone maniere, francamente me ne infischio. Esattamente come mi sarei infischiata di questa Amber presentata come l'anti- Rossella, paladina di un' "emancipazione" conquistata a colpi dell'unica arma femminile che preferirei veder sepolta viva, anzichè trovarmela sulle prime pagine dei giornali un giorno sì e un giorno anche, magari associata a minorenni e borse di Gucci, ma tant'è: il libro è finito nella borsa e poi sul comodino e da quel momento lì non ce n'è stato più per nessuno, almeno fino a quando non sono arrivata in fondo alle quasi 900 pagine di una storia che mi ha tenuta incollata al romanzo come non mi succedeva da tempo

L'epoca, anzitutto: non quella dell'ambientazione della storia, ma quella in cui essa venne pubblicata. Siamo nel 1944, negli Stati Uniti- e nel 1945, in Gran Bretagna e nel 1948, in Italia- negli anni della ricostruzione, della miseria, dei sacrifici, in nome di un passato che non si voleva mai più rivivere e di un futuro che si annunciava gravido di opportunità e di conquiste sociali. Un'epoca di grande fermento, insomma, da cui le donne non erano certo immuni, anzi: l'esperienza della guerra, che le aveva obbligate a supplire gli uomini al fronte, in ruoli tradizionalmente maschili, aveva dato loro una nuova fiducia nelle capacità di un genere condannato da secoli ad una posizione di secondo piano. Tuttavia, la mentalità comune le voleva ancora inchiodate ad un destino stereotipato, sordo alle loro inclinazioni, ai loro desideri e alle loro aspettative e quanto più serpeggiavano questi fermenti, tanto più forte era la repressione, affidata anche a forme di persuasione più o meno occulta, che appiattivano l'immagine della donna "per bene" su canoni di comportamento omologati e intrisi di retorica e di moralismo. 
Ovvio che il "domani è un altro giorno" di Rossella O' Hara apparisse come il massimo della ribellione. Meno ovvio che, negli stessi anni, avesse preso a circolare anche un romanzo che oggi farebbe apparire le Cinquanta sfumature di grigio poco meno che ombre sottili, ma che all'epoca fece gridare allo scandalo mezzo mondo: non solo fu bandito da tutte le librerie di Boston, ma fu anche messo all'indice in 14 Stati e considerato responsabile di "70 riferimenti all'unione carnale, 39 a gravidanze illegittime, 7 ad aborti, 10 scene in cui le donne si spogliavano davanti a uomini con cui non erano sposate e una cinquantina di scene variamente pruriginose", come ricorda la Aspesi in una bella recensione su Repubblica. Sempre la Aspesi, ricorda gli ammonimenti del Production Code, il cosiddetto Codice Hays, una sorta di decalogo che vegliava sul cinema di quesgli anni, con l'intento di promuovere comportamenti edificanti nella società americana (e vietando, pertanto, i matrimoni fra persone di razze diverse, quale massimo esempio di edificazione morale, tanto per dirne una, oh yeah): guai a fare di Amber un film, si disse. E difatti, neanche un anno dopo, uscì nelle sale la versione cinematografica del libro, talmente "candeggiata", però, che non se la filò nessuno, a differenza di quanto era accaduto, pochi anni prima, con la premiatissima coppia Brent&Rossella. E così, di lì a poco, anche la fama del romanzo si spense, e Amber fu destinata all'oblio,  dimenticata sul fondo delle vecchie credenze o celata da innocenti copertine dalle abili mani delle nostre nonne. 

Ci son volute due generazioni a riportarlo in auge, come ricorda, in questa edizione Barbara Taylor Bradford, che trovò il romanzo proprio in un cassetto della cucina di sua nonna. Al di là delle facili battute sul DNA, resta il fatto che questo libro abbia segnato un'epoca e che, solo per questo, non meriti di essere dimenticato. 
Da qui a leggerlo solo come testimonianza di un periodo, però, ce ne passa: perchè, come dicevo all'inizio, il romanzo scorre che è un piacere, grazie ad una trama ricca di colpi di scena e ad una scrittura assolutamente felice: l'autrice, Kathleen Winsor, aveva molti tratti della sua eroina, quanto meno stando alla sua biografia, nella quale i matrimoni si succedono come grani di un rosario, dal primo, appena diciassettenne, con un compagno di università, al più famoso, con il jazzista Artie Shaw (quello di  e di Lana Turner e di Ava Gardner, a cui, ironia della sorte, aveva proibito la lettura di Amber, ben prima di sposarne la sua autrice); in seguito, ci furono l'avvocato che ne aveva curato un divorzio e finendo in gloria con un miliardario amricano, che la proiettò nella mondanità del jet set dei favolosi Anni Cinquanta a stelle a strisce.  Per quanto strano possa sembrare, però, il marito a cui la Winsor fu più debitrice fu il primo, il meno ricco e il meno famoso: è a lui infatti, studioso di storia inglese, che si devono i germi di quella passione per il periodo della Restaurazione che, assieme ad Amber, è il vero protagonista del libro. A detta dell'autrice, lei lesse quasi 400 tomi sull'argomento- e in tutta onestà, non c'è ragione di dubitarne: la precisione storica è puntuale, capillare, al limite del maniacale, e la si apprezza sia nei grandi affreschi della politica di quegli anni, sia nella ricostruzione degli ambienti e dello stile di vita dei tempi, descritti in modo attento e minuzioso: dagli abiti ai menu, dagli arredi alle acconciature, chiare pennellate che contribuiscono a creare un quadro storico di rara precisione, in un romanzo dichiaratamente "femminile" come questo. L'Inghilterra qui rappresentata è quella del dopo Cromwell, del ritorno degli Stuart a palazzo, nella persona di quel Carlo II bello e impossibile, che trasformò Whitehall in un bordello di lusso, fra intrighi, festini, amori cortigiani e tutto quanto fa Olgettina di lusso. Ma è anche la Londra della peste, del Grande Incendio, del Teatro del Re che apre alle prime attrici donne (l'ascesa sociale di Amber inizia proprio dal palcoscenico), della miseria e del lusso, dei banditi e degli usurai, degli astrologi e delle cameriere personali, del netto contrasto fra la salubrità della vita di campagna e i miasmi della vita londinese,  da cui la Corte, naturalmente, è la meno immune di tutti. 

In mezzo, c'è Amber,frutto di una nobile colpa,  ma cresciuta in campagna- la madre, morendo di parto, la affidò ad una contadina- che a sedici anni fugge aggregandosi ad un gruppo di cavalieri di passaggio, folgorata dall'amore per Bruce Carlton, bello, nobile e irresistibilmente bastardo, che le dice da subito quello che ogni donna emancipata vorrebbe sentirsi dire- e cioè che ne farà uno strumento di piacere, ma il matrimonio, mai e poi mai. Amber si adegua e, dopo un primo sbandamento iniziale, capisce che il vero segreto per l'ascesa sociale non è concedersi tout court, ma concedersi all'uomo giusto. Inizia quindi una trafila di "uomini giusti" che, scalino dopo scalino, la porterà a diventare la favorita del re, con tanto di ducato, palazzo nobiliare in città e pied à terre a Whitehall e figli bastardi d'ordinanza. Il tutto senza mai dimenticare lord Carlton che, nel frattempo, avrà mantenuto fede alle promesse, facendo fortuna nella pirateria legalizzata (corsari, si chiamavano), accumulando una flotta ed ingenti ricchezze, prendendo un prudente indirizzo americano e sposando un'altra, più giovane, più titolata e più ricca, di cui, orrore degli orrori, si professa pure innamorato. Questo non gli impedisce di divertirsi con Amber, seppur controvoglia, e di portarle via il primo figlio, il cui destino di futuro Lord Carlton gli impone di essere allevato da una madre come si deve- e pazienza se è quella Lady Carlton che, non paga di averti portato via tutto, si aggiudica anche questa posta. 

Sia chiaro: Amber è tutto, fuorchè una vittima. Si prende gioco di chicchessia, si pasce di intrighi, si vende al miglior offerente, senza che questo le provochi il minimo senso di colpa. E' una donna attenta solo alle apparenze, scaltra, pettegola, doppiogiochista e chi più ne ha più ne metta, tanto che, a tre quarti del romanzo, finisce per essere antipatica anche alla sua autrice: ne è prova il finale beffardo, ancor prima che ironico, a compimento di una condotta costellata di scivoloni plateali, tanto più sorprendenti quanto più riconducibili ad una che sulla scaltrezza e sulla padronanza di sè si è costruita il conto in banca. Ma si vede che, alla lunga, certi comportamenti stancano: la Winsor è sublime, nel non farsi mai sfuggire un giudizio morale e il finale è aperto proprio su questo, ancor prima che sulla trama: non solo nn sappiamo che cosa succederà di lei, ma neppure sappiamo che cosa di lei pensi la sua stessa autrice: il che, a ben guardare, è ciò che rende lieve una materia che leggera non è, proprio per niente.


buon fine settimana
Ale

martedì 3 luglio 2012

Il Must Have dei libri di cucina- i 10 titoli imperdibili nello scaffale ideale

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Già che ho un po' di tempo per smaltire qualche richiesta- e visto che questa è LA richiesta per eccellenza, eccovi l'elenco dei testi di cucina che dovrebbero far parte di una biblioteca ideale. Mi limito a 10 e ai conifini della nostra Penisola- e la prossima volta, affrontiamo il resto del mondo. Sul fatto che si tratti di una lista personale, basata cioè sui miei gusti e i miei orientamenti in materia e lasci quindi il tempo che trova, nella blogsfera e dintorni, spero di poter sorvolare, dandolo pacificamente per scontato. Anzi, se vi va di allungare l'elenco, con i vostri contributi, siete, al solito, i benvenuti


1. ARTUSI., P., La Scienza in Cucina e l'Arte di Mangiar Bene. Ovvero, quando la banalità della citazione è essa stressa tributo di grandezza. Che vi piacciano o meno le sue ricette, che vi piaccia o meno il suo stile, che vi piaccia o meno l'impostazione grafica delle varie edizioni, l'opera dell'Artusi è una tappa obbligata, anzi: LA tappa obbligata, per la costruzione di qualsiasi libreria di cucina degna di questo nome. Prima di lui, la cucina italiana non esisteva. Esistevano decine e decine di filoni regionali, assai più peculiari e radicati di quanto non lo siano oggi, spesso sconosciuti anche ai vicini più prossimi. Ma di una tradizione italiana, neanche a parlarne, almeno fino a quando non spuntò all'orizzonte questo coltissimo figlio di un droghiere di Forlimpopoli che coniugò da sempre l'amore per le belle Lettere con quello per la cucina, coltivata nella sua casa di Firenze, dove si trasferì dopo la famigerata "notte del Passatore", foriera di sventure per la sua famiglia e anche per lui. Più che un cuoco, Pellegrino fu un cultore della cucina: e questo, per quei tempi, aveva un che di rivoluzionario. Cucinare era roba da cuoche, fare la spesa roba da serve, scrivere di cucina equivaleva a trattare argomenti vili, e la penna non poteva che essere adeguata o adeguarsi. Artusi, invece, metteva a disposizione della materia la sua cultura di letterato, la sua devozione di appassionato, il suo fervore di patriota, per giunta mazziniano. Quello che Manzoni fece con la letteratura, Pellegrino lo fece con la cucina, riunificandola e raccontandola in una lingua che fosse la stessa per tutti (di nuovo, il fiorentino), conferendo alla cucina un'identità culturale che sembrava essersi smarrita nei meandri della storia. 
Da qui a farne un'opera completa, ovviamente, ce ne passa: d'altronde, non sarebbe potuto essere altrimenti, dati i tempi e le difficoltà loro connesse. Dispiace ma non stupisce, per esempio, che la cucina del Sud d'Italia sia poco rappresentata. E che alcune regioni, come le Marche, la Sardegna e la Puglia, siano quasi del tutto trascurate, a fronte di una preponderanza della tradizione toscana e romagnola. A me, da genovese, è sempre dispiaciuto che la ricetta del nostro minestrone fosse associata agli esordi di un'epidemia di colera, per esempio. Ma, senso critico e campanilismi a parte, non si può non riconoscere a quest'opera il merito che le spetta, come spartiacque e pietra miliare di un nuovo corso della storia della cucina nella nostra penisola. Una novità, nel senso più ampio del termine- a cui fa da contraltare una nota destinata a trasformarsi anch'essa in una costante del panorama della cultura italiana, vale a dire la miopia degli editori. Dopo non so quanti rifiuti, anche parecchio umilianti, Artusi si decise a pubblicare la sua opera a proprie spese, nel 1891. Neanche a dirlo, si trattò del successo editoriale più travolgente dell'epoca, con ben 14 edizioni stampate in 20 anni: se vi sembran poche, pensate solo all'analfabetismo dilagante a quei tempi ed aggiustate il tiro su quello. Basti dire comunque che nelle case dei "primi" Italiani La Scienza in cucina e l'arte di mangiar bene fu uno dei tre libri fondamentali, accanto ai Promessi Sposi e a Pinocchio, a conferma di un ruolo culturale indiscutibile ed indiscusso. 

Ada Boni, Il Talismano della Felicità: ovvero, la risposta femminile, venata di snobismo e di buone maniere, alla bonomia di Pellegrino. e questa, sia chiaro, non è una dichiarazione a posteriori, ma un fatto arci noto, allora come ora. Tanto l'Artusi traduceva nella sua opera un sistema di ricette che rispecchiava l'ordine borghese (cito Camporesi, sia chiaro), tanto la Ada ne prendeva le distanze, mirando a rispecchiare la cucina di una classe più alta, che traduceva nella raffinatezza delle portate e dell'arte del ricevere tutta la superiorità del proprio ceto. Schermaglie sociali e puzz sotto il naso a parte, il Talismano della Felicità resta uno dei migliori ricettari di tutti i tempi, per modernità e per affidabilità. I principianti apprezzano quest'ultima, gli esperti restano strabiliati dalla prima: e tutti si godno spiegazioni dettagliate, in una prosa gradevole, che compensa la mancanza di ironia con un garbo e una chiarezza senza pari. 


Com'era, il "già che ho un po' di tempo" dell'incipit di questo post? stamattina, è tutto un "mamma!mamma!" e ora mi chiama l'ufficio. Vi metto random i titoli degli altri imperdibili- e ci torno su, le prossime volte

3. Petronilla, Ricette
4. Carnacina- Veronelli, Il Carnacina
5. AA.VV. Il cucchiaio d'argento
6. Cerini di Castegnate, Livio- Il cuoco gentiluomo
7. Gosetti della Salda, Ricette regionali italiane
8. Francesconi C., Cucina napoletana
9. Righi Parenti, La Cucina Toscana
10. Bay, A. Cuochi si diventa

a staasera, per il vincitore dello Starbooks
ale

martedì 20 marzo 2012

Il Buio oltre la Siepe- e i Pancakes di Cal, per l'ultima Donna (St)raordianaria


Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda
Atticus Finch 

Picnik donne straordinarie

La prima volta che ho letto questo libro, dormivo nel piano rialzato di un letto a castello, in una minuscola cameretta, in un angolo ancora ridente della periferia genovese. Avrò avuto sì e no dieci anni e l'edizione che avevo recuperato aveva una copertina gualcita già allora e il titolo era quello- evocativo e quasi magico- della strepitosa traduzione italiana.

L'ultima volta, di anni ne avevo venticinque, abitavo a Canterbury e riempivo ore altrimenti vuote aiutando il titolare del negozietto di libri usati di fronte a casa a mettere ordine sugli scaffali. L'edizione era una Penguin altrettanto gualcita, con su il titolo originale, To kill a mockingbird, che sulle prime non mi aveva detto nulla: ma era bastato aprire il libro  e leggere un paragrafo a caso per decidere che la sua sorte non sarebbe stata quella di restare a prender polvere in terra inglese, ma di torsarsene a casa, con me. 
In mezzo, ci son state 40 riletture, per un totale complessivo di 42 volte. Erano 41 le tacche sulla controcopertina dell'edizione di mia madre, ridotta a brandelli e riaggiustata ogni volta alla bell'e meglio con lo scotch, e la quarantaduesima fu la sera di quello stesso giorno in cui lo ritrovai: quella volta, però, fu una lettura diversa, nuova, corale, con la versione originale che richiamava immediatamente alla memoria il testo della mia infanzia e, con esso, mille voci che credevo sopite e che ora si risvegliavano, destate dal susseguirsi delle parole sulla pagina: la bicicletta appoggiata al muro del negozio di mia mamma, la scuola gialla e la mia maestra strampalata, la "casa vecchia" con l'orto pieno di sole e la cantina ombrosa e umida e il solito ritornello che ha scandito i primi anni della mia vita, quell'"Alessandra, chiudi quel libro" che per anni mi ha seguito come un'ombra, ovunque andassi, qualsiasi cosa facessi.
Ho sempre amato rileggere ed anzi, da bambina non riuscivo a farne a meno: i libri erano davvero degli amici e prenderli di nuovo in mano era l'unico modo che avessi per poterli riascoltare e rifrequentare: ma Il Buio Oltre la Siepe li battè tutti. Era il romanzo che avevo sul comodino, il libro che infilavo nella cartella, da ragazzina e, più tardi, nella borsa- ed ogni volta erano letture integrali, dalla prima all'ultima pagina, quasi che non potessi tollerare di perdermi una frase, una parola, una virgola, di quello che per la critica fu uno dei capolavori della leteratura americana del secolo scorso e che per me è, più semplicemente, il libro del cuore.


il buio oltre la siepe

Il tempo ha aggiunto molte informazioni sull'origine e la fortuna di questo romanzo: per esempio, ho saputo che fu Truman Capote ad insistere perchè la sua amica Harper Lee lo scrivesse; che il libro si aggiudicò il Pulitzer, nel 1960; che da allora, l'autrice non scrisse più nulla, ma si ritirò a vita privata, vestendo i panni di una sorta di Salinger al femminile. Ma, al tempo delle avide riletture, di queste cose nulla sapevo- e nulla mi sarebbe importato: ero solo una ragazzina che aderiva a pelle con la protagonista, una bambina di sei anni, voce narrante di una storia dove l'ingiustizia si interseca con la giustizia, la vittoria con la sconfitta, l'altezza e la profondità di un senso etico puro con gli abissi delle più torbide bassezze- e lo fa con gli occhi di una bambina, con l'ingenua e ferrea logica di chi si aspetta che la giustizia trionfi, perchè giusta e i buoni vincano perchè buoni.

Spiegarle che non è così che vanno le cose spetta al suo papà, un giovane e avvocato della provincia del Sud degli Anni 30, prossimo a difendere un altro giovane, che sconta come unica pena quella di essere nato nero e che, per questo, viene ingiustamente accusato del peccato  più turpe. Insieme a Tom Robinson, Atticus Finch difende il mondo a cui ha votato la sua vita e in cui si ostina a credere, che è quello della legge e della pratica della giustizia, unico baluardo a tutela del valore dell'uguaglianza, della parità dei diritti, del rispetto di quella dignità che, ancor prima che uomini, ci rende persone; difende una scala di valori irrinunciabili ed immutabili, sempre pronti a risorgere dalle ceneri delle loro sconfitte, linfe vitali di un imperativo etico che è l'altro filo che si intreccia nella storia delle brutture dell'umanità e che le rende per questo più sopportabili,  meno disumane: e, infine, difende i suoi figli, dalle conseguenze di una storia troppo difficile da capire, troppo grande da sopportare, troppo amara da digerire. Ma li difende alla Atticus Finch, senza nasconderli dalla realtà, ma dando loro le uniche armi con cui valga la pena di combattere , ben diverse dalla carabina con cui stende, al primo colpo, il cane rabbioso che terrorizza il quartiere,  sintetizzate dal precetto che ripete alla sua bambina, la sera, tenendola sulle ginocchia: impara a metterti nei panni degli altri.
In questo senso, Il Buio Oltre la Siepe è uno dei più alti inni alla tolleranza che siano mai stati scritti: perchè celebra una tolleranza che parla il linguaggio della comprensione- e non della compassione; della sussidiarietà- e non della solidarietà; della simpatia- e non della pazienza. E' la matrice comune del nostro essere uomini e donne, l'unica arma contro un destino che ci capita in sorte senza che ci siano meriti o colpe a determinarne il corso, facile alleato dei pregiudizi, dell'ignoranza, della cattiveria. Ed è, in ultima analisi, la risorsa inestinguibile che ci spinge ad andare avanti, a rialzarsi, da vinti, a ripartire, da sconfitti, sapendo che l'unica ricompensa sarà una coscienza pulita, una faccia che si riconosce, ogni mattina e ogni sera, un "si alzi, miss Louise: sta passando suo padre", struggente e toccante tributo a chi ancora non si arrende ed ancora ci crede.

La ricetta di oggi è un omaggio a Calpurnia,la governante nera che si prende cura di Jem e Scout, i figli di Atticus, dopo la morte della loro madre. Anche se nel libro ci sono molte figure femminili, è Cal quella a cui sono rimasta più affezionata: perchè è colei che arriva dove non giunge l'amore infinito del papà di due bambini senza mamma, con un accudimento ruvido e buono che è fatto di silenzi e di rimbrotti, di gesti affettuosi e di lavate di capo, di salopettes da rammendare e lacrime da asciugare- e di "vai piano con quella melassa" che, nei miei ricordi di bambina, è sempre stato il modo più immediato, più quotidiano e più sincero di voler dire al proprio figlio "ti voglio bene".
Qui la ricetta, della Dani

PS. non volevo scriverlo, ma tant'è. Se mia madre, mia sorella e qualche amico di vecchia data passa da qui, avrà i fazzoletti in mano. Perchè Il Buio oltre la Siepe è davvero il libro su cui ho modellato tutta la mia vita, il mio basso continuo, l'ispiratore, spesso involontario, di tutte le mie scelte, non ultima quella di una professione esercitata senza filtri e senza risparmio di tempo e di energie. Prima di oggi, era una specie di segreto, svelato a pochi, in confidenza. E se non ci fossero state le Donne (St)raordinarie, che per quante idee avessi, mi riportavano sempre qui, avrei glissato anche stavolta. Ma ogni volta che me lo sono lasciato scappare, ogni volta che ho sussurrato che se mai ho un testo di formazione, è proprio questo, tutti mi hanno risposto che ci avrebbero giurato. E, vi assicuro, per me non c'è mai stato complimento più grande.