lunedì 7 gennaio 2013

Del furor d'aver libri...Glauser, Gimenez Bartlètt e Ali


Tre libri, stasera: e non perchè sia stata presa da una insana voglia di smaltire gli arretrati, quanto per il denominatore comune che li lega, pur nella loro diversità. Per puro caso, li ho letti quasi uno di seguito all'altro e il confronto è stato, gioco forza, inevitabile, segnando per giunta un confine ben marcato fra chi ha vinto la sfida, chi c'è riuscito a metà e chi, invece, è naufragato nella sua presunzione, in un folle volo verso uno dei cimenti più ardui per chi voglia scrivere un romanzo: vale a dire, la padronanza di una materia composita, variegata e in apparenza sconnessa, quale è appunto quella scelta da ciascun autore come argomento della propria storia. E' una sfida "alta", di quelle che mettono a nudo le tue capacità e i tuoi limiti, tanto che sono molti gli autori che preferiscono non raccogliere il guanto. I tre che seguono lo hanno fatto con esiti che a me sono parsi differenti, l'uno dall'altro, a conferma della difficoltà dell'impresa e dell'alto valore della posta in gioco


F. Glauser, Il Tè delle Tre Vecchie Signore

Ci credete se vi dico che non so ancora se questo libro mi è piaciuto o no? Quello che so per certo è che, pur essendo stato di difficile lettura, non mi ha mai fatto venire voglia di abbandonarlo: il che è cosa buona, indizio della percezione di un'opera degna di essere letta, da una parte, e della scarsissima preparazione letteraria della sottoscritta, dall'altra. Eppure, erano anni che desideravo comprarlo, attratta com'ero dal titolo e dalla casa editrice, in assoluto quella che preferisco per la raffinatezza delle scelte, la capacità di scoprire talenti e di proporre vere e proprie chicche, altrimenti destinate a giacere nei cassetti di chissà quanti altri editori. Ed è proprio per festeggiare il suo quarantesimo compleanno che la Sellerio ha deciso di ripubblicare i venti titoli più emblematici della sua storia, da Sciascia a Camilleri, a cui va il merito di aver risollevato dal rischio di fallimento i coniugi Sellerio, consentendo ai mitici libretti blu di tornare a riempire gli scaffali delle librerie.
Glauser, dicevamo: un autore svizzero, considerato il padre del giallo elvetico, riscoperto a seguito del grande successo di Durenmatt, di cui fu il maestro e dal quale, però, venne oscurato. Non a caso Sciascia, sul risvolto di copertina, fa notare l'anomalia e cerca subito di metterci una pezza , ricorrendo al consunto paragone con Simenon e con Maigret che, mai come in questo caso, è fuori luogo. "Il tè delle tre vecchie signore", infatti, è una divertente e datatissima storia di spionaggio, nei toni ingenui e un po' enfatici che tanto affascinavano il pubblico degli anni '30, che vede qui soddisfatte tutte le sue aspettative: personaggi surreali che celano la loro vera identità chiamandosi "numero 72" piuttosto che "colonnello," ambientazioni che spaziano dalla sontuosa dimora del politico inglese al rifugio spartano della spia russa, la prorompente presenza della magia nera, una rutilante storia d'amore, l'eroina con i pantaloni e i capelli alla maschietto, gli affondi nella nuova scienza della psichiatria e, a far da filo conduttore, una serie di cadaveri disseminati qua e là. Insomma, un'accozzaglia di argomenti che sembrano la traduzione in prosa di quei gabinetti delle meraviglie che appagavano le smanie di collezionismo in voga qualche secolo fa, nei quali i pezzi di pregio finivano per essere confusi fra paccottiglie e cianfrusagli di ogni genere. In tutta onestà, non escludo di aver completamente sbagliato approccio alla lettura, convinta com'ero che si trattasse di un giallo di impianto classico: anzi, a ripensarci, sono certa che se lo avessi letto con uno spirito diverso, meno imbrigliato nelle aspettative di genere, me lo sarei goduta infinitamente di più, magagne o non magagne. Quasi quasi lo rileggo, cosa dite?


Alicia Gimenez- Bartlett, Riti di morte

Ancora la Sellerio, ancora un'altra operazione editoriale: dopo Camilleri e Carofiglio, tocca ad Alicia Gimenez - Bartlétt l'onore di veder ripubblicati i suoi romanzi in volumi unici che raccolgono, a gruppi di tre e in ordine cronologico, l'opera omnia di questa autrice spagnola, nota in tutta Europa per aver creato una delle coppie investigative più strampalate e simpatiche della storia del giallo, vale a dire l'ispettrice (ispettore??) Pedra Delicado e il suo vice, Fermin Garzòn. A proposito di questo libro, qualche giorno fa vi dicevo che la prima volta che lo avevo letto, non mi era piaciuto granchè o meglio: non mi aveva fatto "nè caldo nè freddo", come si suol dire. Oggi, invece, lo trovo un bellissimo romanzo, prima ancora che un bellissimo giallo, tanto che fatico a parlarne in poche righe, tali e tanti sono gli spunti su cui si potrebbe riflettere e discutere. La spina dorsale è un'indagine poliziesca: Barcellona è tenuta sotto scacco da un violentatore seriale, che marchia le sue vittime con una sorta di fiore e che, nel giro di poco tempo, getta la città nel panico. Al caso viene affidata l'ispettrice Pedra Delicado, che da poco è entrata in Polizia dando una brusca virata alla sua vita, rinunciando al prestigio di uno studio legale ed agli agi di una borghesissima vita matrimoniale per immergersi in una realtà meno patinata ma più vera, nella quale può finalmente riconoscersi e ritrovarsi. Finita dritta a scartabellare in archivio, Pedra viene recuperata come tappabuchi per l'indagine (nel suo commissariato sono tutti o malati o in ferie) e, a completare l'opera, le viene assegnato come vice Fermin Garzòn, un poliziotto alle soglie della pensione, una sorta di manovale delle forze dell'ordine, solo, sensibile e rassegnato a non chiedere nulla alla vita. Che i due, all'inizio, facciano scintille è tutto nelle premesse, che si sviluppano in un rapporto prima di reciproca tolleranza e poi di progressiva conoscenza, fino a trovare un punto d'incontro fra la scorza ruvida di Pedra e la sommessa rassegnazione di Fermin, secondo un copione consolidato ma che, sotto la penna della Gimenez- Bartlett, non scade mai nel banale o nel ripetitivo. Nulla, a dire il vero, è banale e ripetitivo, in questo romanzo- non i personaggi, non l'angolazione con cui si narra la storia e non la Barcellona in cui tutto si svolge, colta a tal punto in ogni sua sfaccettatura da svestire i panni statici del semplice scenario per diventare una sorta di basso continuo, capace di modularsi in modo così naturale sui personaggi e sulle situazioni da costituire essa stessa un personaggio vivo ed essenziale alla storia.
Definire Riti di Morte un romanzo giallo sarebbe sbagliato: non riduttivo, non fuorviante- sbagliato e basta. L'indagine, infatti, è solo una voce di una partitura più ampia, che l'autrice sa dirigere con sicurezza e con maestria, alternando al ritmo incalzante dell'azione quello pacato della riflessione e passando disinvoltamente dal piano della narrazione dei fatti a quello dell'introspezione dei pensieri. Il tutto, senza mai sbagliare un attacco, con un dosaggio dei tempi assolutamente perfetto, dove ogni elemento trova un proprio spazio dove esprimersi al meglio e fino in fondo.
La seconda avventura è sul comodino....


Monica Ali, In the Kitchen

Comincia bene e finisce malissimo, questo romanzo pretenzioso, ambientato in una Londra moderna, multietnica, lacerata da contraddizioni sempre più drammatiche, la cui trama si stempera in una serie di rivoli tanto verbosi quanto inutili. Dalla prima metà in poi, mi sono chiesta che fine avesse fatto l'editor, visto che, se mai c'era bisogno di usare le forbici, era proprio in questo caso. Con 200 pagine di meno, sarebbe stata tutt'altra lettura, posto che vi piacciano i de ja vu e i dolori stereotipati di ex giovani capaci solo di piagnucolarsi addosso. Così, invece, resta un'opera noiosa, dispersiva, faticosa, il cui unico pregio è un macroscopico debito ad Anthony Bourdain- da Kitchen Confidential ad Un Osso in Gola- il che dimostra, ancora una volta, che a misurarsi con dei giganti ci si perde sempre e che la presunzione non paga. Quanto meno qui sopra.

Buona serata
Alessandra