lunedì 7 gennaio 2013

C.Dunne- Donna alla Finestra

Catherine Dunne è una delle poche- pochissime, a dire il vero- autrici contemporanee per cui la definizione di "scrittrice 'al femminile" non mi provoca un immediato travaso di bile.
Questo perchè mi riconosco non solo nelle donne che lei descrive, ma anche nel modo in cui lo fa: asciutto, senza essere cinico, coraggioso senza essere eroico, compassionevole senza essere patetico, verosimile, senza essere verista. Virile, sarebbe forse l'aggettivo più adatto per descrivere questo approccio, se non fosse che ci porterebbe su una strada tutta diversa da quella che la Dunne vuole percorrere: perchè lei racconta storie di donne, che da donne affrontano le curve della vita, da donne si comportano e da donne vengono trattate ed amate. Lo fa in modo onesto, focalizzando la sua attenzione su un mondo domestico che l'intimità non scherma dalla violenza, dagli abusi o dalle lacerazioni che infrangono la tranquillità della vita di ogni giorno. Le sue donne sono tutte chiamate a ricucire strappi e lo fanno in un modo dannatamente e meravigliosamente umano: incavolandosi, rimboccandosi le maniche, trovando la strada per la loro rinascita non tanto nella loro dignità, quanto, più banalmente, nel non potersi permettere il lusso di lasciarsi andare, in una dimensione di normalità nella quale non è difficile riconoscersi, almeno una volta nella vita.
Tutta questa premessa per dire che, tendenzialmente, la Dunne mi piace. A parte qualche eccezione, ahimè...

Io, sul Noir ho una teoria. E cioè, che noir si nasce. Non  è un genere che si può imparare sui banchi di scuola, un esercizio di stile, una struttura che si sceglie come un abito nell'armadio e che, come tale, si indossa. Il noir è qualcosa che viene da dentro e che rende la trama accessoria ad un'atmosfera inconfondibile, dove l'azione si mescola all'introspezione, i buoni si confondono con i cattivi e il cinismo sfuma nella malinconia e nel rimpianto per ciò che non è stato. Intingere la penna nell'inchiostro del noir, quindi, non è cosa da tutti e meno che mai lo è per chi non ha questo genere nelle proprie corde. Come Catherine Dunne, per esempio, che imponendosi di oltrepassare il confine che segna il territorio delle sue storie, fa il passo più lungo della gamba. Perchè, come dicevo, nel noir non è la materia a fare la differenza, ma lo sguardo con cui la si osserva, l'animo con cui la si filtra, il tono con cui la si racconta. Tanto è coinvolgente nel raccontare i piccoli, grandi drammi dellavita quotidiana, con la complicità e la simpatia di chi sa e può comprendere, quanto è inconsistente nel volerli vedere attraverso una prospettiva che non le appartiene per niente. Se a ciò si aggiunge una trama molto labile, con personaggi male abbozzati a far da cornice alla protagonista, ecco che la delusione è completa. Quando si dice (alla)deriva noir...
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