lunedì 19 agosto 2013

Margaret Powell- Ai piani bassi

Di solito, quando mi imbatto in un brutto libro che ho scelto da sola, senza farmi condizionare da nessuna suggestione esterna, in scala da 1 a 10 mi arrabbio al massimo 3. L'occhio critico può segnalare una miriade di cose che non vanno, ma non per questo il tono dell'umore ne risente, anzi: da lettrice, so bene che questo è un rischio che fa parte del gioco. Ma visto che leggere è il mio gioco preferito, lo corro , in modo consapevole e talvolta persino divertito. 

Le cose cambiano se le mie scelte sono invece palesemente condizionate: dalla critica, dalle classifiche di vendita, dai risvolti o dalle fascette di copertina, dall'amico marchettaro che si è casualmente imbatutto nell'ultimo capolavoro di turno, "che bisognerebbe farlo conoscere ai tuoi amici". In quel caso, il livello di incavolatura della sottoscritta, sempre in scala da 1 a 10, schizza immediatamente a mille. E poi da lì riparte, a seconda degli stimoli che trova, a mano a mano che la lettura procede e il libro avanza inesorabilmente o nello scatolone del ciarpame da regalare al primo che se lo prende o nel secchio della rumenta- in ogni caso, il più possibile lontano dai miei occhi, che non sia mai che la vista del prezzo di copertina mi riacutizzi il sistema nervoso. 

E' lì che finirà Ai Piani Bassi di Margaret Powell, uno dei libri più brutti che abbia letto dall'inizio di quest'anno a oggi: il fatto che si sia solo al 20 gennaio è una macroscopica attenuante, ovviamente voluta: perchè non è che questo romanzo sia proprio da buttar via: qualche pregio, ad essere onesti, ce l'ha. Ma rispetto alle strategie del lancio pubblicitario, che lo ha presentato come la fonte ispiratrice di Downton Abbey , siamo lontani mille miglia. Perchè- chiariamocelo subito- a dispetto della foto di Highclare Castle in copertina e della fascetta glialla che scandisce a chiare lettere il concetto (caso mai non lo si fosse capito), questo romanzo non ha nulla a che vedere con la serie televisiva: nè l'ambientazione, nè la trama, nè i personaggi- e meno che mai regge l'analogia fra Miss Powell, cuoca mediocre e occasionale, con Miss Patmore, personaggio assolutamente centrato e perfetto, in ogni dettaglio. 

A parziale discolpa dell'editore, va detto che già in Inghilterra il libro è stato presentato così, come la fonte che ha ispirato la serie a Julian Fellowes. In ogni caso, si tratta comunque di una mostruosa forzatura, di cui il lettore inizia a rendersi conto un po' prima della metà della storia, allo stesso punto in cui comincia la parabola discendente, che arriva fino alla fine senza dar mai segno di risalita. 

Il romanzo, come dicevamo qui, è autobiografico: è la storia di una cuoca, messa a servizio da una famiglia troppo povera per poterla mantenere a casa o, meno che mai,  per assicurarle quel minimo di istruzione a cui lei aspirava. Una vita grama, senza dubbio, ma capace di trovare una forma di sublimazione e di riscatto nella scrittura, così come è in effetti accaduto: da umile sguattera, infatti, la Powell è diventata una ricca signora, e questo grazie alla fortuna arrisa a questo romanzo, dato alle stampe nel 1968 e da allora sempre continuamente rieditato. 

Le premesse per aspettarsi una grande storia, quindi, c'erano tutte: di qua il legame con una serie televisiva straordinariamente ben fatta, di là la promessa di una scrittura viva, palpitante, emozionante, quale è da sempre quella degli autori che di queste tematiche si son fatti interpreti, sia che abbiano virato sulle note di una nostalgica ironia, sia su quelle del sarcasmo, sia su quelle della aperta commozione. 

Invece, niente di tutto questo. Di Downton Abbey, nessuna traccia. Le case dove va a servizio la Powell sono tutte dimore modeste o comunque lontanissime dai fasti della magione dei conti di Grantham e lo stesso vale per il personale di servizio: quello  che sarebbe potuto diventare un terreno di indagine privilegiato, intessuto della fitta rete di relazioni che restituisce vita autonoma anche ad una comunità spesso negletta come quella che sta ai piani bassi, si esaurisce in un banale elenco di facce che sbiadiscono alla pagina successiva. Nessun aggancio con il mondo esterno, nessun anelito ad una giustizia sociale che oltrepassi il dato anedottico, nessuna traccia di emozioni, quasi che la protagonista abbia vissuto tutta la sua vita anestetizzata da qualsiasi turbamento, qualsiasi trepidazione, qualsiasi slancio di vero affetto. Anche quando parla della sua famiglia e dei suoi figli, la Powell mantiene sempre questo tono asettico e autocentrato: il matrimonio è visto come l'unica via d'uscita da una vita che non le piace, i figli sembrano semplici accessori, una sorta di scotto da pagare in un susseguirsi di "mali minori" che, alla fine, provocano nel lettore un moto di stizza sincera contro il vero filo conduttore del romanzo, che altro non è che la continua scontentezza della sua autrice, declinata nelle forme più mediocri di una desolante banalità, della trama e dello stile. 

La parte più irritante riguarda ovviamente l'occasione perduta: della Powell, di raccontarci un'esperienza che sarebbe potuta essere straordinaria e del lettore, che avrebbe potuto entrare a farne parte, se ci fossero state le premesse per farlo. A maggior ragione, se si considera il grande interesse dell'argomento: se l'autobiografia è quella di una cuoca, la supposizione più immediata e l'aspettativa più innocente è che il libro pulluli di storie che riguardano il cibo o le cucine: invece, niente di tutto questo- o meglio: solo quel poco che permette all'autrice di continuare a battere sullo stesso tasto, dell'autocommiserazione e del povera me. 

Sia chiaro: che la Powell abbia patito una vita di stenti, nessuno lo nega. Così come nessuno nega che si provi un misto di compassione e di rabbia per la diseguaglianza sociale, di quella e di tutte le altre epoche della storia. Solo che qui stiamo parlando di un romanzo, non di un fatto storico. Vale a dire, del modo in cui si è scelto di raccontare una storia: la Powell lo fa con questo fondo rancoroso che diventa ben presto la pesante zavorra che impedisce alla trama di sollevarsi e di raggiungere quelle vette che di solito ci si attende, quando si parte da queste premesse: in alto o in basso, non fa differenza. Siamo in un romanzo, non nella realtà. E quindi, lo stile non è un accessorio, ma il fondamento e un buon materiale diventa tale nel momento in cui lo si sa raccontare. Cosa che l'autrice sa fare a metà, prigioniera com'è di questo taedium vitae che non la schioda da quei toni piatti e privi di entusiasmo, nemmeno quando parla di cucina. Che è argomento fecondo come pochi, da qualsiasi parte lo si affronti. Vederlo svilire in questo modo, è un doppio colpo al cuore, perchè doppia è la delusione: del lettore e dell'appassionato, destinati entrambi a rimanere a bocca asciutta, a fronte del "piatto ricco" che ci è stato promesso e di cui a noi son rimaste poche briciole e un retrogusto di stantìo di cui avremmo volentieri fatto a meno.