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lunedì 17 agosto 2015
TORTA DI PANE ZUCCHINI E POMODORI...E CHE CI FACCIO QUI
Torta di pane,zucchini e pomodori: vai subito alla ricetta
Tutto cominciò con una escort.
O meglio: con il sospetto di una escort.
O meglio ancora: con il sospetto che si sospettasse che io sospettassi...
Meglio fare un rewind....
Punto uno: Non sono gelosa.
Sono scorbutica, impulsiva, collerica, saccente, puntigliosa quando mi ci metto e disordinata anche quando non mi ci metto, arrogante, presuntuosa (se me lo dite, mi offendo), ma gelosa proprio no.
Neanche da adolescente, quando mi svegliavo un giorno sì e un giorno anche con una cotta fulminante per il compagno di banco o il più carino della spiaggia, per tutto soffrivo le pene dell'inferno tranne che per la gelosia.
Neppure sopportavo fidanzati gelosi, per cui non crea stupore che abbia sposato un uomo che sta agli intighi e ai sotterfugi come la sobrietà a una banda di hooligans o la gavetta ad Aurora Ramazzotti: non pervenuta, insomma. Mio marito è capace dei peggiori sacrilegi in materia di intelligenza sociale, tipo presentare amanti nascoste a mogli legittime o assistere a flagranze di reati contro la morale coniugale senza battere ciglio e, quel che è peggio, senza minimamente cogliere che qualcosa non va. Farglielo notare, poi, è ancora peggio:le obiezioni vanno da "sei la solita malpensante" (quando la realtà è ampiamente sconfinata nell'evidenza) a "ma figurati se ho tempo da perdere in 'ste robe"( in replica al "cosa ti avevo detto?" pronunciato sulle pubblicazioni per le seconde nozze del fedifrago con la ex amante, assurta ora al ruolo di prossima sposa). Nella sua primitiva concezione del mondo da ingegnere alfa, tutti i bisogni dell'umanità possono essere ampiamente soddisfatti da un computer, un campo di calcetto, un abbonamento alla Nord e una birra- archiviando il resto alla voce "stracciamenti di maroni", di cui quelli relativi alla moglie occupano, neanche a dirlo, il grado più alto.
Per fortuna, esistono le amiche.
Rigorosamente femmine, rigorosamente ciarliere, rigorosamente capaci di vedere l'evidenza e anche quello che ci sta dietro, sfumature di vari colori comprese. E di parlarne, con la complicità leggera che si conquista solo dopo lunghe ed abituali frequentazioni, meglio se davanti al tavolino del bar degli apertivi-e meglio ancora se al secondo giro di spritz.
Vale più quello che un abbonamento a Vanity Fair o alla pagina dei necrologi del Decimonono. in mezz'ora, sai tutto quello che avresti sempre voluto sapere e hai naturalmente osato chiedere, sperando pure in qualcosa di più.
E quindi....
"quindi, adesso, quando vanno ai congressi, hanno la escort compresa nel prezzo"
La scena è la solita, al solito tavolino sotto i tigli della piazzetta più incantata della città,con le solite tre protagoniste, con qualche guest star alla bisogna, come quella che sta parlando in questo momento, istruendo le altre sulle ultime tendenze in materia di shipping.
"no, dai, non esagerare: compresa nel prezzo, addirittura?"
"fra gli accessori dell'hotel. Praticamente, te la trovi lì, in mezzo agli spazzolini, il lucidascarpe, l'accappatoio e le babbucce: me lo ha raccontato una mia amica, che aveva accompagnato il marito a Londra ed è salita in camera prima di lui.. non vi dico la scena...."
"Maddai, ma non ci credo... sarà stata la donna delle pulizie, su..."
"Se ti dico che è così... guarda che a Barcellona hanno inaugurato un 5 stelle in cui il valore aggiunto è proprio quello"
"E questo chi te lo ha detto,scusa? l'ennesima moglie gelosa?"
" No cara... una che ci lavora"
" Amica tua pure quella?"
" No, amica di tuo marito"- e giù risate, come se non ci fosse un domani.
Per la cronaca, rido ancora adesso- al ricordo di quel pomeriggio e all'abnormità della faccenda.
Chi ride un po' meno è mio marito che, da allora, si deve sobbarcare la presenza della moglie a tutti i congressi a cui è invitato, in barba ai suoi programmi di serate perfette, con facebook, Rachmaninov, birrazza e rutto libero. Ora gli toccano giri città, cene al ristorante, pure carte di credito prosciugate purchè mi levi dai piedi per mezz'ora, il tutto secondo un copione collaudato che, di solito, inizia con la lettera d'invito e finisce con la nota spese, al rientro a casa.
Il colpo di scena che ci ha portato a Sing sing, insomma, era un fuori programma.
Ma questo, la prossima volta...
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giovedì 7 maggio 2015
IL MALITO DELLA SIGNOLAAAAAAHHHH
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Antefatto: domenica scorsa, nel corso di una estenuante maratona di shopping, affrontata stoicamente dalla sottoscritta in Armani tacco 8, capello sciolto e tubino astringente modello tunica di Deianira, mio marito ha deciso di rinnovare l'abbigliamento sportivo, nel mega store dell'ultimo piano del centro commerciale giapponese più famoso di Orchard Rd. Mentre la Van Pelt era impegnata ad addomesticare un costume da bagno di taglia nipponica nel camerino delle signore, il di lei marito ha provveduto agli acquisti che ha poi regolamente pagato alla cassa,con tanto di ritiro della merce bellamente impacchettata in carta di riso con ideogrammi e fiori di loto. Il lunedì sera, la sorpresa: mancano due paia di calzoncini Reebok, che risultano nello scontrino, ma non sono nella borsa. E quindi, il martedì mattina, si va a reclamare il maltolto- rigorosamente in ballerine.
Questo è l'antefatto, sintetizzato per necessità
Quello che segue, invece,è la cronaca minuziosa del più assurdo faccia a faccia con un servizio clienti che mi sia mai capitato, in una vita che,alla voce"assurdità",è parecchio affollata.
Di mio, ci sono gli aggettivi, gli avverbi e l'interrogativo sovrano del "che ci faccio qui?".
Ma tutto il resto è oggettivamente, sinceramente, assurdamente vero.
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"I casi sono due" elaboro mentalmente mentre fendo zaffate di caldo per il centro di Singapore. "O hanno realizzato subito l'errore- e allora i calzoncini sono stati messi da parte, in attesa del reclamo, o non se ne sono accorti-e allora amen, staremo più attenti la prossima volta. Tu limitati ai fatti-e poi vediamo"
I fatti vengono condensati in un sobrio discorsetto, alla signorina del customer service che, con gentilezza,mi chiede di aspettare e di ripeterli al suo diretto superiore.
Obbedisco, aspetto e ripeto.
Sempre sobria, concisa, convincente.
Il superiore annuisce, il che mi fa sperare che la missione sia andata a buon fine-e invece no.
C'è un altro superiore.
Al quale devo ripetere di nuovo tutto quanto, meglio se con le stesse parole, perché quando uso "assente" al posto di "mancante" un'ondata di panico si diffonde nei sottoposti, che attaccano a confabulare, in giapponese stretto.
Torno alla versione ufficiale e la ripeto, a mo' di tabellina, fino a quando, finalmente, si arriva al superiore responsabile dell'inferiore addetto alla vendita dei calzoncini.
Il quale viene convocato, arriva, si inchina, mi guarda e mi chiede di dirgli che cosa sia successo.
Io ormai sono in modalità mantra,per cui ripeto tutta la storia e, vivaddio, il commesso si illumina.
E mi dice che sì, si ricorda benissimo tutto.
Di un signore europeo con la moglie, che ha comprato i calzoncini e poi non li ha ritirati.
"Ma ora la moglie c'è e possiamo sistemare tutto", esclamo,gioiosa.
E improvvida.
Anzi: sprovveduta, inesperta e pure gnurante.
Perchè qui in Oriente, non basta riconoscere un errore.
Prima di metterci rimedio, bisogna emendarlo.
Con una cerimonia di scuse che inizia con quella che a te pare una contrita mortificazione-ma poi sfocia in una apologia del commesso ,volta a far capire che sì, l'errore c'è stato, sì il colpevole è stato individuato, ma la colpa non è da una parte sola.
Perchè "il malito della signolaaahh"- indice puntato sulla sottoscritta-'sti benedetti calzoncini li ha scelti, ma non li ha presi, capito? E se "il malito della signolaaaahh"- indice sempre più vicino- non ha preso i calzoncini,come poteva,il povero commesso, capire che li avrebbe voluti comprare? E qui inizia una pantomima bell'e buona, con il commesso nei panni di mio marito, con tanto di dialoghi surreali ('libok buona malca, laaahhh? "tu plendele due e pagale uno, solo pel oggi, bella giolnata, laaahhh?), al termine della quale la certezza matematica che la sottoscritta ha sposato un deficiente è stata condivisa con tutto il personale e sta quasi per trasformarsi in pietà.
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Raccolgo quel che resta della mia dignità e provo a ricondurre la discussione nei termini di un discorso ragionevole: va bene che il malito della signolaaah non brilla in senso pratico, va bene che abbiamo sbagliato noi, va bene che ora sono io che chiedo scusa-e pure da venti minuti buoni: ma visto che i calzoncini son qui e risulta che li abbiamo pagaati, posso una buona volta prenderli o no?
Posso.
Certo che posso.
Tu pagale, tu plendele.
Tu pagale, tu plendele.
Ma prima, qualche domanda.
Tipo perche la signolaaahh ha lasciato che il di lei marito commettesse un'azione del genere. dov'ero, cosa facevo, perchè non l'ho fermato, insomma.
Questa la so-e vado sicura: la signolahh non c'era, perchè stava nel camerino.
A misurarsi il costume
Quello a quadretti, marca Arena,modello Ippopotamo di fantasia, registrato alla voce numero 4 dello scontrino fiscale emesso nella data di domenica scorsa.
Me li dai,ora, 'sti calzoncini?
No.
Prima, la domanda numero due- colore dei calzoncini.
La logica mi indurrebbe a rispondere che non posso saperlo,di che colore erano, visto che non ho assistito alla scena. Ma qualcosa mi dice che oggi, per la logica, non è giornata,per cui tiro a indovinare
"Neri"
No, sbagliato
Non è giornata neanche per le botte di chiulo
Ritento
"Blu"
Neanche blu.
Chiedo l'aiuto da casa e chiamo mio marito
"blu scuro"-e ci aggiudichiamo anche la seconda domanda.
Ormai sono in partita, vada con la terza
"che taglia?"
Ok, facile, questa la so
XL,rispondo, sicura.
Silenzio.
XXL? azzardo,incerta
Altro silenzio.
Dopodichè, l'inimmaginabile.
il commesso mima le dimensioni di mio marito, dalla cintola in giù.
Chiedendomi di stabilire se possono corrispondere alla XL o alla XXL.
Dietro, sui fianchi, davanti.
E davanti a tutti, ovviamente, visto che ormai attorno a noi abbiamo la folla delle grandi occasioni.
Esprimo il desiderio di sparire dalla faccia della terra,rantolo XXL e,miracolosamente, passo il round.
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Ultima scena, alla cassa prima dell'uscita
Lo scontrino è stato ribattuto, i calzoncini sono stati impacchettati, il commesso mi sorride, soddisfatto e io sono in una sorta di nirvana, per cui amo tutti (marito escluso).
Allungo la mano per afferrare la borsa e, inattesa, implacabile, ineffabile, l'ultima richiesta.
"Posso vedele foto del malito della signolaaahh?"
Per sicurezza, aggiungeNe ha mimato camminata, cadenza, inflessione della voce e parti basse.
Ma, tant'è, non siamo ancora sicuri al 100%
E i calzoncini hanno bisogno del 100%, per passare di mano.
Accendo il telefono e cerco la foto- che, ovviamente, non ho.
Mi collego a internet,cerco su FB, niente.
Gatti, brodaglie da food market dei bassifondi, "io amo il gasp", proklami politici in una prosa che farebbe inorridire i bimbiminkia di tutto il pianeta-ma di foto sue nemmeno l'ombra.
Vado sul profilo- e si blocca l'applicazione
Il commesso aspetta, senza fare una piega.
Ritento- niente.
E allora, disperata, ritelefono a mio marito e gli dico quello che mai, nella mia vita, avrei pensato di dover dire.
A nessuno, per la verità, ma a mio marito meno che mai
Gli chiedo di farsi un selfie.
Possibilmente senza sghignazzare.
E quello, una tantum, obbedisce.
Naturalmente, invano.
Possibilmente senza sghignazzare.
E quello, una tantum, obbedisce.
Naturalmente, invano.
Sintetizzo: il selfie arriva nel momento in cui il cellulare si sblocca, mostrandomi questa foto qui
che è quella che giro al commesso, ridotta a uno straccio e senza più un briciolo di dignità. In cambio, ottengo un profluvio di inchini, unaserie di sguardi compassionevoli e, vivaddio, 'sti belin di calzoncini che, per la cronaca, sono ancora nella borsa, visto che da allora,il malito della signolaaah, ha pensato di avere altre priorità.
Ferma restando quella di mandare la moglie a far figuracce al posto suo,dall'una e dall'altra parte del mondo...
mercoledì 15 aprile 2015
E' ufficiale: An Old Fashioned Lady in Singapore
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Mettiamola così: non avevo più nulla da dire, con questo nuovo blog, aperto più solo per recuperare le millanta ricette sparse per il web, e quest' ultima tranvata di una vita che sembrava giunta al capolinea degli obiettivi dà un nuovo senso a una presenza sul web sempre meno convinta.
Già, perchè un diario ci vuole, qui dall'altra parte del mondo, un po' per fissare tutto, ma proprio tutto quello che capita, in una città lontana anni luce dal nostro stile di vita- e un po' per celia e unpo' per non morir: perchè sapere che, almeno per i primi tempi, ieri sarà uguale a oggi e oggi sarà uguale a domani è cosa fortemente ansiogena, almeno per la sottoscritta.
E dunque, cominciamo.
E cominciamo dal più classico degli inizi, ovvero il "che ci fate lì?" che è la domanda più ricorrente che mi sento porre, da quando abbiamo deciso di trasferirci a Singapore
Tutto ebbe inizio alla fine dello scorso ottobre- il 2014, pochi mesi fa- e con un congresso di non ho capito bene cosa, in cui mio marito doveva fare una relazione.
Su cosa, non lo so neanche adesso, ma francamente non è che mi sia mai importato molto: se accompagno l'ingegnere nei viaggi di lavoro, l'unico parametro da considerare è quanto riuscirò a fare da sola, senza di lui. E visto che Singapore sembrava rientrare a pieno titolo nell'elenco dei luoghi per donne -single-con- marito- ingegnere, ho pronunciato il fatidico "vengo anch'io".
Avesse detto "no, tu no", il consorte, non saremmo qui.
Invece, è andata che siamo partiti, siamo arrivati, ci siamo intontiti per il jet lag, mi sono stordita di frappuccini e dim sum e quando avevo finalmente deciso che "ok, Singapore è bellissima, ma non fa per me", è arrivata la bomba.
"Mi hanno offerto un lavoro, qui"
Ora, immaginatevi la scena.
Sfondo anonimo di camera di hotel, categoria "no smoking, no escort", con valigie spalancate sul letto da due giorni, modalità "la mia casa aspietta ammé", e la Van Pelt con una cofana di capelli da 95% di umidità costante, un incrocio fra Napo Orso Capo e Branduardi prima maniera, che alza lo sguardo dal condizionatore al quale è stata avvinta tutto il giorno, chiamandolo Hitchcliff e sognando le brume del Masonshire, solo per dire:
" e tu hai accettato,vero?"
ATTENDERE CHE FINISCA IL RACCONTO, PRIMA DI COMMENTARE CHE NON SONO NORMALE
Vien fuori che no, non ha accettato, perché non ha i requisiti. Quali requisiti, non si sa-perchè nemmeno li ha chiesti.
Non è adatto-e basta.
Ora, se c'è una cosa che mi banda in bestia è rinunciare a priori.
Le uniche rinunce ammesse, nel mio decalogo, riguardano quello che nonti piace, quello che ti fa fare brutta figura e quello che fa ingrassare.
Per tutto il resto, ci si prova, specie se, come nel caso in questione, non c'è niente da perdere e se si è dotati di un cervello al cubo, a seppur minima compensazione di tutto il resto, dalla diplomazia al senso dell'ordine.
E quindi, per la prima e finora unica volta nella storia, il gentile popolo di Sing Sing ha assistito ad una puntata in trasferta della famosa telenovela "Albaro come Secondigliano", un po' come quando era venuto Ridge a Portofino, per Biutiful- con la piccola differenza che il mascellone della sottoscritta non era immobile in posa statica, ma dava fiato a pieni polmoni a tutte le sue teorie.
Il viaggio di ritorno ci ha visti silenziosi e indifferenti.
Idem, nei giorni successivi al rientro.
E poi, ho smesso di pensarci, fino alla metà di novembre, quando trovo sul tavolo della cucina una serie di fogli, smarcati con delle crocette, a penna.
"Sai, quel lavoro a Singapore?... ecco, mi han mandato i requisiti... e le voci smarcate, son quelli che ho"
Con tutta che amo i cimiteri, mai così tante croci mi hanno riempito di gioia.
E quindi, vai con gli "wow, che bello, ma che figata, ma che opportunità, ma come sono contenta, che finalmente si parte anche noi, ancora qualche anno e andiamo, il tempo di far finire gli studi alla Carola, io arrivo al minimo dei contributi e..."
No.
Mi sbaglio.
Non è "ancora qualche anno".
E' domani, o meglio oggi, o meglio subito.
Si parte il 6 gennaio -e siamo al 27 di novembre e all'improvviso mi rendo conto dell'enormità della cosa.
La mia casa, il mio lavoro, la mia carriera, le mie cose-devo rinunciare a tutto.
E non oso affrontare la parte più dolorosa, quella degli affetti, di una mamma e una sorella che uno scherzo del destino ha legato in maniera inaspettata- e mia figlia, il cui "io non vengo" ha il sapore amaro di una morte annunciata.
Per farvela breve, da ieri sono qui- definitiva.
Ho raggiunto mio marito per tre settimane a gennaio, il tempo di trovar casa, fare finta di arredarla e metterlo in condizione di avere un posto dove tornare alla sera (per le mogli degli ingegneri, ogni spiegazione è superflua, per le altre è inutile), sono tornata ai primi di febbraio, ho chiuso la nostra casa, ammassato il suo contenuto in un altro appartamento e mi son trasferita da mia madre, con la figlia e il gatto. Al momento, lavoro ancora (come un'ossessa: vorrei concluderò tutto il possibile, prima dell'addio), ma con l'autunno chiuderò anche quella a cui avevo pensato come ad una certezza, nella mia vita, e che invece si è rivelata l'ennesima parentesi. Mia figlia andrà avanti e indietro, i miei suoceri sono già stati qui, nelle settimane in cui non c'ero e stiamo organizzando un Natale all'Equatore, con un elenco di invitati che inizia e non finisce, da cui mancano solo Boldi e De Sica, per essere al completo.
E quello che succederà, nel mezzo, ve lo racconterò da qui. Ricette varie comprese.
lunedì 20 ottobre 2014
LIVE FROM SINGAPORE
Viaggiamo Emirates, con scalo a Dubai, quel tanto che basta per rendersi conto di una diversità che non ci piace (dagli eccessi del lusso all'assenza di carta igienica nel bagno delle donne, perché fra i divieti a cui il mio sesso è sottoposto, in questo angolo del mondo, è contemplato pure questo) e arriviamo a Singapore alle 8 del mattino, con 24 ore di veglia che, secondo me, dovrebbero metterci al riparo da qualsiasi jet lag.
"non quando voli da questa parte" assicura il marito che, ultimamente, "da questa parte" ci è di casa. Ma Singapore gli manca ed è anche per questo che accogliamo la ferale notizia della camera che ancora non è pronta con allegria: dei tati modi per ingannare il tempo, l'opzione "giro nei dintorni" resta la mia preferita, a maggior ragione se non ci si è ancora stati e se quelo che vediamo è così...
Siamo a un passo dal "quartiere arabo", così chiamato dal nome della via principale, Arab Street, che però, a dirla tutta, di "principale" ha poco, visto che le scorrono parallele altre stradine, tutte altrettanto variopinte e pittoresche. E incasinate e assolutamente "arabe", in merito ai colori, ai profumi, ai negozi di stoffe (assoltamente da urlo), di lampade e di tappeti. Sono le dieci del mattino ed è troppo presto per godercelo nella sua dimensione più vera: ma a volte, basta poco per innamorarsi...
"barcollo ma non mollo", potrebbe essere il mantra di questa prima mattinata: perché se è vero che non ho le forze (e i calzini) per entrare nella Moschea, non sono ancora nella condizione di gettare la spugna. Mi gira la testa, per il sonno, il caldo, l'umidità e l'essere ancora vestita come nella Genova di 24 ore fa: ma a pochi passi c'è il famoso quartiere indiano, una delle attrattive certificate di Singapore e sarebbe stupido non dare un'occhiatina...
Doverosa premessa: ci si torna. Non fosse altro perché siamo in piena "Festa delle luci" (Deepavall), perché una cena indiana la si fa, perché ora siamo troppo stanchi per goderci qualcosa nel vero senso del termine e buon ultimo perché il tassista, ieri sera, ci ha parlato di un mega super market, Mustafà, che è una specie di Harrod's etnico, molto più economico e più sgangherato, ma allettante tanto quanto. Secondo la mappa, ci si arriva facile, tirado su per Arab Street: secondo la topografia reale, ci tocca una deviazione per lavori in corso che ci porta in un quartiere piuttosto degradato, lontanissimo dalla Singapore che vedremo nel pomeriggio e che è a una manciata di km a dir tanto: come dire, che i contrasti esistono anche qui. Meno violenti, meno sfacciati, più "delicati", insomma. Ma ci sono.
Stando alle guide politicamente scorette che leggo io, la Little India di Singapore consente un assaggio di India vera, depurata dai miasmi che, ahinoi, dell'India vera costituiscono la parte più reale. Da un giro veloce, deduco che potrei essere d'accordo: rispetto al quartiere arabo, c'è un gran casino e l'impressione è che questo sia un quartiere infinitamente più vissuto: signore in sari con le borse della spesa, uomini che si industriano per caricare e scaricare furgoni, gente che va e che viene e che si affolla, praticamente dovunque: il clou è al tempio, aperto per la celebrazione del culto, ragion per cui non lo si visita e si rimanda ai prossimi giorni: per ora, ce lo giriamo random, finchè si resiste...
Mio marito crolla alle 12,37 ora locale. Colpa del jet lag, ma anche della giacca, della camicia, di un'umidità che si tocca e del mercatino indiano. Come dire, c'è un limite a tutto. E così, proprio mentre stavo iniziando a divertirmi, si trova un taxi e si torna in hotel.
Nota uno: i taxi sono tanti, bellissimi ed economici. Usateli come e quado volete, anche se alla sera il prezzo aumenta sensibilmente. I tassisti sono gentili, affabili e simpatici: quello del mezzogiorno, ci fa una mini lezione di cucina di Singapore, suggerendoci tutte le bettole più immonde (ad una delle quali mio marito aveva già riservato il suo ultimo sguardo) e tutti i tipi di cucina che possiamo trovare: insiste per il Laksa e si raccomanda di non infilarci nelle catene. Qualsiasi posto va bene, per una "great food experience"- basta che non siano ristoranti in serie.
Rispetto all'ora in cui avremmo dovuto avere la camera, siamo in anticipo. Ma la parola d'ordine, qui, è efficienza, sempre coniugata con "gentilezza" e nel giro di tre minuti siamo sistemati. Devo solo abituarmi ead essere servita, sempre, in tutto e per tutto- e sempre col sorriso. Ma qualcosa mi dice che imparerò presto...
Il "tu dormi pure, io intanto leggo" si trasforma in una due ore di sonno senza sogni, dal quale mi sveglio pronta per aggredire tutti i segreti della città. Non prima dell'atroce scoperta che in questo hotel arci fornito, pure di robe superflue come l'asse da stiro (e sottolineo il punto), manca il phon.
"chiama la reception e fattelo portare" è il commento insensibile del marito, che la natura ha dotato di una chioma "normale", non della cofana da palombaro della sottoscritta. Invento un sistema complicatissimo di mollette e mollettoni, mentre penso con rimpianto alla piastra da viaggio che giace incorrotta sul ripiano del lavabo di camera mia e poi si parte.
Prima tappa: la bettola fetida di cui sopra.
Che, vivaddio, è chiusa.
E io amo Singapore, ogni secondo di più.
Un altro giro nel quartiere arabo ce lo fa piacere ulteriormente: ora è affollato, vivo, pieno di negozietti deliziosi, di quell'etnico-chic che mi mette d'accordo con mia figlia (io prendo lo chic, lei l'etnico) e che mi fa fermare ad ogni vetrina, memorizzando numeri, punti di riferimento e liste di regali: quel tanto che basta perché il marito si stufi e decida che è ora di fare sul serio. Altro taxi e in cinque minuti eccoci qui...
Segnatevi le date.
Nel 2005, il governo di Singapore decide di realizzare un parco sulla baia, dell'estensione di 101 ettari (letto bene: centouno, e gli ettari son ettari, anche da questa parte del mondo)
Nel 2006, parte il bando per l'appalto, al quale partecipano 70 progetti e che viene vinto da due studi britannici, uno per il Giardino della zona sud, uno per la zona est, rimandando successivamente quello della zona centrale.
Nel 2011 apre Bay South, nel 2012 Bay East e giurerei di essere stata pure in Bay Central.
In tutti i casi, 101 ettati di parco, realizzati in sette anni, massimo nove.
E noi stam qui a contare i morti, per la copertura di un torrente...
L'attrazione principale sono i giardini , da non confondere con l'Orto Botanico (quello, ce lo teniamo per giovedì, l'unico giorno in cui il marito avrà il pomeriggio libero). Sono suddivisi in due padiglioni, l'uno tropicale, l'altro "normale" e vale la pena di visitarli entrambi, sia per il contenuto che per il contenitore...
Dentro, è come stare all'Euroflora: solo che da noi capita una volta ogni cinque anni, qui tutti i giorni....
Alcune piante hanno nomi divertenti: questo, per esempio, è "l'albero fantasma"
queste, le lingue di suocera...
e questo, "il Vecchio della Montagna"...
(superfluo dire che è il più fotografato di tutti).
A proposito di foto, ecco l'ultima mania dell'Estremo Oriente:
Il "porta selfie": una specie di canna uncinata, su cui potete sistemare il vostro cellulare e farvi tutti i selfie che desiderate, senza dover invocare ogni volta la dea Kalì o Elastigirl. Senza contare la comodità della sbarra blocca traffico, che ti permette un'inquadratura perfetta, senza i soliti passanti distratti...
Il secondo edificio è quello della Foresta Tropicale, sottotitolata "addio piega"
Ovviamente, il marito che nell'altro giardino doveva essere pregato supplichevolmente per ogni scatto, qui ci ha dato dentro a profusione, sogghignando ogni volta che mi guardava: per cui, godetevi le ultime immagni, mentre io ritento con le mollette...
cena, figuracce e massaggi nella prossima puntata ;-)
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