domenica 22 gennaio 2017

I CANESTRELLI DI SERGIO SALOMONI... E CHI HA PAURA DELLA FELICITA'?




E' da quando son nata che mi sento ripetere che non bisogna dire di essere felici.
Educazione, riserbo, rispetto per gli altri, timore di ostentare, un pizzico di superstizione hanno fatto di me quella che, quando va tutto bene, prudentemente tace, con le dita incrociate dietro la schiena e la litania del “se puo’ andar male, lo fara’” che noi Genovesi ci portiamo tatuato nel DNA, alla voce “maniman”.
Il che significa che, se le cose vanno male, ci si lamenta di brutto.
E se invece vanno bene, ci si lamenta lo stesso.
Magari un pochino di meno, giusto quella volta al giorno per levarsi di torno la sfiga e tutte le benedizioni che questa signora porta con se’.
Ma dire “si grazie, tutto bene” non si puo’.





Credo dipenda da un problema culturale, perche’ qui dove vivo ora e’ esattamente l’opposto. La felicita’ non e’ qualcosa da nascondere, se la si ha, ma da mostrare, anche se non la si ha.
E basta paragonare le facce dei tuoi vicini di metropolitana, ogni mattina, per rendersene conto.
Da noi, son tutti ingrugniti. Qui, son tutti sorridenti.
All’inizio, pensavo a una paresi.
Cosa avessero da sorridere, ‘sti qui, proprio non lo capivo.
Perche’ e’ vero che per un Indocinese vivere a Singapore e’ una solenne botta di chiulo (il primo che dice che Sing Sing e’ la Svizzera dell’Indocina, provi a paragonare le condizioni di vita dei paesi confinanti, per dire, e poi vediamo se fra Sing Sing e la periferia di Kuala Lumpur c'e' la stessa differenza che fra Zurigo e Arcore): ma e’ anche vero che le levatacce del mattino, gli scherzi del clima, i capuffici, il traffico, i conti da far quadrare e tutto quanto fa “logorio della vita moderna” sono uguali per tutti, in tutte le parti del mondo.
“E’ che loro non pensano”, e’ stata la seconda risposta.
Quella che mi ha fatto compagnia per parecchio tempo, ad essere sincera, anche grazie al conforto di un libro che mio marito ha sul comodino, scritto da un asiatico e intitolato proprio “Gli Asiatici pensano?”: se non fosse che la risposta, che arriva dopo 200 e rotte pagine di disquisizioni filosofiche e’ che, toh, guarda, pure loro lo fanno (e questo lo so non perche’ abbia letto le 200 e rotte pagine etc etc, ma perche’ sono andata a sbirciare la fine- ma a mio marito non ditelo)
Adesso, dopo esattamente due anni di permanenza qui, la vedo diversamente.
E penso (toh, lo faccio pure io) che la ragione ce l’abbiano loro.



Di nuovo, la conferma mi viene dai social:leggo le pagine locali ed e’ tutto un incitamento al sorridere, al guardare al lato buono delle cose, a ringraziare gli dei per tutto quello che abbiamo, che facciamo e che faremo.
Passo sul FB italiano e mi sembra di leggere il libro delle Lamentazioni con le glosse di Jorge da Burgos: e perche’ il freddo, e perche’ gli immigrati, e perche’ Trump, e perche’ je suis Charlie, e perche’ “se la sono cercata”, e perche’ “mi ha rubato la ricetta” e perche’ questo e perche’ quello- che si guardi alla nostra vita o a quella degli altri, lo si fa sempre con questo occhio avvilito e arrabbiato, incapace di vedere le cose buone della vita o-peggio- di trascinarle in questo baratro di pessimismo e rassegnazione.
Che due palle, posso dirlo?
E cosi, inverto la tendenza e da oggi vi dico che sono felice.



Sono felice perche’ intanto sono approdata sana e salva da quest’altra parte del mondo- e visti i chiari di luna degli ultimi tempi, nonche’ l’economy di KLM, non era affatto cosi scontato.
Sono felice perche’ ad attendermi ho trovato un marito altrettanto felice, almeno per i tre minuti in cui e’ rimasto a sentirmi senza che gli venisse mal di testa (e comunque sono un record... il giorno del matrimonio, per dire, l’emicrania gli e’ venuta dopo che ho detto “si”)
Sono felice perche' ho mangiato un chicken rice favoloso, ho camminato per tre quarti d'ora senza che mi venisse una trombosi (il marito deve ancora impratichirsi con le fermate dell'autobus e cannarne una a Singapore non e' come sbagliarne una a Pentema, per dire) e all'arrivo ho trovato 23 gradi, alla faccia di chi crede che il freddo polare sia arrivato solo in Italia.
Sono felice perche’ la nostra nuova casa e’ bellissima. Piu’ bella dell’ultimo bellissimo indirizzo italiano, piu’ bella di tante bellissime case in cui avrei voluto abitare. Due cucine, di cui una grandissima e l’altra deliziosa, due dispense , due frigoriferi giganteschi e lo chute diretto che mi evita la noia di dover scendere a buttar giu’ la rumenta mi scaraventano direttamente al settimo cielo. Piu’ su, ci mettiamo la benedizione della Salma (che a casa nostra significa la botta di chiulo ad aver trovato una donna di servizio come lei), la creatura che sta per raggiungerci (e questa volta non col contagocce ), vicini cordiali e formiconi giganteschi, che per ora riesco ad accompagnare caritatevolmente alla finestra anziche’ sterminarli senza pieta’ come toccava alle little ants della casa di prima. Aggiungiamoci un autobus che mi porta in 10 minuti a Little India, l’Ikea dietro l’angolo (in Alexandra Road, e qualcosa vorra’ pur dire) e, buon ultimo, il forno nuovo- e ditemi davvero cos’altro potrei desiderare di piu'.
Forse un'infornata di canestrelli.
Ma ho fatto anche quelli....

CANESTRELLI DI SERGIO SALOMONI


Questo e' uno degli ultimi tormentoni- almeno, fra quelli di cui sono direttamente responsabile, dopo la focaccia, i baci di dama salati, i canestrelli alle acciughe e altre amenita' che "a volte ritornano": ma e' anche uno dei biscotti che preparo piu' spesso e non solo per una questione di nostalgia, visto che li ho sempre fatti con regolarita', anche quando vivevo a Genova.
Il merito e' tutto della ricetta che magari non sara' proprio quella originalissima delle mie parti ma che ha tutti i requisiti per essere definita la ricetta perfetta: riesce al primo colpo, e' facile e veloce da preparare e, buon ultimo, assicura risultati eccellenti. 
Il merito va a Sergio Salomoni, un signore che ho avuto l'onore di conoscere, seppur solo virtualmente, molti anni fa, autore di una serie di piatti che molti di noi preparano ancora oggi, da lui raccontati con un garbo e una competenza rari ed oggi, purtroppo, rimpianti. 
Con queste dosi vengono circa 20 biscotti, se tagliati nella forma tradizionale (quella grande, con lo stampo a 8 petali e un diametro di circa 8 cm). Con stampi piu' piccoli, naturalmente, ne otterrete di piu'. 
Lo stampo originale e' difficile da trovare (specie se lo si lascia a casa, a 10000 km di distanza): potete ovviare con un comune tagliabiscotti a forma di fiore e praticare poi il caratteristico foro centrale con il manico di un cucchaio di legno o una cannuccia. 

300 g di farina per dolci (00)
270 g di burro freddo, a cubetti
100 g di zucchero semolato
1 uovo, tuorlo e albume
mezzo cucchiaino da caffe' di semi di vaniglia (all'incirca i baccelli di una bacca)
un pizzico di sale
zucchero a velo (per me, facoltativo, anche perche' a Genova li mangiamo anche nature)

1. Setacciate la farina con il sale sulla spianatoia
2. Incorporate i cubetti di burro, con la punta delle dita. L'impasto formera' delle briciole, via via sempre piu' grosse. 
3. Unite lo zucchero e la vaniglia e continuate ad impastare, sempre con la punta delle dita
4. in ultimo, aggiungete il tuorlo d'uovo e impastate velocemente con il palmo della mano. 
5. Date all'impasto la forma di una palla e avvolgetelo in pellicola trasparente. Mettetelo in frigo per circa mezz'ora
6. Infarinate leggermente il piano di lavoro e stendetevi l'impasto, appiattendolo prima con le dita e poi col mattarello, ad uno spessore di almeno mezzo cm. 
7. Formate i canestrelli, disponendoli via via su una teglia da biscotti, rivestita di carta da forno 
8. Reimpastate i ritagli e formate altri canestrelli, fino ad esaurimento dell'impasto. 
9. Sbattete leggermente l'albume e spennellate con questo la superficie dei canestrelli (a me non piace e non lo faccio mai, ma bisognerebbe farlo)
10. Infornate a 180 gradi, modalita' statica, per 10 minuti. Sfornate i biscotti quando sono appena appena dorati. 
11. Lasciateli raffreddare completamente nella teglia, prima di cospargerli di zucchero a velo. 

Si conservano a lungo, in una scatola di latta ermeticamente chiusa e, al pari di tutte le frolle, acquistano in sapore, col riposo. Perfetti col te', col caffe' e, se piccoli, anche fra i dolcetti del dopocena. 

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