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lunedì 16 febbraio 2015

A GRANDE RICHIESTA... LA STUPENDISSIMA!



"Stupendissima" è una voce che nel vocabolario della lingua italiana non c'è- perchè non tutti gli aggettivi hanno il grado superlativo e "stupendo" è fra questi. 
E' però una voce che Google conosce- e ancor meglio la conosceva qualche anno fa, quando questa torta spopolò sul web, in maniera dilagante ma del tutto inattesa. 
Correva l'anno 2009, scrivevo su un forum di cucina e mi ero innamorata di un libro, Kitchen, una raccolta di ricette della rivista Marie Claire, con foto alla Donna Hay e spiegazioni un po' traballanti, ma che all'epoca mi tenevano incollata alle pagine, neanche si fosse trattato delle cinquanta sfumature del catalogo ikea o dei nuovi arrivi alla voce "teglie".
Per farvela breve, era tutto un provare ricette, compresa anche questa torta, al limone e cocco, come vi racconto più sotto, nel post che in origine l'accompagnava. E siccome già al primo assaggio aveva praticamente steso tutti i volontari, avevo anche pensato di condividerla sul forum di cui sopra, chiamandola Stupendissima, in risposta ad una discussione sulle manchevolezze di alcune forumiste in materia di lingua italiana. 
Piccola premessa: devo parte della mia conoscenza culinaria a signore sgrammaticate e generosissime, che mi hanno messo a parte dei loro segreti e delle loro ricette, con una passione e un entusiasmo e una bravura che ho disperatamente cercato, senza trovarla, nelle cucine di chef laureati. Ragion per cui, anche se sono una vecchia prof di italiano, non è a queste persone che chiedo una conoscenza scrupolosa della nostra lingua, così come non la chiedo ai calciatori o ai meccanici o a quanti fanno un lavoro che non la prevede, come requisito essenziale:  ovvio che mi infastidiscono i congiuntivi sbagliati, ma a un centravanti che mi stende con la consecutio temporis e non segna un gol continuerò sempre a preferire uno che parla come un troglodita, ma al momento buono, la mette dentro.
All'epoca, mi chiamavo raravis, ma van pelt si nasce. e visto che le maestrine mi infastidiscono oltremisura, la mia risposta era stata tutta nel nuovo nome di battesimo dato a questa torta che, sul momento, passò inosservata. 
Ci volle questa signora qui (ma guarda un po'...) che un giorno riportò in auge la ricetta, magnificandola con tutti gli aggettivi ad hoc della lingua italiana- e pure usati in modo corretto: e da allora, per qualche tempo, "Stupendissima" entrò di diritto nel vocabolario internettiano, con buona pace dei censori e degli accademici della Crusca. 
Le mie informazioni si fermano qui. Da quel momento in poi, infatti, ho avuto un po' da fare e non son stata dietro alle sorti di questa torta: ogni tanto, qualcuno mi scrive ancora adesso per ringraziarmi per la porca figura e, anche se i miei meriti sono davvero risibili, incasso con soddisfazione, perchè so quanto piacere faccia rendere felici i propri commensali. 
A casa mia, la si prepara, anche in una versione mandorlata, detta la Stupenderrima, per la legge della par condicio, che per un colpo inflitto alla lingua italiana ne infligge uno anche a quella latina: è inedita, su questi schermi e ve la prometto, per le prossime volte.
Per ora, beccatevi l'originale, introduzione compresa. 
E poi, sappiatemi dire...



Fra le innumerevoli piacevolezze archiviate sotto la voce "gioie della maternità", noi ci godiamo da qualche anno l'avversione della creatura per la cucina in generale- e quella di sua madre, in particolare. A scanso di equivoci, la disgraziata mangia e anche in modo abbastanza giusto: rispetta gli orari dei pasti, non beve bibite gasate, si tiene a cauta distanza dalle merendine e negli anni ha capito che, quando gli alimenti si accoppiano è perché gli altri vivano felici e contenti e non perché perdano ore a separare accuratamente la carne dalla passata di pomodoro e la cipolla dai chicchi di riso. Se poi, nel giro dei prossimi dieci anni, dovessimo mai riuscire a farle capire che ingoiare della roba verde, ogni tanto, non la trasforma automaticamente in una specie di hulk con l'apparecchio ortodontico, ma la rende più sana e più bella, potremmo quasi cantare vittoria.
Anche sul fronte pratico, la ragazza avrebbe dei numeri: le performance ai fornelli si contano a malapena sulle dita di una mano e sono costate ogni volta lacrime e suppliche da parte della sottoscritta, ma i risultati hanno avuto un che di sbalorditivo. "ho preso dalla nonna", ha commentato ogni volta, fra il travaso di orgoglio di mia madre e le ghignate al mio indirizzo del marito.
Il problema, come divevo, riguarda la cucina materna: nel senso che, per mia figlia, o io non cucino mai ( giuro: lo sostiene impavida di fronte a testimoni) oppure cucino cose che non le piacciono. Su questo fronte, mi è toccato sopportare di tutto: dall'asssitere alla richiesta di una terza fetta di torta Cameo, alla festa di compleanno dell'amica inglese, al sentirle dire, come esempio di proporzione inversa, " più la mamma cucina, meno noi mangiamo" ( questa ha fatto il giro di Genova, anzi: se nel frattempo avesse assunto i contorni di una leggenda metropolitana, tranquilli, è tutto vero ed è successo qui, in questa casa, sotto i miei occhi).
Ultimamente, però, la cosa ha assunto un nuovo risvolto, manco a dirlo ancora più imbarazzante, non foss'altro perché pubblico ed indecoroso- e cioè l'abuffata in grande stile dei dolci che preparo per gli amici e che il galateo vorrebbe che si lasciassero nelle loro case e non che finissero negli stomaci di chi li porta in dono. Ogni volta, è un tormento: sguardi languidi lanciati all'ultima fetta, braccia tese con il piatto vuoto, sgomitate per arrivare prima e, come ciliegina finale, un lamentoso " per me, queste cose così buone la mamma non le fa mai" che ha il potere di intenerire anche il più goloso ed affamato dei nostri amici. Ovviamente, io vorrei sprofondare, dalla vergogna: ma a nulla valgono i calci sotto il tavolo, le minacce velate dal tovagliolo, le promesse "che giuro che quando siamo a casa te ne faccio dieci, di 'ste robe qui" : se ha deciso che il dolce le piace, non c'è nulla, ma proprio nulla, che possa fermarla. Anzi, ogni volta è un'escalation verso ulteriori brutte figure: ora, per esempio, siamo arrivati al doggy bag, per cui non solo mangiamo fino a scoppiare, ma ci facciamo preparare anche il pacchettino per la colazione del giorno dopo, con me che sempre più debolmente cerco di oppormi e gli amici sopraffatti dai sensi di colpa, per togliere il cibo di bocca a 'sta povera ragazzina, trascurata dalla mamma.
E così, domenica sera siamo rincasati a notte fonda, con il nostro pacchettino di stagnola nelle mani. E lunedì mattina, accanto ai resti della sera prima, sul tavolo della colazione c'era la replica della stessa torta, solo più fragrante e più profumata, come conviene alle torte appena uscite dal forno. Solo che stavolta era rotonda. E, come ben sanno tutti i grandi esperti di cucina, se c'è una cosa che influisce sul sapore è la forma dello stampo. E le torte quadrate, si sa, sono più buone delle altre. Motivo per cui, gli avanzi sono stati spazzolati in un battibaleno e la replicante ce l'ho ancora semi intatta sul bancone della cucina. Però, almeno stavolta, un commosso "grazie mamma" me lo sono beccato- e , di questi tempi, è meglio che niente....


TARTE AL LIMONE E AL COCCO

la fonte è Kitchen, Marie Claire, ma ho apportato tante e tali di quelle modifiche che ormai l'originale è solo un ricordo

per uno stampo da crostata, meglio se col fondo amovibile, del diametro di 24 cm

pasta frolla, da preparare con la ricetta che preferite

per il ripieno:
180 g di burro a temperatura ambiente
200 g di zucchero
4 uova intere, grandi
la scorza grattugiata di un limone non trattato
90 g di cocco grattugiato
uno yogurt alla vaniglia

con le fruste elettriche, montate il burro a crema, prima da solo, poi con lo zucchero, facendolo diventare bianco e spumoso; unite poi le uova, uno alla volta, sempre montando. Aggiungete poi la scorza di limone,(anche il succo,se volete un gusto piu' persistente) e lo yogurt e amalgamateli al resto degli ingredienti con un cucchiaio di legno: in ultimo, unite la farina di cocco e incorporatela al ripieno.

Per evitare che il composto si separi
1. usate il burro a temepratura ambiente (20-22 gradi al massimo)
2. se lo montate in planetaria, usate la frusta a foglia, altrimenti, vanno bene le fruste elettriche, ma a bassa velocità, perché lo surriscaldano troppo
3. montatelo prima da solo, poi aggiungete lo zucchero (per qualche pasticcere, meglio se a velo)
4. come faccio io (ma non è scritto da nessuna parte): anziché montare il burro da solo, lo stempero con il cucchiaio di legno e lo sbatto bene con quello. Poi aggiungo lo zucchero e passo alle fruste: in questo modo, contengo i rischi di surriscaldamento del burro.

La ricetta originale prevede di rivestire lo stampo con la frolla, di versare il ripieno nel guscio e di mettere in forno.
Io, invece, faccio così

1. prima, imburro e infarino bene lo stampo
2. stendo la frolla
3. la metto in frigo, per tutto il tempo necessario alla preparazione della crema (ma potete tenerla anche di più)
4. faccio una cottura in bianco di 10 minuti, ossia: stendo sul fondo della frolla un foglio di carta da forno, lo copro con fagioli secchi, lo inforno a 180°C, modalità statica, per 10 minuti. Poi spengo, sforno, lascio intiepidire per pochi minuti, elimino fagioli e carta forno, verso il ripieno e inforno, sempre a 180°C per trenta minuti circa.
La superficie deve essere appena brunita, come quella che vedete nella foto.
Non preoccupatevi se, appena fuori dal forno, il ripieno sarà molliccio e tremolante, perché rassoda a contatto con l'aria.

Lasciate raffreddare completamente, poi sformate con delicatezza sul piano da portata e spolverate con zucchero a velo, come se non ci fosse un domani.

mercoledì 27 agosto 2014

#blogstory2: I TAGLIOLINI AL LIMONE




 Volevo un gatto nero






Secondo la infallibile programmazione che dovrebbe scandire le pubblicazioni di questo nuovo blog, i Tagliolini al limone sarebbero dovuti comparire qui sopra l'altro ieri. Cioè lunedì, cioè il giorno dopo la domenica che, almeno qui nel Masonshire, è ancora il giorno deputato per i pranzi vecchio stile, quelli che prevedono la tovaglia buona e un numero di portate superiore a uno. In più, domenica scorsa la creatura ci avrebbe degnato della sua presenza e, visto che coi tortini dal cuore morbido mi era andata male, tanto valeva provarci con un altro dei suoi piatti preferiti. 
Che è quello che vedete nella foto.
Che però è stato preparato per la cena del martedì.
Perché per il pranzo del domenica si è perso il gatto.

Siccome prevedo un certo disorientamento nei lettori, provo a compattare in poche righe gli eventi che hanno portato all'ampliamento del nucleo familiare, con l'ingresso di un micino di 57 giorni, rigorosamente nero, rigorosamente vivacissimo, rigorosamente capace di ridurre all'imbecillità i tre membri che compongono questa famiglia, con l'insospettabile appendice del vicinato tutto, veterinario compreso.

La colpa, sia chiaro, è tutta del marito. 
Perchè, sia altrettanto chiaro, la sottoscritta,  gatti,  non ne voleva. 
Neanche cani, ad essere sinceri. O canarini, tartarughe, conigli, cocorite e tutto quello che va sotto la dicitura di "bisognoso di cure e attenzioni". 
Non è che una la chiamino Van Pelt per il buon cuore, intendo. 
E se mai aveste ancora qualche dubbio, date un'occhiata a quegli scheletri ingialliti e agonizzanti che altrove finiscono nei rifiuti organici, mentre a casa mia si ficcano nei vasi del salotto buono e si chiamano piante. 
Ma non avevo fatto i conti con le crisi di mezza età dell'ingegnere. 
E con gli argomenti persuasivi delle mie amiche- che in fondo un gatto è sempre meglio della badante ucraina della suocera, ultimo antidoto alle crisi di mezzetà in voga fra i mariti della mia generazione. 
O al personal trainer dalle lunghe ciglia, che ultimamente è un must. 
Insomma, a farla breve, ho ceduto. 
Ho allestito lettiere, trasportini, cuscini di varie fogge e misure, ho sacrificato scatole  ikea a quadretti verde salvia che tanto si intonavano con l'armadio della nonna e, per finire, ho arrancato alla guida della Classe A, con tutto l'armamentario nel sedile posteriore e il marito in preda alle nausee su quello di fianco. 
Al terzo incrocio "bucato", sono iniziate le doglie. 
Prima dell'ultima contrazione, ho trovato la strada.
Dopodiché, è stata tutta discesa, con questo amore di gattino che si affila le unghie sui miei polpacci, si appende ai braccialetti mentre scrivo al pc e si comporta come da manuale del gatto perfetto-ossia, gioca, mangia, dorme e, naturalmente,  si nasconde. 

In teoria, è tutto facile. 
In pratica, è un'altra cosa. 
Perchè la domenica, qui nel Masonshire, c'è un gran via vai di gente, che si moltiplica in modo esponenziale se, per disgrazia, c'è il sole. 
Allora, è tutto uno spalancarsi di porte, di conversazioni alla finestra, di bucati da stendere e da ritirare, di fiori da potare, di fagiolini da raccogliere, mentre, nel frattempo, ci si informa sulle condizioni del vicinato
"E suo marito, come sta?"
"E la mamma, si è ripresa?"
"E il bambino, va a scuola a settembre?"
"E il gatto... IL GATTO DOV'E'?"

Ve la faccio breve. Così breve, che vi dò solo i tasselli dell'intero mosaico. 
In primis, se avete avuto notizia di una specie di Erinni che vagava scarmigliata per tutto il Masonshire, al grido di "Winnieeeeeeeee- Winnieeeeeeeee*- vieni dalla mamma", quella ero io. 
Lo stesso vale per il crescendo di minacce- dal divorzio al suicidio, "che tanto all'inferno ci finisco comunque, per abbandono di felino"- che ho proferito, mentre piangevo afflosciata sul gradino della cucina. 
E lo stesso vale per il de profundis recitato sul pranzo della domenica, consumato con gli avanzi della sera prima, in un mesto silenzio. 
Durato fino a quando il gatto non si è materializzato, esattamente al centro del pavimento, sotto il tavolo. 
Sul dove si possa essere nascosto, sono aperte le scommesse: per parte mia, vi posso assicurare che ho guardato dappertutto e lo stesso han fatto il marito e la figlia. 
Quello che è certo è che, subito dopo la ricomparsa, è andato dritto dalla sua ciotolina, piena fino all'orlo, e si è fatto la mangiata più epocale della sua storia. 
"Fatemi capire" ha commentato la figlia, guardando desolata la sua porzione di pasta al forno scotta della sera prima. "Lui che è la causa del nostro pranzo saltato, mangia come un pascià e noi siam qui a finire gli avanzi?"
"E' il gatto prodigo" ho detto. 
E chiudiamola qui.

* propriamente, il vero nome del gatto sarebbe Sir Winston Van Pelt-Gennaro. Ma siccome il suddetto nome, per esteso, supera di qualche centimetro l'effettiva lunghezza del suo titolare, per ora lo chiamiamo Winnie. Che intanto, non risponde neanche a quello.



I TAGLIOLINI AL LIMONE

I tagliolini al limone sono un piatto difficilissimo da preparare. 
Un po' come la cacio e pepe: che uno legge due ingredienti e zero cottura e pensa subito di potercela fare, salvo poi chiedersi "dove ho sbagliato????" davanti ad un pappone colloso e informe.
Qui, uguale: tre ingredienti, ma un procedimento insidiosissimo, che si apprende solo da buoni maestri, da costante pratica e, particolare non trascurabile, da una lunga permanenza in Costiera amalfitana, dove questo piatto è nato e si è tramandato di generazione in generazione, assieme a tutti i trucchi perchè riesca alla perfezione. 
Uno dei quali è toccato anche a me. 
Complice la mamma di un mio alunno, che proveniva da quelle zone e che aveva deciso di manifestarmi la sua gratitudine, regalandomi una ricetta di famiglia, ad ogni bel voto che davo al figlio. 
Mai ho maledetto la mia integrità morale come quando preparo questo piatto, per inciso: ad ogni forchettata, mi mando un accidente. 
Ma tant'è: donna tutta d'un pezzo sono e quindi le ricette recuperate non son più di tre. Ma ciascuna, ne vale centomila. E questa, da sola, un milione.
Perchè con questo segreto, riuscirete ad ottenere dei tagliolini al limone cremosi come gli originali e non quelle robe da unti e bisunti che tanto ci piacciono per strada, ma nel piatto, per favore, no.
Per cui, mettetevi comodi e tendete l'orecchio...

per 4 persone
500 g di tagliolini freschi
200 ml di panna fresca liquida
60 g di burro
2 limoni (succo e scorza)
sale grosso, q.b.
Parmigiano Reggiano grattugiato
pepe nero (facoltativo)

Versate 800 ml di acqua in una pentola capiente, accendete il fuoco a fiamma media e fatevi sciogliere il burro. Poco prima che prenda il bollore, aggiungete il succo filtrato dei limoni e salate. 
Appena bolle, buttate i tagliolini e fateli cuocere per qualche minuto: vedrete che assorbiranno gran parte dell'acqua. In ultimo, aggiungete la panna: proseguite la cottura per un minuto o due, poi versate l'intero contenuto della pentola direttamente nella zuppiera, senza scolare la pasta. Aggiungete una generosa grattugiata di scorza di limone e servite. 
I commensali aggiungeranno a piacere Parmigiano grattugiato e pepe nero macinato all'istante. 


  • Come avrete capito, il segreto sta nelle dosi del'acqua di cottura. La ricetta della signora diceva "il doppio del peso dei tagliolini" e così ho sempre fatto in questi anni: tuttavia, negli ultimi tempi, ho ridotto di circa un quarto: su mezzo kg di tagliolini, calcolo 800 ml di acqua, anzichè un litro. Se non dovesse risultare sufficientemente brodoso, si possono sempre aumentare le dosi di panna alla fine. Finora non mi è mai capitato, però...

  • Altro segreto: la pasta deve essere fresca. Assorbe di più, tutto qui. Ma visto che il trucco è questo, tanto vale agevolarne la riuscita
  • I limoni devono essere di qualità eccelsa. Dò per scontato che non debbano essere trattati, ma se fossero di coltura biologica VERA (leggasi: del vostro giardino o di quello del vicino) sarebbe ancora meglio. Per quanto concerne le dosi, ho riportato quelle originali, ma non siete tenuti a rispettarle: se i limoni sono molto agri, due sono tanti, per dire. Di solito, parto col succo di uno solo e poi assaggio e mi regolo. dove invece è bene abbondare è nella grattugiata di scorza: usate una grattugia Microplane, per avere dei risultati eccellenti. 
  • Burro e panna ci vanno: potete ridurre il primo, anche della metà, mentre i 200 ml di panna finali ci vogliono tutti. D'altronde, questo non è un piatto dietetico e ridurne le calorie sarebbe l'equivalente di una bestemmia in chiesa. Se siete di quelli che demonizzano i latticini, cambiate ricetta. E magari anche blog. 
  • Altra cosa: la panna "da cucina" non abita qui. 
il trucco di Giulietta: quando l'acqua bolle, prima di buttare i tagliolini, prelevatene un mestolo o due e teneteli da parte: se i tagliolini dovessero assorbire poco liquido, vi eviterete l'effetto brodoso; se dovessero assorbirne troppo, avrete la risorsa per allungarlo, in cottura. 

..a chi ama la bilancia in cucina: andare a occhio, in questa ricetta, può essere fatale. E se ho capitolato pure io, è tutto detto.


    praticamente, è incorporata nel piatto. Anzi, mettete in preventivo che vi venga richiesto di continuo, in barba alle sacre regole della composizione del menu e che qualcuno vi presenti a stimati professionisti come "quella dei tagliolini al limone", in barba ai titoli di cui pensavate di potervi fregiare, almeno in certe occasioni. 
    se optate per la monoporzione, assicuratevi che nel piatto rimanga un po' di condimento: non scolateli troppo asciutti, cioè. E' meglio servirsi di un mestolo e di arrotolare lì le porzioni su una forchetta, in modo da raccogliere anche un po' di "sugo" con cui irrorare i tagliolini. 
    alle erbette non si dice mai no: il basilico, in questo caso, è perfetto.


    domenica 25 aprile 2010

    Lemon Chess Pie


    di Alessandra


    lemon chess



    Il primo che ride lo anniento.
    Ma anche no: anche perchè, detto fra noi, se questo dolce non avesse avuto questo nome, col cavolo che lo avrei preso in considerazione. Solito flan al limone, avrei pensato, privandomi per altro di una rielaborazione goduriosa e robusta di un classico un po' abusato e sbiadito. E' chiaro, però, che in questo caso il gusto è passato in secondo piano, schiacciato da tutta una serie di battute più o meno penose, tutte raggruppabili sotto l'etichetta del "che cesso di torta".
    Non ne è stata immune neppure la Dani che giusto ieri sera, mentre decidevamo la scaletta della settimana, è passata da una blanda perplessità (un flan? ma non ne hai appena messo uno?) al contenuto entusiasmo da ritratto di signora in un giardino che mai la abbandona (la torta cesso, sì,si, metti la torta cesso, bambineeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee, la ale ha fatto la torta cessooooooooooooooooooooooo). Per cui, insomma, oggi vi tocca.
    Se non fosse perchè sono le otto di domenica mattina e ho buttato via metà nuttata in ginocchio davanti al forno a supplicare un impasto che di lievitare, proprio, no ne voleva sapere, vi sciorinerei un elenco infinito di nomi "stranieri" che da noi hanno significati e risonanze ben diverse rispetto alla loro patria d'origine. Su due piedi, mi viene in mente il mitico Trapattoni con Strunz o le contorsioni dei miei amici inglesi, nell'allora più fornito negozio di dischi di Genova, di fronte ad un LP dei Dik-Dik, per non contare le figuracce che ci hanno sempre accompagnato, nella -in quel caso, si- perfida Albione, ogni volta che chiedevamo un "piss of cake".
    Vi dò licenza di uccid... ops, di supplire ai miei vuoti di memoria, mentre vado a schiarirmi le idee con il terzo caffè, certa che la squisita sensibilità che da sempre contraddistingue chi passa di qui non mancherà di brillare anche in questa occasione. In cambio, prometto un piatto di fumanti galushki (ma solo per i Genovesi: per il resto del mondo, sono meravigliosi gnocchi dell'Europa dell'Est)


    LEMON CHESS PIE

    lemon chess

    Dicesi fantozzianamente "lemon chess" un dolce del Sud degli Stati Uniti, la cui caratteristica è quella di avere una base di pasta brisè. Quindi, poco dolce. Al pari della quasi totalità dei dolci anglosassoni, poi, è di una semplicità disarmante, visto che si tratta di mescolare insieme gli ingredienti, riempire il guscio ed infornare. Il risultato, come sempre, è sorprendente e, se vi piace il limone, è un'altra di quelle cose da "to do list", senza se e senza ma.

    DSC_0589

    per 8/10 persone

    tortiera 24 cm
    pasta brisèè
    3 uova più un tuorlo
    125 ml di latte
    250 g di zucchero
    50 g di fecola
    55 g di burro pomata
    il succo di mezzo limone
    la scorza grattugiata di un limone
    un cucchiaino di estratto di vaniglia
    un cucchiaino di sale
    un cucchiaino di essenza di limone (giammai!!!)

    la ricetta originale dice di rivestire una teglia di pasta brisèe, di mescolare insieme tutti gli ingredienti e di far cuocere a 180 gradi per 45/50 minuti
    Siccome siamo in presenza di un ripieno liquido, io ho fatto una cottura in bianco, di una decina di minuti.
    Quindi: ho imburrato una tortiera e vi ho steso la pasta brisèe: la tortiera che vedete nella foto è troppo piccola, rispetto alle dosi. La torta, infatti, deve diventare più bassa: quindi, usate una teglia da 24 cm.
    Dopodichè, ho coperto il fondo con un foglio di carta da forno, l'ho cosparso di fagioli secchi e ho fatto cuocere per 10 minuti a 180 gradi.
    Nel frattempo, ho mescolato tutti gli altri ingredienti, in quest'ordine
    - ingredienti solidi: fecola, sale, zucchero (setacciati)
    -ingredienti liquidi: latte, uova, succo di limone (leggermente sbattuti )
    li ho poi amalgamati, mescolando con una frusta (non devono rimanere grumi) e in ultimo ho aggiunto la scorze di limone e l'estratto di vaniglia.
    Ho riempito il guscio di brisèe e ho infornato per 40 minuti: una volta cotta, la superficie sarà leggermente brunita e "tremula" solo al centro. Lasciate raffreddare e vedrete che acquisterà consistenza uniforme.
    Se vedete che la superficie scurisce troppo, copritela con un foglio di alluminio, negli ultimi 10 minuti di cottura.
    Si serve fredda, cosparsa di zucchero a velo. Gli Americani, impavidi, ci aggiungono pure la panna montata, ma io non ce l'ho fatta. Mi sono limitata a nappare con un cucchiaio di confettura di fragole, ma più per dar colore che per altro. Per me, è buona di suo, senza tante aggiunte.
    Buona Domenica
    Ale


    English Version

    LEMON CHESS PIE

    lemon chess

    venerdì 19 febbraio 2010

    Cake al miele, limone e timo limone

    cake miele timo limone

    Post serissimo, sul galateo dei food blog, di cui alla maggior parte di voi non importerà un bel niente. Saltate alla ricetta, che invece merita- e da stasera torno a cose più amene. Giurin giuretto

    Nelle scorse vacanze, quando finalmente avevo un po' più di tempo da dedicare al blog, ho curiosato per un po' di siti e mi sono annotata una serie di ricette che mi piacevano e che mi sembravano alla mia portata. Ai primi posti della to do list c'era questo cake, che avevo trovato su questo sito e che, nella versione originale, fondeva insieme timo, limone e miele
    Siccome, però, è dai tempi della rillette allo sgombro che sono diventata una timo-limone addicted, senza neanche pensarci due volte ho fatto questa sostituzione, certa che l'impasto ne avrebbe guadagnato, come in effetti è successo.

    cake miele timo limone


    L'altro ieri, dovevo preparare un centinaio di sablè salati e avevo bisogno di una ricetta collaudata, con una base sufficientemente neutra da permettermi di variare a mio piacere, per poter offrire tre tipi di biscotti, a partire dallo stesso impasto. Non trovando nulla fra i sacri testi e gli ancor più sacri quadernetti, ho chiesto a mia figlia, che tanto per cambiare era su FB, di fare una ricerca in internet. Anzi, già che c'ero, ho pensato di restringere il campo all'idea che mi era venuta, suggerendole di cercare "biscotti al limone e al timo".
    Sono uscite fuori schermate intere di ricette, che mia figlia mi leggeva in stile litania da dietro lo schermo del pc, mentre io pesavo il burro e la farina e scartavo via via tutti i siti di riferimento. Se non che, ad un certo punto, la creatura si illumina e mi dice che lì in mezzo c'è un blog che finalmente "ha un bel nome da giovane, mai che a te possa venire un'idea del genere". Sbircio alle sue spalle e vedo che la causa dell'entusiasmo di mia figlia (blando e fugace, sia chiaro: i blog di cucina sono per lei fonte di assoluto disinteresse- se non di pura vergogna quando si tratta di quello di sua madre), dicevo, vedo che la causa di cotale entusiasmo è Lo Spilucchino di Virginia. Che - apriti cielo- ha pubblicato un cake al miele, al limone e, udite udite, al timo limone, praticamente uguale al mio.

    Va da sè che, dopo un attimo di sorpresa, abbia risolto la faccenda pensando di linkare entrambi i blog come per altro è d'uso, fra i food blogger. E però, a bocce ferme, infornati i sablè mi son sorpresa a pensare a che cosa sarebbe potuto succedere se non avessi avuto bisogno della ricetta dei biscotti. Al di là del contesto specifico della vicenda (con Virginia siamo amiche e più che una risata non ci saremo fatte), mi son chiesta quante volte può essere capitato- e potrà capitare- che, in assoluta buona fede, si replichi una ricetta di un altro blog o di un altro sito, ovviamente senza citarne l'autore. La riflessione si è interrotta qui, perché, sinceramente, oltre non poteva andare. Però, mi ha comunque aperto uno scenario a cui, fino ad oggi, non avevo mai pensato e che, per certi aspetti mi mette anche un po' a disagio, visto che questo spazio nasce dal puro divertimento e lì finisce e vogliamo che finisca.
    Per cui, per farla breve: visto che fino alle prossime vacanze di Pasqua non avrò tempo di farmi un giro su altri blog e pertanto vado avanti con quello che ho nell'agenda, se mai dovessi riprodurre ricette già apparse altrove, fatemi il favore di dirmelo, che così vi linko, vi ringrazio e non ci penso più- almeno fino al prossimo doppione

    CAKE AL MIELE LIMONE E TIMO LIMONE

    cake miele e timo limone


    3 uova
    50 g di zucchero
    120 g di miele
    250 g di farina
    1/2 sacchetto di lievito
    1/2 cucchiaino di bicarbonato ( non l'ho messo: una bustina di lievito intera, e via)
    60 g di burro fuso
    2 limoni ( uno dei quali verde)
    2 cucchiaini di semi di papavero ( ne ho messi 2 cucchiai, a noi piacciono da matti)
    1 pizzico di timo fresco (nel mio caso, timo limone)
    Montare le uova con lo zucchero e il miele e, quando il composto è piuttosto spumoso ( più di tanto, non lo è, perché lo zucchero è poco e col miele non gonfia), aggiungete la farina setacciata insie,e al lievito. Mescolare bene e aggiungere il burro fuso, la scorza grattugiata di un limone e il succo di due, i semi di papavero e il timo
    Versare il composto in uno stampo da plum cake unto di burro e mettere in forno a 180° per 50 minuti, se usate uno stamo grosso, per 20- 25' per 6 stampi piccoli
    Lasciar raffreddare bene prima di sformare. Ovviamente perfetto per ogni ora del giorno e della notte, sublime per l'ora del tè
    Buon Appetito
    Alessandra

    lunedì 18 gennaio 2010

    Lemon &poppy seed cake

    di Alessandra

    lemon poppy seed cake


    Non cominciamo col dire che di questa torta non se ne può più, perché qui c'è un'altra versione, del tutto- o quasi- nuova, almeno da questa parte dell'Oceano: in più, è infinitamente più originale, più buona e con un impasto più adatto a far risaltare il propfumo del limone e il sapore dei semi di papavero.
    Anche perché, se vi volete lamentare, di ragioni ne avrete parecchie: basta leggere la lista degli ingredienti...

    lemon poppy seed cake


    LEMON POPPY SEED CAKE

    8 tuorli grossi (pure...)
    1 uovo intero, grosso (avevate dei dubbi???)
    150 g di zucchero semolato
    60 g di farina 00
    60 g di fecola
    zeste di 2 limoni
    250 g di burro
    60 g di semi di papavero

    Qui è l'originale: ora vi metto le mie modifiche, ma non fatevi troppe illusioni

    6 tuorli- 1 uovo. 200 g di burro e mezza bustina di lievito, per rintuzzare il timore che, riducendo le uova, non gonfiasse.

    lemon poppy seed cake

    La logica è quella del Pan di Spagna, con la piccola differenza- davvero minima- che riguarda l'aggiunta del burro: però, a ben pensare, cosa sono 200 g di fronte al resto di tutto il vostro peso????- Quindi, si parte da qui:

    1. mettemte i tuorli, l'uovo intero e lo zucchero in una planetaria e montate il composto fino a quando non sentirete più i granelli sotto le fruste. Questa operazione di può fare anche con le fruste elettrice, a patto di usare un recipiente molto grande dove montare le uova: ci vogliono 10 minuti in planetaria, partendo dalla velocità più bassa e aumentando poco per volta, per incorporare più aria possibile

    2. aggiungete le zeste di limone, continuando a montare

    3. interrompete l'operazione e aggiungete le due farine, setacciate ( e il lievito, nel mio caso): incorporatele con una spatola, facendo attenzione a non smontare il composto

    4. dopodiché, aggiungete il burro morbido e montate a velocità media. Infine i semi di papavero. Infornate a 180 gradi, meglio se in una tortiera di 20 cm di diametro, per una quarantina di minuti, con prova stecchino

    Vi dico subito che il punto 4 è stato quello che mi ha fatto benedire l'aggiunta del lievito perché, come temevo, con l'aggiunta del burro il composto si è smontato e per quanto abbia cercato di recuperare, non h più mantenuto la stessa sofficità di prima. Resta comunque un impasto moto arioso e difatti i risultati sono quelli di una torta sofficissima ed eccezionalmente buona

    lemon poppy seed cake

    Ne parlo con grande serenità, perché, tolta la prima fetta, è stata immediatamente girata ad amici che, ignari di ciò, ci si devono essere strafogati come dei maiali, creatura compresa che pare se ne sia fatta fuori 4 fette, d'amblè.

    E adesso che l'ho detto, mi sento infinitamente più leggera....

    P.S. comunque sia, non per fare da sponsor a questa torta, ma è la prossima che rifarò: lasciatemi smaltire le scorte di albumi, e poi ricomincio.

    Buon Appetito
    Alessandra

    P.S. non è che mi sia dimenticata di Bill Bryson: è che m mancano ancora trenta pagine alla fine. Lo so che intanto finiscono tutti nello stesso modo, con lui che torna a casa dalla moglie e dai figli, ma un lieto fine ogni tanto, me lo farete godere, o no????
    riciao
    ale

    English Version


    martedì 21 luglio 2009

    quiche di zucchini, feta, limone e menta

     


     

    Qualche anno fa, all'epoca in cui faceva l'inviato de La Stampa per il Giro d'Italia, Alessandro Baricco capitò nel luogo dove si trova la casa di famiglia di mio marito. E tale fu lo stupore per il clima che trovò, che dimenticò ogni dovere cronistico-sportivo per dedicare l'intero articolo alle brume ed alle nebbie che gravano perenni sui tetti del paese, levando alti lamenti per la sorte dei suoi infelici abitanti.
    Apriti cielo: all'articolo seguì una sollevazione popolare, con tanto di repliche sulla carta stampata e in televisione, da parte di tutti i residenti, dai più ai meno illustri, che richiesero la cenere sul capo dal povero Baricco, reo d'aver detto quello che, per noi genovesi, equivale a un omaggio a Monsieur Lapalisse, e cioè che qui piove- e di lungo.
    Quindi, per non riaccendere ulteriormente gli animi, dirò in forma pubblica e solenne che nel paese di mio marito c'è il sole. Sempre. Fatta eccezione, ovviamente, per quei 365 giorni l'anno- 366 i bisestili- quando bisogna uscire con l'ombrello- ed aprirlo pure.
    Sia chiaro: chi scrive adora la pioggia. Anzi, tanto per fare outing fino alla fine, io detesto il caldo, l'estate ed anche il sole, se al mare. So di essere l'unico esemplare vivente al mondo ad avere simili gusti, ma siccome pare non ci sia cura, ho imparato ad assecondarli, facendo le valigie per l'amata Albione allo spuntare dei primi oli solari, fin quando lo stato civile me lo ha permesso e spostandomi al di là del Turchino una volta impalmato il Signore del Feudo.
    Quindi, a conti fatti, io qui ci sto bene. E sono certa, anzi certissima, che, una volta fatta l'abitudine ai cigolii della spina dorsale e all'indomabile rigonfiamento delle chiome, vi trovereste bene anche voi, non foss'altro che per i tre motivi che vi elenco qui sotto:

    1. l'orto: vi ricordate quando, alle Medie, dovevate imparare a memoria tutte le fasce tropicali, da quella equatoriale a quella artica, tenendo bene a mente che ogni passaggio avveniva in forma non traumatica e graduale? Bene, qui facciamo eccezione. Siamo nell'unico posto al mondo, dove, passata la barriera del casello, il clima si trasforma da macchia mediterranea a foresta pluviale. Il che, tradotto in termini agronomici, significa che quelle che a voi sembrano prugne sono in relatà mirtilli e quel campo di ninfee che evoca laghetti giapponesi e quadri di Monet è solo il più prosaico basilico della suocera. E sorvolo sulle dimensioni delle zucche: mi limito a dire che se la famosa fatina ne avesse usata una delle nostre, per il suo più celebre incantesimo, Cenerentola sarebbe andata al ballo su un TIR...


    2. l'immediato zittimento della zampogna del custode, ex pastore calabro che lenisce la saudade soffiando quel che resta dei suoi polmoni nelle canne di una pelle di pecora. Perchè, ovviamente, noi qui non ci facciamo mancare niente: e come abbiamo il roseto con ogni tipo di rosa che sia mai spuntata nel creato, dal quarto giorno in poi, l'ortensiario con ogni gamma di colore, dal blu al rosso, passando per l'indaco, il lilla e il violetto, il pozzo e il bersò e la panchina in ferro battuto, abbiamo anche il suono della zampogna sullo sfondo, in puro stile prima bucolica. Con la piccola differenza che i custodi calabri non si chiamano nè Titiro, nè Melibeo, nè Amarillida, bensì Carmelo, Maruzza, Pasquale e Clementina gli adulti e Maicol, Gessica, Kevin e Sindy i piccoli (la grafia è fedele alla registrazione anagrafica: ho anche le prove, se le volete). E che il suono della zampogna è una specie di medley fra il grugnito di un'orda di cinghiali in calore e un trionfo di trombette da stadio, inframmezzati dai rantoli del custode, in un'interpretazione di rara intensità e di pura sofferenza, che recupera dalle profondità delle domande di senso interrogativi arcani ed inquietanti - dal "non è che muore????" al "quand'è che muore????", per intenderci

    3. si cucina. Un po' per forza ( vedi alla voce orto anarchico), un po' per dovere (vedi alla voce marito) un po' per fare un uso dei coltelli più urbano e più creativo di quello che, a volte, mi verrebbe in mente, fatto sta che qui dentro i fornelli sono accesi a tutte le ore.
    Quello che ne esce è il trionfo della cucina semplice, dei sapori di una volta, della famiglia intorno alla tavola, della tradizione e dei ricordi- e pazienza, se fuori piove: si sta così bene qui....


    QUICHE DI ZUCCHINE FETA MENTA E LIMONE


    quiche zucchini limone menta


    La versione della foto ha una base di pasta sfoglia, ma nulla vi vieta di preparare un guscio di brisèe o, meglio ancora, di pasta al vino (senza burro): l'essenziale è che resti un sapore neutro, non aromatizzato, intendo, in modo da far risaltare meglio il ripieno, che è davvero un trionfo di profumi

    Per la versione più raffinata
    250 ml di panna
    3 uova grandi ( o 4 medie)
    100 g di feta
    3 zucchine
    menta fresca
    la scorza grattugiata di un bel limone
    sale
    pepe bianco

    Per la versione rustica, sostituire alla panna 200 g di ricotta.

    Si mondano le zucchine, si tagliano a fettine non troppo sottili e si fanno andare in padella con olio EVO e sale: attentissimi a non farle nè friggere, nè stufare. Portatele a cottura aggiungendo un Mestolino di brodo alla volta, senza che il liquido le ricopra completamente, e a recipiente scoperto. Quando sono croccanti, sono pronte. Pochi minuti prima di toglierle dal fuoco, aggiungete le foglioline di menta

    mescolate la panna alle uova, sbattendo rapidamente con una forchetta, aggiungete la feta sbriciolata e gli zucchini, quando si sono intiepiditi. Grattugiatevi sopra la buccia del limone, date una bella macinata di pepe bianco, aggiustate di sale e riempite il guscio di pasta.
    Se usate la ricotta, incorporate le uova ad una ad una e lavorate il composto con un cucchiaio o una forchetta( non con le fruste, intendo: non deve montare). Poi, procedete come sopra
    In forno a 200 gradi per 30 minuti minimo

    Se invece preferite la misura delle foto- l'ideale per un buffet- dovete ridurre le uova a 2 grandi o 3 medie, e i tempi di cottura: 15 minuti dovrebbero essere più che sufficienti: comunque, quando sno gonfie e dorate sono pronte.
    A domani

     

    mercoledì 13 maggio 2009

    TERRINA DI ZUCCHINI ALLA MENTA CON RICOTTA PROFUMATA AL LIMONE


     

    La giornata di ieri ha vinto l'ambito titolo di " Madre di Tutte le Giornate Nevrasteniche del 2009", battendo di larga misura tutto quello che c'è stato prima e, sulla fiducia, anche quello che verrà dopo. Tutto ciò, ha comportato due importanti conseguenze:

    1. per rabbonirmi, stamattina mio marito mi porta all'Ikea, che per me è l'anticamera del Paradiso, mentre per lui significa andar dritto all'inferno, senza passare dal via. Si presume quindi che, nella personale classifica del consorte, l'ambito titolo di cui sopra possa toccare alla giornata di oggi. In altri termini: se vi capita di incontrarci, in questo fine settimana, tirate dritti...
    2. contrariamente al solito, anziché degenerare in una fame ossessivo-compulsiva, il nervoso di ieri mi ha chiuso lo stomaco.

    Il che costituisce una sorta di sacrilegio, perché per cena c'era l'idea platonica del piatto light, zero grassi, zero calorie, zero sensi di colpa, che mi avrebbe riconciliato con la bilancia e con la dieta. Il marito, che, come sapete, è un fine psicologo, ha deciso di condividere con me questo disagio esistenziale e si è fatto fuori una padellata di gamberoni e di calamari e mezza vaschetta di gelato, più il cordiale del dopocena. Come aperitivo, però, ha assaggiato una terrina, prima con fare circospetto (per lui, tutto ciò che è dietetico è mortale),e poi con aria via via più convinta, fino a commentare, sorpreso, che era proprio buono.

    Io, per contro, ne ero sicurissima, e senza scomodare né le mie abilità culinarie (pari a zero, quando ho il nervoso), né la difficoltà di esecuzione del piatto ( pari a zero pure quella): è che quando si mettono insieme zucchine dell'orto, la menta del balcone , la ricotta del caseificio pugliese e limoni di Cartier, hai voglia a tirar fuori qualcosa che non sia meno che buono... o sbaglio????

    Terrina di zucchine alla menta con ricotta profumata al limone



    Molto liberamente tratta da Pic Nic, di Isabelle Brancq - Lepage, Guido Tommasi Editore)
    per 4 persone
    3 o 4 zucchine (dipende dalla grossezza: calcolatene un po' meno di una di dimensioni medie per monoporzione)
    400 g di ricotta
    2 g di colla di pesce
    10 cl di latte
    6-7 foglioline di menta
    la scorza di un limone non trattato
    olio EVO
    sale
    pepe bianco
    Far bollire per qualche minuto un pentolino d'acqua con le foglioline di menta. Pulite le zucchine, tagliatele a rondelle e mettetele in una padella, con un filo di olio. salate, fate insaporire e portate a cottura con l'acqua alla menta, filtrata ( o anche no). Non devono stufare: appena sentite che sono cotte, levatele dal fuoco, scolatele dall'eventuale liquido di cottura e lasciatele raffreddare.
    Ammorbidite la colla di pesce in acqua fredda e fatela sciogliere nel latte, messo in un pentolino e scaldato. Mescolate bene fuori dal fuoco, fino al completo scioglimento. Lasciate intiepidire e poi aggiungete, direttamente nel pentolino, due o tre cucchiai di ricotta, amalgamando bene. Incorporate il tutto al resto della ricotta, insaporite con sale, pepe bianco e la scorza del limone grattugiata ( lasciatene un po' da parte per la decorazione) e componete le mini terrine in questo modo:
    strato di zucchine (un unico stato, ma con le rondelle leggermente sovrapposte, in modo che ce ne stiano un po' di più) e strato di ricotta (un cm circa di altezza) e così via, fino alla cima: chiudete con uno strato di zucchine.
    Coprite con pellicola trasparente e mettete in frigo per tre ore.
    Si servono a temperatura ambiente, con una grattugiata di scorza di limone e qualche fogliolina di menta fresca.
    buona giornata

    martedì 5 maggio 2009

    CAPRESE AL LIMONE


     
     
    Fra le macerie delle certezze che abbiamo visto crollare sotto i nostri occhi in questa vita, la Dani e io ne avevamo salvate due: la prima- assoluta, incontestabile, incrollabile- era che in qualsiasi parte dell'universo mondo l'una delle due si fosse trasferita, l'altra le sarebbe andata subito dietro; la seconda, invece, è che, qualunque dura prova avesse dovuto affrontare la nostra mente, avremmo ancora fatto la nostra porca figura. Ecchediamine, ci dicevamo, l'una forte di tre figlie in scala - e quindi condannata a ripassarsi tutti i cicli scolastici, dalla materna alla laurea, passando per pilastri della cultura italiana, quali "coloriamo le figure di inglese" e " approfondiamo la scomparsa del digamma", l'altra perché, di fronte ad un inatteso e inarrestabile sfacelo della forma fisica, doveva pur aggrapparsi a qualche brandello di compensazione che non fosse il barattolo da tre chili della nutella.

    Devo dire che per qualche anno ce l'abbiamo fatta, a credere e a far credere che noi, modestamente, eravamo al passo dei tempi - e pure con la scarpa giusta, sia chiaro: il uolkmen ci fa un baffo, internet non ha segreti e da quando c'è feisbuk abbiamo anche fatto il salto, dagli chatellamenti sul pianerottolo ad una chat vera e propria.

    I Greci la chiamavano ubris- ed era la peggior disgrazia che potesse capitare agli umani, quella, per intenderci, da "rosso diretto", senza possibilità di appello. E' quel misto di arroganza e superbia che si impadronisce degli uomini quando si montano la testa, per dirla in parole povere, e credono da lì che nulla sia impossibile per loro: ricchezze e bellezza, potere e forza fisica sono tutti validi motivi per scatenare in loro un senso di predominio, un delirio di onnipotenza, un " ce la posso fare- e ogni volta meglio e ogni volta di più" che li porta sempre più in alto, fino all'ultimo gradino di questa scalata della follia- vale a dire la sfida agli dèi. I quali, puntualmente, li puniscono, senza se e senza ma, con la durezza e l'implacabilità che solo i loro castighi hanno.
    E che, nel nostro caso, hanno preso le sembianze, tutte moderne e tecnologiche, di un blog.
    Detto così, sembrava una roba molto trendy, considerato anche che eravamo rimaste le uniche a non avere questo diario -bluff per cui all'improvviso gli obiettivi di cui si parla sono quelli della macchina fotografica e al posto della solita fiammanghilla di gnocchi al pesto presentiamo "aria fritta di patate soffiate al basilico di prà con Parmigiano Reggiano dopcdspf e pinoli di Pigna raccolti il ventinovesimo giorno del mese di febbraio, che VUOI METTERE LA DIFFERENZA????

    .. e così, ci siamo dette: " e perché noi no? e cosa abbiamo di diverso, scusa? e poi, in fondo, cosa vuoi che sia metterci su un blog, con l'intelligenza che abbiamo???

    A dire il vero, io fino a poco tempo fa, credevo che " blog" si dicesse " blob". Giuro. E quindi, associandoli per forza di cose, a immensi boli viscidi e puzzolenti, non mi sentivo molto attratta dal frequentare quelli di cucina. Ci è voluto mister Google ad insegnarmi , prima con le buone ("forse cercavi BLOG"), poi con le cattive ( "non sono stati trovati BLOB di cucina"), la grafia corretta. In più, conoscendo la mia strutturale incapacità a rapportarmi con tutto ciò che è minimamente tecnologico ( tipo la volta che cambiarono il citofono: se non fosse stato per un vicino pietoso, sarei ancora lì a chiedermi dov'è che schiaccio...) qualche dubbio lo avevo avuto. Ma, mi ero detta, ci saranno delle istruzioni, ecchediamine! E vuoi che non le sappia capire? E anche quando mi era stato risposto che le istruzioni c'erano, ma la maggior parte era in inglese, il mio naso ha avuto un'impennata all'insù che neanche Valerossi-campione-del-mondo ci riusciva... Ecchediamine alla seconda, cosa vuoi che mi preoccupi l'inglese, a me che ho letto tutta la Jane e tutta la Agatha e tutto l'Oscar e tutto il Jerome- e so pure dire "carrozza" in sei modi diversi, tiè tiè. Vuoi che una come me non sappia leggere delle stupide istruzioni per programmatori di blog?
    Evidentemente no, è la risposta. Perché, evidentemente, non ce l'ho fatta.

    Però, scusatemi, ma quando parlo di "istruzioni in inglese" io mi immagino una pagina ordinata, con paragrafi, frasi, lettere e parole e non una roba più o meno così :
    ***"DTFR> insert " <>

    dove le uniche parole che spiaccano sono robe per me incomprensibili, che potrebbero anche essere mutuate direttamente dall'ostrogoto o dall'hurrita....
    Per esempio, il "template" che cos'è???? Ha a che vedere con il Santo Graal??E il layout??? è qualcosa di illegale??? o significa " giacere fuori"???

    Il turbamento sommo l'ho provato con l'HTML. In un primo tempo, lo avevo saltato a piè pari, forte del motto che " se non capisco, non è importante". Poi, quando sono arrivata al classico punto morto, per cui o HTML o non procedi, ho intuito che fosse una sorta di DNA del blog, su cui, orrore, si dovevano fare delle mutazioni e, orrore degli orrori, le avremmo dovute fare noi, pirsonalmente di pirsona, tagliando, copiando e incollando una serie di segni astrusi come quelli di cui sopra.

    Ed è stato allora che, come nella migliore tradizione traggica, è arrivato il deus ex machina: il nostro, anziché scendre dall'alto, è venuto in motorino, ma per il resto non c'è stata nessuna differenza, a cominciare dalla chioma bionda , dalla giovanissima età e dalla soprannaturale capacità di decifrare gli x°* di cui sopra. Ne è venuo fuori il primo stralcio del blog che avremmo voluto, con i link alle pagine, l'archivio che funziona, la lavagnetta con "menu turistico" e pure il contatore: che, come mi ha spiegato pazientemente, è una roba coi numerini che sta in fondo alla pagina e segna i nostri visitatori e che " no, signora, non stia a chiamare l'Enel, che non ce n'è bisogno..."
    Di sdebitarci, invece, c'è bisogno, eccome- e lo facciamo con una fetta di questa torta qui, la cui ricetta proviene dalla mamma di una bambina tutta speciale, che ha molto in comune con le creature delle autrici di questo blog ( scritto giusto, stavolta) e per questo sa tirar fuori le torte giuste, al momento giusto.

    Grazie, Dimitri, questa è per te.

    CAPRESE AL LIMONE


    per uno stampo da 24 cm di diametro, ben unto
    5 uova
    100 g di zucchero semolato
    250 g di mandorle sbucciate
    120 g zucchero a velo vanigliato
    la scorza di un limone biologico ( leggasi: della simo, altrimenti non profuma)
    100 g cioccolato bianco buono ( LINDT)
    100 ml di olio extravergine leggero
    60 g. di fecola
    1 puntina di lievito
    aroma di vaniglia ( da me sostituito con mezzo bicchierino del limoncello di Maurizio, che non è mica da tutti...)

    Montare le uova con 100 g di zucchero. Devono triplicare di volume
    Nel frattempo
    1. tritare bene le mandorle fini, con lo zucchero vanigliato
    2. far ripetere alla figlia la prima guerra mondiale.
    3. quando siete arrivati all'attentato di Sarajevo, aggiungere la buccia di limone grattugiata
    4. grattugiate il cioccolato ( ci mettete due anni di guerra, grosso modo, dalla battaglia della Marna alla descrizione della guerra di trincea)
    5. incorporare delicatamente il composto alle uova montate e poi aggiungere l'olio, con attenzione
    6. setacciare la fecola con il lievito
    7. tortiera da 24 cm ben unta
    forno statico a 200 gradi per i primi 5 minuti, a 180 8 il mio l'ho abbassato di brutto, 165) per una mezz'oretta abbondante.
    Al Trattato di Versailles è pronta
    Aspettate un po' prima di sformarla e poi ricopritela di zucchero a velo oppure di cioccolato bianco grattugiato, come ho fatto io che ero in vena di sacrifici...

    buona domenica
    alessandra