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martedì 22 novembre 2016

SPUMA DI MORTADELLA E TUTTO IL RESTO PER IL THE RECIPETIONIST DI NOVEMBRE




Se quello del mese scorso e' stato il the Recipetionist della nostalgia, quello di  Novembre e' il The Recipetionist della fiducia. 
Che Elisa Baker e Francesca Carloni devono riporre nei miei confronti, visto che qui dentro ci sono tre ricette in una, ma se ne vede a malapena una sola. Inoltre, ci sarebbe stato pure un tentativo di presentazione scenografica, in omaggio alla signora delle vignette, con la rosa di mortadella su un gambo di pistacchi tritati, con tanto di spine. Gli esiti sono quelli che vedete nella foto, una manata e un "ma va'a ramengo", a corollario di una emerita schifezza, di un de profundis per un cucchiaio di preziosissimo pistacchio e per una manualita' che lascio a chi ce l'ha, e pure ad abundiantiam . 

Un'altra cosa che non si vede ma c'e' sono gli apprezzamenti per questa Spuma di Mortadella, preparata con il Mascarpone fatto in casa (ormai un'abitudine, dai tempi di Torte Salate, quando provai per la prima volta questa ricetta per dichiararle amore eterno all'istante) e servita su dei dischetti di pane di semola con pasta madre:  se mai ho visto vacillare i sacri principi dell'Halal e del Kosher riuniti, e' stato giusto l'altra sera, davanti a queste meraviglie.

Per le ricette, rinvio al blog di Francesca (anche se la Spuma ha il link sbagliato: aspetto che la Franci lo sistemi e poi lo aggiorno).
Per il resto, mi limito solo a dire una cosa.
E cioe' che nella mia pluriventennale carriera di moglie-madre-ospite, ho dovuto far tesoro di uno zoccolo duro di ricette da porca figura a cui attingo costantemente, sia che debba preparare uno spuntino per la figlia, un pasto come si deve per il marito, uno sfizio per gli ospiti. La Spuma di Mortadella e' una di queste, una garanzia per quando bisogna sfamare-stupire-soddisfare in meno di 5 minuti: provatela, aggiungeteci tutte le varianti possibili (a casa mia, robiola, ricotta, burro, gin e brandy) e se volete proprio gli effetti speciali comprimetela negli stampi in silicone e lasciatela in freezer una mezz'oretta, coi da poterla sformare con facilita'. 5 minuti a temperatura ambiente (10 da voi) ed e' pronta per essere servita.

 Con questa ricetta, partecipo al The Recipe-tionist di Novembre- Dicembre 2016, organizzato da Elisa Baker del blog Cuocicucidici



martedì 12 gennaio 2016

CESTINI DI LENTICCHIE CON MOUSSE DI MORTADELLA




Singapore, martedì 12 gennaio
GN della Mortadella
Settimana del Maiale

Il primo grande lampo di genio del 2016, che ha illuminato le tenebre cerebrali della sottoscritta, è aver capito che l'unico modo per sopravvivere alla metropoli della giungla è vivere come un'Inglese.
Bella scoperta- diranno tutti quelli che mi conoscono: lo sono inside dalla nascita, stronzaggine compresa, c'era bisogno di arrivare a Singapore per capirlo?
Peggio ancora- è la risposta:ci ho messo un anno a rendermene conto. 
Ed è anche per questo che, ad illuminazione avvenuta, ho deciso di recuperare il tempo perduto, fiondandomi a pesce sulla cosa più British dell'universo mondo
Che non è né una collezione di improbabili cappellini in tinta pastello, né una fornitura di patatine fritte aromatizzate alla panna acida&alla cipolla e neppure 10 metri quadri  di moquette idrorepellente per il bagno. 
Nossignori.
La "cosa-più-inglese-del-mondo" è cantare in un coro.
E quindi, da stasera, la Van Pel canta.
Tutte arie d'opera italiana, tutte intonate con gli accenti che solo chi è nato in terra d'Albione sa modulare.
Quando si dice un programma da urlo.
Mi sento come la moglie dell'ispettore Barnaby.
E d'altronde...
La guida a sinistra, c'è.
I bus a due piani,pure.
I cottage, ci sono.
Le piogge, finora, ad abundantiam.
E per i cadaveri, datemi tempo: scaldo l'ugola- e poi vi aggiorno :-)

E già che di "voci" si parla, oggi la GN della Mortadella di Bologna, celebrata con tutte le fanfare che merita dal Calendario del Cibo- AIFB, ha come ambasciatrice la bolognese del mio cuore, Francesca Carloni, del blog Burro e Zucchero. Il suo articolo è quanto di più completo & scorrevole si possa leggere in materia, per cui se amate questo prodotto e/o se volete saperne di più, è qui che dovete andare.
Io partecipo con una vecchia ricetta, delle tante che dovrei ripubblicare su questo blog, preparata per un capodanno e rifatta, di tanto in tanto, in qualche cena invernale. Più facile a farsi che a dirsi e un po' lunga da scriversi,, per cui bando alle ciance e cominciamo


CESTINI DI LENTICCHIE CON MOUSSE DI MORTADELLA

per 24 cestini
200 g di lenticchie lessate
1 cucchiaio di olio extravergine di oliva

2 rametti di rosmarino
la punta di un cucchiaio di concentrato di pomodoro
sale e pepe
1 uovo


In una padella, insaporite le lenticchie in olio, rosmarino e una punta di concentrato di pomodoro, stemperata in mezzo bicchiere di brodo o di acqua caldi. Lasciate evaporare tutto il liquido, salare, pepare e far rafreddare completamente.
Dopodichè, unitee l'uovo e amalgamare bene il tutto

per preparare i cestini

Per fare i cestini, sono indispensabili 24 pirottini piccoli e una teglia da mini muffins. Io ho qualcosa di molto simile a questa
image from here

Accendete il forno a 180°C, modalità statica

Sistemate un pirottino in ogni cavità dello stampo

Versatelo nel pirottino un cucchiaino di lenticchie e, col dorso del cucchiaino, fatelo aderire ai bordi del pirottino, dandogli l forma di un cestino ( e con questo, ho esaurito tutti i diminutivi della giornata...). Cercate di dargli la forma che vedete nella foto: nè i bordi nè il fondo devono essere troppo sottili.

Infornate per un quarto d'ora e lasciate intiepidire per una decina di minuti.

Poi, estraete i cestini, lasciandoli nei loro pirottini. 

Quando si saranno perfettamente raffreddati, potrete staccarli, facendo un minimo di attenzione a non romperli. Non è un'operazione difficile: l'importante è che siano a temperatura ambiente.

I cestini vanno preparati con un po' d'anticipo: non troppo, perchè il rischio è che si asciughino e perdano in morbidezza. L'ideale sarebbe 2-3 ore prima, ma anche la mattina per la sera. In questo caso, però, conservateli in frigorifero, protetti con pellicola trasparente. 

Nel frattempo, preparate la mousse di mortadella

150 g mortadella di Bologna
100 g mascarpone
50 g burro pomata
50 ml di panna fresca liquida non montata
sale

Tritate finissima la mortadella.
Montate con le fruste elettriche, in una terrina, il Mascarpone con la panna e il burro, fino ad ottenere un composto spumoso.
Amalgamatevi con una spatola la mortadella tritata
Regolate di sale
Coprite con pellicola trasparente e tenete in frigo fino al momento dell'uso.
Lasciatela a temperatura ambiente per mezz'ora, prima di utilizzarla e, se vi pare il caso, montatela ancora un po' mescolando vigorosamente con una frusta a mano oppure con le fruste elettriche. 

Assemblaggio
Dopo aver rimontato la mousse, mettetela in una tasca da pasticcere (la scelta della bocchetta è libera) e riempite la cavità dei cestini. Decorate a piacere, con mostarda o pistacchi e disponete sul piatto da portata.

Se dovete farcire grandi quantità e giocoforza dovete portarvi avanti col lavoro, potete stabilizzare la mousse con la gelatina.
Si sciolgono 2 g di colla di pesce, precedentemente ammollata in acqua fredda e ben strizzata, in poca panna, portata quasi al punto di bollore. Poi, con il solito procedimento del freddo nel caldo, si aggiunge qualche cucchiaio di mousse alla panna e si amalgama bene: in questo modo, si evitano choc termici e la colla di pesce non si raggruma. Dopodichè, si unisce tutto il resto della mousse, si mescola bene e si mette in frigo. Al momento dell'utilizzo, la si spatola bene, in modo da restituirle morbidezza, e poi si procede all'assemblaggio. In questo modo, potete farcire con anticipo i vostri cestini e tenerli anche fuori dal frigo per qualche tempo, certi che "reggeranno"

- per quanto riguarda l'assemblaggio, invece, lo si può fare anche due ore prima dell'arrivo degli ospiti.  Mettete la mousse in una tasca da pasticcere, bocchetta liscia o zigrinata, come preferite e riempite le cavità dei cestini. Decorate a piacere, con mostarda o con pistacchi e disponete sul piatto da portata


L'occasione buona
- sono un must nei menu di Natale e Capodanno, ma non sfigurano nei buffet d'inverno o d'autunno. Potete sostituire alla mostarda dei pistacchi tritati, che con la mortadella si sposno perfettamente

Quante prepararne
Anche se van giù come ciliegie, sono piuttosto pesanti. Se le servite come semplice aperitivo, a precedere un pranzo completo, non più di due a testa. 
se invece fanno parte di un buffet più ricco, da un minimo di un pezzo e mezzo a un massimo di due pezzi. 
per esempio, in un buffet per 24 persone, d un minimo di 36 a un massimo di 48. 
Per eseperienza, nelle cene in casa mi attesto sempre sui "valori minimi"; nei buffet, sui massimi.

Quanto costano?
Relativamente poco: le lenticchie sono un cibo povero e potete trovare una buona mortadella a prezzi ragionevolissimi. Tenendoci "larghi", potrebbero essere 5 euro in tutto, che diviso 24 fa poco più di 0.20 cent. a pezzo. 
La "porca figura", ovviamente, non ha prezzo...

sabato 19 dicembre 2015

COMPLESSI- I CANESTRELLI ALLE ACCIUGHE



Io lo so, che i baci di dama salati son buoni.
Lo sa anche mio marito- che ufficialmente li snobba, ma poi non  c'è cena con i colleghi che non li ordini nel menu- e ultimamente lo sa anche mia figlia, che ancora qualche settimana fa se ne è scofanata una cifra, giustificando l'abbuffata con un "così bene non ti erano mai venuti".
Lo sanno i miei amici reali, lo sanno i miei amici virtuali, ultimamente lo sa pure questa parte di mondo, visto che per ora tratto i miei ospiti da ospiti e non da cavie e propino solo cose collaudate.
Però, lasciatemelo dire, questi son migliori.
E se non ci credete, provateli un po'. 
E poi parliamone.
Sempre che non abbiate la bocca troppo piena...


La ricetta è quella che seguo da sempre, targata Felder
per una ventina di canestrelli
130 g di farina 00
100 g di burro freddo
poco tuorlo (solo per tenere assieme l'impasto, se non dovesse stare assieme)
70 g di parmigiano grattugiato (ridotti a 50)
2 o 3 acciughe sotto sale, diliscate e dissalate
facoltativo: prezzemolo e/o limone

Si frullano bene le acciughe e si passano anche al setaccio, per evitare che rimangano lische. Con la punta delle dita si impastano la farina e il burro a tocchetti e poi si aggiungono il formaggio e le acciuge: se l'impasto dovesse risultare appiccicoso, potete aggiungere un po' di farina o un po' di parmigiano, a seconda dei gusti. A me, però, non è successo, per cui ho proceduto come da ricetta. Importantissimo, come sempre per le frolle salate e le sablé, non lavorare troppo l'impasto, onde evitare che "bruci" il burro. Se vi va di aggiungere prezzemolo e o limone, il momento è adesso: del limone, meglio la scorza del succo: è più profumata, evita di aggiungere altri elementi liquidi e dà anche un po' di colore, alla fine. A questo punto assaggiate e se è il caso aggiustate di sale. La risposta è "no, non è il caso", perchè fra acciughe e parmigiano siamo ben sistemati, ma non si sa mai. In teoria, bisognerebbe far riposare l'impasto, in frigo, coperto da pellicola: in pratica, dipende: io  ormai faccio sablè ad ogni occasione e quindi "ho la mano" e riesco a fermare la lavorazione in tempo. Ma una mezz'ora di riposo, a questi impasti, non può che far bene. Infarinate il piano di lavoro e il mattarello, stendete la pasta ad uno spessore di mezzo cm e con un tagliabiscotti formare le sablè, che vanno messe subito su una teglia rivestita di carta da forno. Infornate a 180 gradi, modalità statica, per 10-12 minuti. Tiratele via quando sono ancora chiare e non toccatele assolutamente nei primi dieci minuti. Lasciatele raffreddare bene, riponetele in una scatola di latta a chiusura ermetica e sforzatevi di dimenticarvele, perchè sono migliori uno o due giorni dopo.

venerdì 22 maggio 2015

BACI DI DAMA SALATI (QUELLI LI')




Quello che amo di più, delle mie amiche dotate di incommensurabile pazienza, è il momento in cui la perdono. 
Questo vale per me e per i molti di voi che mi chiedono quand'è che mi decido a ripubblicare le vecchie ricette anche qui: solo quando qualcuna delle succitate si stufa di suggerire-sollecitare-blandire e passa al piano B.
Per cui, ringraziate tutti questa signora- e beccatevi questi

BACI DI DAMA SALATI 
AL PESTO

...su cui tutto quel che si poteva dire è stato detto. 

Per circa 20 baci di dama

100 g di farina di mandorle
100 g di farina debole
100 g di burro freddo di frigorifero
dai 50 ai 70 g di Parmigiano reggiano grattugiato
un cucchiaino di sale
facoltativo: qualche goccia di brandy

per il ripieno
formaggio morbido spalmabile (personalmente, preferisco il mascarpone-che-non-sa-di-niente, tipo quello della LIDL, perchè non è acido; sennò, Philadelphia o similari)
pesto buono, che più buono non si può (a Genova, il miglior pesto pronto è quello di Novella, per il rapporto qualità prezzo; se volete spendere un po' di più, compratelo da Rossi. Altrimenti, fatevelo in casa, che è sempre la soluzione migliore)
non chiedetemi le dosi, perchè qui si va a occhio: indicativamente, un 2:1, due parti di formaggio e una di pesto. Considerate due cose
1. la prima, è che il ripieno deve essere cremoso al punto giusto per poter essere spalmato
2. la seconda, che il pesto ha un gusto nettamente prevalente su tutto: è per questo che non dovete esagerare. Chi assaggerà i vostri baci, deve associarli immediatamente a uno stuzzichino per l'aperitivo, non a un piatto di trenette da trattoria per uomini veri, ascella pezzata e profumo di aglio annesso. Quindi, andateci piano

La parte difficile sono i baci di dama. 
Ma per questo ci sono i consigli della sottoscritta, che finora han sempre funzionato

1. Gli ingredienti vanno lavorati tutti assieme. Potete usare un mixer oppure impastare a mano, usando gli stessi accorgimenti della pasta frolla: burro freddo di frigorifero, tagliato a cubetti, mani gelate e lavorazione veloce


2. Tagliate il burro freddo a cubetti e poi metteteli di nuovo in frigo per un'altra mezz'ora, per evitare che il calore delle mani possa compromettere la riuscita della ricetta

3. Appena avrete ottenuto un impasto omogeneo, smettete di lavorarlo: se è sufficientemente freddo, potete procedere con la pezzatura, altrimenti avvolgetelo nella pellicola trasparente e fatelo riposare in frigo, da mezz'ora a una o due ore

4. Stendete un foglio di carta da forno su una teglia: le più indicate sono quelle per i biscotti,  basse e rettangolari. Tenete le mani per 30 secondi sotto l'acqua fredda del rubinetto.Asciugatele e procedete con la pezzatura, prelevando delle piccole porzioni di impasto a cui darete la forma di palline: devono essere più piccole dei baci di dama dolci, se possibile. sistematele sulla teglia, un po' distanziate fra di loro

5. Accendete il forno a 150°C modalità statica e infornateli per 15 minuti: attenti a sfornarli quando sono ancra bianchi. Devono essere appena cotti e un buon modo per verificarlo è spostarli leggermente dal fondo della teglia: se si staccano senza fare resistenza,ci siamo

6. Lasciateli raffreddare SENZA TOCCARLI per almeno un quarto d'ora. Se disobbedite, sappiate che il bacio si sbriciolerà rovinosamente sotto le vostre dita e se tenterete di nascondere il corpo del reato mangiandolo, questo provocherà ustioni di terzo grado alla vostra lingua. Quindi, obbedite e andate in un'altra stanza, lontani dal profumo e dalle tentazioni ad esso connesse

7. Sono migliori 3-4 giorni dopo la cottura:in teoria, dovreste conservarli in una scatola di latta a chiusura ermetica, dove potete tenerli anche per una settimana, perchè col riposo acquistano in bontà. Vanno invece farciti poco prima dell'uso,sistemati in pirottini e poi serviti, con l'aperitivo.

Se non riuscite a trovare il pesto buono,potete variare il ripieno con altre mousse, come per esempio

1. patè di prosciutto allo Xeres

100 g di prosciutto cotto
150 g di robiola
1/2 bicchierino di Xeres o Tio Pepe o Marsala secco
sale
pepe rosa per decorare 

2. patè di mortadella

100 g di mortadella
150 g di mascarpone
50 ml di panna
sale

3. patè di salmone al Laproaigh

100 g di salmone conservato al naturale
50 g di salmone affumicato
50 g di burro salato
150 g di crème fraiche
mezzo bicchierino di Laproaig o altro whisky torbato
poco sale 
aneto

oltre alle meravigliose ricette che trovate qui sopra

giovedì 8 aprile 2010

Fragole sull'attenti- e di come si ride, ma anche no


ovvero: di un post che comincia in ridere, ma poi no.

fragole sull'attenti

La creatura studia la terza declinazione dei nomi greci ed è arrivata alle fatidiche eccezioni: le ripete dopo il solito rituale di blandizie-suppliche-minacce e, fra le tante, declina con sguardo da martire la parola "ther,theròs" che significa "fiera". Dopodichè, passa dalla teoria alla pratica.
La versione è la storia di Perseo che libera Andromeda, dopo che "la fanciulla è stata data in pasto dal padre ad una fiera marina", così come hanno appreso generazioni di studenti, dai portici della Stoà in poi e come anche mia figlia conosce. Anzi, la conosce tanto bene che si permette pure qualche variazione sul tema, forte del conforto del volcabolario, trasformando l'aggettivo "marina" nel corrispondente complemento: "metto 'del mare', che ci sta meglio".
Dei due, chi ci è arrivato prima è stato mio marito, che ha subito chiuso lo schermo del portatile, con un ghigno stampato sulla faccia, determinato a non perdersi neppure un nanosecondo della scena che sarebbe seguita di lì a poco. Io ci sono arrivata un po' dopo ma, anzichè glissare, per una volta, ho scelto di bere l'amaro calice fino alla feccia, chiedendo quale funzione logica avesse "alla fiera del mare".
La sventurata rispose.


fragole sull'attenti

E mentre davanti ai miei occhi, insieme a Perseo e ad Andromeda teneramente avvinghiati sulla prua di uno yacht lungo un chilometro- un affare, "prezzo fiera" -sfilavano tutti i miei sacrifici, le mie sere passate a leggerle le favole della buona notte, i sabati da donne da Feltrinelli, i fine settimana fra Parigi e Londra per mostre, concerti e musei, ho pensato che stavolta non poteva finire così e che, se mai c'era un resposabile, era il momento che saltasse fuori. Considerato poi che, se in casa mia si urla, in quella delle madri delle amiche di mia figlia non è che si stia tanto meglio, afflitte come siamo da questo mal comune che, credetemi, per noi genitori che "ci abbiamo creduto" è tutto, ma proprio tutto fuorchè un "mezzo gaudio". Siccome non sapevo da dove cominciare, ho proceduto per tantativi, andando per esclusione.

Ho escluso un deficit di neuroni, da parte della creatura. E' ancora nella fase in cui la regola del massimo risultato col minimo sforzo si rivela sistematicamente vincente, il che significa che i neuroni ci sono, sono tanti e sono pure belli arzilli. In più, giusto in quei giorni, si era appena fatta fuori, uno via l'altro, "Cime Tempestose" e "Orgoglio e Pregiudizio", entrambi in traduzioni serissime e rigorose, che non facevano nessuno sconto alla modernità o allo slang- per giunta standosene chiusa in camera a leggere o alla finestra a sospirare, chiaro indizio di profonda comprensione delle suddette storie, dalla prima all'ultima parola, virgole incluse.

Ho escluso responsabilità della famiglia: e non perchè in casa nostra si legga di più, si viaggi di più, si facciano cose "di più" rispetto al resto del mondo. Chi scrive è la orgogliosissima figlia di un tranviere, per cui quando dico che non ne faccio una questione di privilegi culturali non parlo per fare del politically correct. Anche perchè qui il problema è un altro e riguarda semmai non una mancanza di informazioni, ma una incapacità di incamerarle. Usare un italiano corretto, in casa mia, non ha mai implicato l'uso di termini desueti: per mia madre, io e mia sorella siamo sempre state "le bambine", non "le fanciulle" e quando andavamo a scuola eravamo le "alunne", non le "discepole". E quando bisognava che mio padre si tirasse su dal letto, per venirmi a recuperare nei vari punti di ritrovo con gli amici, non è che mia madre gli dicesse "orsù, uomo, levati dal talamo, perchè l'auriga scaricotti la fanciulla al crocicchio della Genova-Nervi". Ciononostante, quando ci si imbatteva in parole a noi sconosciute (carriaggi, fare impeto, tappe forzate etc etc) non è che ci rifiutassimo di ricordarcele, perchè intanto chi le usa più, anzi: semmai, era la volta che si cercava di imprimersele bene nella memoria, col risultato di perdere dei quarti d'ora per cercare il significato di "fero", ma di sapere alla prima che "angustiae vuol dire strettoie"

Ho escluso responsabilità della società: è vero che siamo ai minimi storici, che a leggere i loro messaggi sul cellulare c'è da uscirne scemi, che fiesbuk e la pleistescion e internet etc etc etc. Però, ai miei tempi si diceva "trooooooooooooooooopppppppppppo gggiusto", il modello vincente aveva un alberello sulle scarpe e un gallo sul piumino e internet e facebook, non c'erano, purtroppo. (la play no: è una delle poche cose su cui sono stata irremovibile). Come dire, che scemi lo eravamo anche noi, per età e per identità di gruppo, o come cavolo si chiama. Però, che le fiere fossero bestie feroci, lo sapevamo tutti...


Insomma, alla fine, mi sono rimaste la scuola e la parrocchia- e visto che il post è troppo lungo e un colpevole alla fine bisogna trovarlo, ho equamente suddiviso le responsabilità su entrambe: l'una per aver dimenticato di insegnare l'umiltà e l'altra per aver sbarrato una delle strade per praticarla: vale a dire, un sano, semplice, normale uso della memoria. Mica tanto, sia chiaro e non certo per sentirsi snoccoiolare nozioni come rosari: ma solo quel poco che basta per far capire ai nostri figli che, ogni tanto, esistono regole su cui non si discute- non quando si è in prima elementare e si è alle prese con la grammatica italiana, non quando si è il quarta ginnasio e ci si picchia con il lessico greco. Senza che questo comprometta in alcun modo un futuro da fini linguisti o da squisiti filologi, pregno di alti contributi allo studio delle lingue, classiche o moderne che siano.
Non so se ne faremmo studenti migliori di quelli che sono: ma, quantomeno, eviterebbero di perdersi negli stand di un Salone Nautico, in cerca degli amici che li aspettano allo Zoo. Il che, a ben guardare, sarebbe già qualcosa....

FRAGOLE SULL'ATTENTI

fragole sull'attenti


Per 20 fragole
200 g di mascarpome
dai 50 ai 100 g di zucchero a velo
mezzo foglio di colla di pesce
50 ml di panna da montare

Pareggiate le fragole, con un taglio netto alla base, in modo che possano stare in piedi.
Con un coltellino appuntito, togliete il picciuolo, scavando leggermente all'interno della fragola, in modo da creare una piccola cavità
Ammollate la gelatina in acqua fredda
In un pentolino, scaldare la panna e, poco prima che prenda bollore, sciogliervi fuori dal fuoco la colla di pesce, mescolando rapidamente con un cucchiaio di legno.
Amalgamare alla panna il mascarpone, un cucchiaio per volta, mescolando di volta in volta per far incorporare bene il liquido.
Dopodichè, aggiungere lo zucchero e montare per pochi minuti con le fruste elettriche.
Riempire una tasca da pasticcere con la crema così ottenuta e farcire le fragole, come nella foto, completando con una spruzzata di granella di pistacchio.
In frigo fino a mezz'ora prima di servire
Ciao
Ale

fragole sull'attenti
n

martedì 23 febbraio 2010

Sablè di Felder al parmigiano con tre variazioni






sablè cumino limone


Bollettino medico di martedì, 23 febbraio, ore 7.00: teoricamente, sarei in piedi. Praticamente, sto ancora su un piede solo, con la non trascurabile differenza, rispetto ai giorni scorsi, che stavolta lo alterno. Vale a dire che, fino a mezz'ora fa, il piede malandato era il destro. Ora, dopo che una gruccia da pantaloni, de fero e rinforzata, è franata dritta dritta sul secondo dito del piede sinistro, zompetto per il corridoio, in stile Mino Damato sui carboni ardenti, ma senza l'espressione ascetica che aveva lui. Qui, di ascetico, ci stanno solo i santi che, ad uno ad uno, sto convocando direttamente dal Paradiso...
E comunque , la prima prova è stata superata: trattasi del famigerato aperitivo per la Festa Solenne dell'Ufficio che da almeno 5 anni vede la sottoscritta cooptata dal capo, in qualità di P.R. -da Pranzi&Rinfreschi a Pulisci&Risciacqua. Siccome sull'argomento si potrebbe scrivere un trattato, ma siccome non ho voglia di marcirmi il sangue già alle 7 e un quarto del mattino, rinvio a momenti più allegri la rievocazione delle varie tappe che mi hanno condotto ai vertici di questa carriera e passo subito a raccontarvi la Sfida dell'Anno, vale a dire come preparare un buffet per cinquanta persone, dovendo essere sul posto alle otto del mattino, per giunta in tenuta da professionista rampante, con tanto di scarpa col tacco, alla faccia della tempistica, del sudore da duro lavoro e, buon ultimo, del ditone malato.
Fosse stato per il marito, avrei dovuto telefonare al Capo e dirgli pacatamente che non ero in condizione di muovermi e che si arrangiassero da soli, una buona volta, magari mandando anche qualcuno a prelevare vassoi e caraffe. A parte la nominescion per "la migliore battuta del secolo", il suggerimento non ha sortito alcun effetto e, dieci minuti dopo, sperimentavo una nuova posizione al volante, guidando senza una scarpa e schiacciando il pedale dell'acceleratore col solo tallone. E' stato solo quando sono arrivata al parcheggio, sana, salva e senza neppure una smagliatura nella calza che ho capito che ero lì per volontà divina e che quindi, qualsiasi cosa fosse successa, avrei trovato un appiglio a cui aggrapparmi. E così è stato. Il primo, indispensabile, è stato l'aiuto della Paola, un'altra che, quando si decideranno a fare uno speciale sul mio buon carattere, potrà candidarsi a fare l'ospite d'onore; il secondo, invece, è stato il colpo di genio di lavorare scalza, su un pavimento di marmo, in una stanza che non aveva mai visto un calorifero in vita sua. Tempo trenta secondi e stavo sperimentando gli effetti analsegici del congelamento, con grande beneficio della sottoscritta e degli invitati, che, nel giro di mezz'ora, hanno fatto fuori il seguente buffet

sablè alle olive



Mini quiches al roquefort e ai finocchi (48 pezzi)
Mini quiches lorraine (48 pezzi)
Focaccia alla salvia (100 pezzi)
Mini croissant farciti con crescione e salmone affumicato (70 pezzi)
Baci di dama salati al pesto (80 pezzi)
Sablè al cumino/limone (50 pezzi)
Sablè alla paprika (50 pezzi)
Sablè alle olive (50 pezzi)

i primi 4 sono stati preparati una settimana prima e congelati; i secondi 4, invece, tre giorni prima e chiusi in scatole di latta. Al mattino (presto: prima delle 6, di sicuro), ho fatto scongelare in forno quiches e croissant, e nel frattempo farcivo i baci di dama, mentre le brioches sono state riempite in loco. Tovaglie bianche (pure quelle antiche: mamma, non leggere), con sopra dei copritovaglia ciclamino, vassoi d'argento ed alzatine. Superfluo aggiungere che le sablè nelle foto sono state immortalate prima dell'inizio della cerimonia, visto che, a parte le briciole, non è avanzato niente....


SABLE' AL PARMIGIANO
(C. FELDER)

sablè alla paprika



la ricetta base è di Felder e si riferisce ad una ventina di biscotti


farina 130 g
burro 100 g
tuorlo d'uovo 1
parmigiano grattugiato 100 g
sale 1 presa
pepe nero 1 presa
Preriscaldate il forno a 180. Unite tutti gli ingredienti in una ciotola a lavorate con la punta della dita fino ad ottenere una consistenza sabbiosa. Se preferite lavorate al mixer. Aggiungete l'uovo, compattate e formate una palla. Conservate in frigo per 1h. Stendete la pasta su uno spessore di ca 5mm e ricavate dei quadrotti di 4cm. infornate 15-18m. a 180°

Io sono partita dalla stessa base, quadruplicando le dosi e riducendo le dimensioni, e ho aggiunto tre diverse "profumazioni"

- cumino in semi e scorza di limone grattugiata
- paprika forte
- olive nere tritate grossolanamente

Nelle scatole di latta, si sono conservati tutti bene, eccetto quelli finiti nel contenitore con il coperchio che chiude male: mi è bastato rimetterli in forno a 150 gradi per 5 minuti e sono tornati fragranti come gli altri.
Buoni, buoni, buoni
Buon appetito
alessandra


martedì 2 febbraio 2010

Scrigno di Camembert alla senape



camembert nella sfoglia

Nell'ecatombe delle materie di cui è stata artefice la scuola moderna e contemporanea, quella che ne è uscita più malconcia è stata la Geografia. Nella migliore delle ipotesi, non la si studia. Nella peggiore, invece, la si violenta, ammassando nei confini di una disciplina così illustre argomenti che, di per sè, sarebbero anche interessanti , se sostenuti da quelle che, un tempo, si chiamavano basi. Intendo dire che i pochi fra i nostri figli che studiano questa materia, sanno magari tutto dell'economia del Pakistan, della politica del Marocco e delle risorse del Madagascar, senza però né avere idea del continente a cui questi Paesi appartengono né, tanto meno, di saperli collocare su una cartina geografica. Lo dico senza tema di smentita, forte di un insegnamento pluriventennale, che mi ha reso la più desolata testimone di questo (ed altri) scempi della nostra cultura, che trovano nella scuola il principale, se non l'unico imputato.
Ovviamente, in casa nostra, l'ignoranza della materia tocca vertici sublimi. Roba che ci sarebbe da rotolarsi dalle risate se il soggetto di una simile tabula rasa fosse la figlia di un'altra madre, e non la mia. Pure suo nonno, che solitamente è in adorazione costante della nipote, non riesce a capacitarsi di come sia possibile che la creatura sia l'unico esemplare della famiglia a non trarlo d'impaccio dalle definizioni delle parole crociate- e non perché non sa che il fiume che attraversa la Svizzera è l'Aar, ma perché resta muta e assorta anche di fronte a "fiume di due lettere che dà il nome alla Pianura Padana e che inizia per P"

Per cui, è con accenti di sincera commozione che desidero condividere con voi l'Epifania della Profonda Cultura Geografica della creatura, certa della gioia con cui so che accoglierete la notizia. Munitevi di fazzoletti- e cominciamo

L'antefatto sono i verbi latini che si studiano (?) alla vigilia dell'interrogazione, per giunta scandalizzate perché "mi avevano detto che il latino era uguale all'italiano e invece, guarda qua, "biasimare" si dice "vituperare" e io come faccio a ricordarmelo".
Trattandosi di un antefatto, siete caldamente pregati di astenervi da qualsiasi commento in merito e di saltare tutti i passaggi, fino al momento della temuta verifica materna

" Io prego"
"Oro, oras, oravi oratum, orare"
"Io lodo"
" Laudo, laudas, laudavi, laudatum, laudare"
" Io biasimo"
"............................ 'spetta, eh, un attimo solo............ loso-loso-loso-loso-loso...VITERBO, VITERBAS, VITERBAVI, VITERBATUM VITERBARE!!!"

camembert nella sfoglia

Com'era quella della man pietosa? Quella che scendea dal cielo sul capo etc etc... Beh, non so da dove fosse scesa la mia, ma di fatto mi sono trovata col braccio pronto a scaraventare il libro , improvvisamente trattenuto da quello che aveva tutta l'aria di un rapimento mistico:
"Aspetta....aspetta... Viterbo non è un verbo... E' UNA CITTA'!!!!"
Così, capito?, senza preavviso. Viterbo è una città.
Mi siedo.
E non è mica finita qui, tutt'altro. Non solo è una città ma " è anche importante. E vuoi sapere perché?"
Trattengo il fiato.
"perchè ci è nato Marco Mengoni"
Giuro che, per una frazione di secondo, ho pensato che fosse il nome secolare di un Papa. Viterbo- Palazzo dei Papi- insomma, l'associazione era questa qui. E invece, nossignori: è di storia contemporanea che si tratta, perché - udite udite- Marco Mengoni è "quello che ha vinto X Factor".
E, tanto per fugare ogni dubbio sulla padronanza della materia, esaltata dal suo stesso sapere, il Vas Sapientiae prosegue: " so anche dov'è"
Mi gira la testa.
"E' nelLA LAZIO. E sai perché lo so? perché Nella Lazio (pure ripetuto, d'altronde si doveva fugare ogni dubbio) hanno messo il digitale terrestre e lo hanno messo dappertutto, ma a Viterbo no"
E su questa immane ingiustizia, che vede gli stessi concittadini di Marco Mengoni privati delle sue esibizioni, ho chiuso il libro, ho appoggiato la testa e ho pianto. Dal ridere, ovviamente. E neppure tanto isterico, questa volta...

P.S. A scanso di equivoci, chi è Marco Mengoni lo so pure io. Perché ho visto tutte le puntate di X factor, anzitutto. E perchè mi ha dato la gioia, per la prima volta, di veder vincitore il cantante per cui tifavo spudoratamente, dopo aver visto eliminare i miei favoriti nelle altre edizioni. E perché è la ragione per cui, quest'anno, tornerò a guardare Sanremo, facendo di nuovo un tifo spudorato. Anche se non sono di Viterbo...

SCRIGNO DI CAMEMBERT NELLA SFOGLIA


camembert nella sfoglia

"Non ricetta" che, a dispetto del nome altisonante, si prepara in 10 minuti, risolve una cena, magari con una bella insalata di fianco , e in versione mignon, risolleva un buffet

Si prende un foglio di pasta sfoglia, rigorosamente comprato e rigorosamente già steso e con un coppapasta o con il bordo di una tazza, si ricavano due cerchi per commensale e si spennellano di senape.
Si fa stufare un porro, con poco olio e sale e se ne mettono due cucchiaini non troppo colmi su metà dei cerchi di sfoglia.
Poi, sopra il porro, si mette un piccolo camembert o anche un tomino, si richiude con l'altro cerchio di sfoglia, si spennella con un tuorlo mescolato con un po' di latte e si inforna a 200 gradi per una quindicina di minuti al massimo. Dopodochè, si serve caldo, per mantenere l'effetto colante - e si mangia tiepido, per evitare l'ustione
Buon appetito
Alessandra




scodelline con uova di quaglia e asparagi



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Ai tempi della mia Prima Comunione, andavano di moda i libricini di preghiere: ce ne erano di tutti i tipi, dal modello base a quello superaccessoriato, rilegato in madreperla e dotato di portarosario, con rosario annesso , ed erano il pendent mistico alle più mondane cornici d'argento, aggiungendo al classico "fa fine e non impegna" anche una preoccupazione (pelosa) per la crescita spirituale del comunicando. A me piacevano da matti, perché avevano un sacco di preghiere dai titoli mai sentiti e dai contenuti incomprensibili ma affascinanti, che mi leggevo durante il giorno, ripromettendomi di recitarle al mattino e alla sera, convinta com'ero che nelle altre ore della giornata non funzionassero. Si cominciava con la Preghiera del Mattino, dove si ringraziava per non essere morti stecchiti nella notte e ci si augurava di non subire la stessa sorte di giorno, e poi seguivano una serie di Atti: da quello di dolore ( già al mattino presto: evidentemente, essendo sopravvissuti alla notte, si erano fatti sogni impuri) a quello di Carità, per finire con l'Atto di Fede. Che è quello che vi chiedo stamattina. Un atto di fede pieno, profondo, assoluto, perché ciò che sto per raccontarvi, per quanto assurdo ed inspiegabile possa sembrare, è invece completamente vero


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Ieri mattina, intorno alle otto, entro nel viale di accesso al Monoblocco dell'Ospedale di San Martino, a Genova. Il parcheggio adiacente è chiuso per lavori in corso ma il custode fa passare chiunque, alzando la sbarra e facendo segno di andare, e pure velocemente. Dopodichè, inizio a cercare posteggio e ovviamente non lo trovo. Faccio tre giri, nei dintorni, con un occhio alla strada e un altro all'orologio e alla fine decido di parcheggiare nel quadratino di spazio adiacente il posteggio dei taxi. In pratica, accartoccio la micra il più possibile e, a fine manovra, è quasi tutta stipata in zona franca, a parte le ruote anteriori, sulla riga gialla.
Considerato che, però, fra il rischio multa e la corsa all'ospedale non c'è proprio storia, mi lascio macchina e preoccupazioni dietro le spalle, almeno fino a quando, otto ore dopo, ritorno al parcheggio. Neanche a dirlo, la multa c'è.

E ora, ispiratevi, perché l'Atto di Fede, comincia qui.

Per due ruote sulla riga gialla del parcheggio dei taxi, mi vengono imputate le seguenti infrazioni:

1. divieto di sosta
2. divieto di fermata
3. mancato rispetto della segnaletica stradale
4. parcheggio su area riservata ai taxi
5. mancato permesso di accesso
e, buon ultima, come sanzione aggiuntiva, il blocco del veicolo. Che però, non era bloccato.

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Qui sintetizzo. Per prima cosa, chiamo il mio avvocato (che poi è il cugino di mio marito, ma fa più figo così), il quale mi dice che o si querela il vigile, o si paga. Al "niente sangue" lo licenzio in tronco e decido di passare all'azione. La prima telefonata è al Comando dei vigili urbani. All'apparecchio risponde uno solo, ma tempo due minuti sono in tre o quattro che iniziano a fare scommesse su cosa mi accadrà: prima fanno un po' di conti, sanzione per sanzione- bontà loro- poi mi dicono che di solito se ne paga una sola e quando sto per tirare un respiro di sollievo aggiungono che, però, il tizio che mi ha multato appartiene ad un ufficio che con loro non ha nulla a che fare, e quindi non è detto etcetc.

Pertanto, mi faccio coraggio e faccio l'ultima telefonata, in stile ultimo pasto. Dall'altro capo, un tipo gentile, al quale chiedo se ha il tempo per un rosario, dopodichè comincio. Anzi, già che ormai sono padrona della materia, vado nel profondo e preciso che se non trovano loro il modo per conciliare tutte 'ste sanzioni contrastanti, col cavolo che concilio io. La risposta è rapida e immediata. Quella non è una multa, ma una ammonizione, che mi prospetta tutte le ipotesi di reato in cui sarei potuta incorrere, con tutte le sanzioni correlate in crescendo, fino all'ignominia del blocco delle ganasce. Per cui, non pago niente, non perdo punti, non ledo il sistema nervoso e posso anche permettermi un giro suppelementare da Feltrinelli. Un po' di cenere sul capo, e via.

Salvati il portafogli e la patente, gli chiedo che fastidio abbia potuto dare un veicolo con due sole ruote sulla striscia gialla, oltretutto sul limitare del parcheggio riservato , tenuto conto che, di norma, se uno va al Monoblocco alle otto del mattino, non lo fa certo per spettegolare con le amiche davati a un caffè. La risposta è sconsolata: "signora, se ci chiamano i taxisti, non possiamo non andare"

Pertanto, alla luce di questa rivelazione, chiedo che mi sia concesso di mandare un accorato appello, dalle pagine di questo blog, agli eventuali testimoni dell'accaduto, pregando loro, se mai avessero visto un taxista inferocito dirigersi verso l'ispettorato al traffico, che mi facciano il santo favore di NON lasciarsi scappare nessun indizio che possa ricondurmi a lui, perchè davvero non sarei responsabile delle mie azioni. In nome del senso civico, della fratellanza e dell'umana compassione che da sempre ci accomuna- taxisti del Monoblocco esclusi


SCODELLINE DI UOVA DI QUAGLIA E ASPARAGI


scodelline uova di quaglia

Altra non ricetta, veloce veloce. Prendete uno stampo da minimuffins e spennellatelo bene col burro fuso. Stendete un foglio di pasta brisèe e ritagliate con un coppa pasta tanti dischetti, del diametro di 2-3 cm più largo di quello degli stampini e rivestitevi questi ultimi. Fate una cottura in bianco, a 170 gradi per una decina di minuti. Dopodichè, lasciate raffreddare e sformate. Nel frattempo, fate rassodare le uova di quaglia, sgusciatele e tagliatele a metà. Bollite gli asparagi.
Riempite le scodelline di brisè con un velo di maionese, su cui metterete la metà dell' uovo di quaglia, leggermente salata e una punta di asparago.
Con un foglio di brisè vi vengono circa 24 scodeline, per cui calcolare 12 uova di quaglia e 24 pezzetti di asparago- ( fossi in voi, ne farei cuocere un mazzo e quelli che avanzano me li mangerei in altro modo, senza stare a perdere tempo a contare)
I cestini di brisè si possono fare il giorno prima e conservare in una scatola di latta, chiusa ermeticamente
Buona giornata
Alessandra




venerdì 22 gennaio 2010

Polpette di granchio con maionese al wasabi


Ideona: visto che ormai mi avete messo in riga e ritorno a parlare di libri, che ne direste se cambiassimo la classifica e mandassimo in pensione i libri "da leggere assolutamente", quelli "così e così" e quelli da buttare? Ora vi spiego. L'altro giorno, mentre ero alla cassa da Feltrinelli, per non so quale malsana ragione, mi è venuto in mente di dare un'occhiata allo scontrino. Di solito, pago mentre già leggo e quando arriva il resoconto della carta di credito, non associo certe cifre a certi libri. Ma l'altro giorno non ho potuto farne a meno e mi è venuto un colpo. Intanto perché, pur essendo praticamente nata con un libro in mano, non ho mai speso, in precedenza, quanto sto spendendo in questi anni, a parità di acquisti fatti (grosso modo, dai 5 ai 10 al mese- esclusi quelli di cucina e di scuola e di lavoro); ma soprattutto perché, per quante illusioni mi faccia ogni volta, già so che la quantità di delusioni et bidonate dietro l'angolo sarà sicuramente maggiore delle belle sorprese. E così, mi è venuta l'IDEONA, vale a dire di modificare le categorie in qualcosa del tipo "rompi il porcellino- fatti un mutuo" per quelli che vanno comprati, "aspettiamo la brossura" per quelli così e così e "diamoli in beneficenza" per le schifezze emerite. Cosa ne dite? Mentre ci pensate su, godetevi questo FIGERFOOD- che è davvero una gran figata...


polpette di granchio con maionese al wasabi


POLPETTE DI GRANCHIO CON MAIONESE AL WASABI


La ricetta delle polpette risale a qualche anno fa, a quando salvavo le ricette dal Web senza indicare l'autore: butto lì la fonte che mi sembra più probabile, vale a dire Cookaround, ma sono disposta a serbare gratitudine eterna per chiunque si faccia vivo e ne rivendichi la paternità*.

*trattasi di Stefania, l'Araba Felice:  e ora che ci penso, potevano esserci dubbi?

Ovviamente, nel tempo, sono subentrate parecchie modifiche, a cominciare dalla crosta di sesamo e per finire con l'abbinamento alla maionese al wasabi, di cui invece, rispondo da sola.

L'incommensurabile pregio di queste polpette è che si possono friggere fino a quattro- sei ore prima e poi scaldare nel forno, per riacquistare la loro freschezza. Non a caso, è l'unico fritto che preparo nei buffet e che servo a cuor leggero, senza il timore di odori sgraditi dalla cucina. E, che ci crediate o no, per quanti ne prepari, finiscono sempre in cinque minuti.

MAIONESE AL WASABI


maionese al wasabi

Semplicissima: basta che voi prepariate una maionese, con la vostra solita ricetta, e ci aggiungiate del wasabi, a piccole dosi per volta. Il mio consiglio è di procedere poco a poco, assaggiando via via, anche se di fatto poi finisco sempre per "andarci giù dura", visti i gusti dei miei amici.
Se non vi piace il gusto del Wasabi, aggiungete qualche goccia d'arancio alla fine della preparazione e servite con una bella spolverata di zeste, sempre di arancio, naturalmente.
Quella delle foto, invece, è una maionese allo yogurt rigorosamente industriale, a cui ho aggiunto del wasabi: a buon intenditor...

polpette di granchio- maionese al wasabi


Polpette di granchio / gamberetti
Versione col granchio
polpa di granchio BUONA (circa 200 g)
una bechamelle molto solida ( 50 di burro, 50 di farina, 250, max 300 di latte)
1 albume
1 cucchiaio e mezzo di maizena
coriandolo
sale
semi di sesamo

olio per friggere

Scolare la polpa di granchio dal liquido di conservazione e farla asciugare rapidamente in padella, con un po' di sale. Lasciatelo raffreddare e aggiungetelo alla bechamelle, insieme all'albume e alla maizena e al coriandolo tritato. Mescolate bene, aggiustate di sale e lasciate riposare in frigo da un minimo di due ore a tutta la notte.

Formate poi delle palline un po' più piccole di una noce e passatele nel sesamo. se avete tempo, fatele riposare in frigo ancora un po.

Dopodiché friggetele in abbondante olio e servite


Note mie

Nella versione al gamberetto, basta sostituire la polpa di granchio con 200 g di gamberetti lessati e tagliati a coltello. Al posto del coriandolo, aggiungere il prezzemolo

Pur essendo finger food, le polpette non devono essere piccolissime, perché il rischio che si sfaldino in cottura c'è, specialmente se dovete girarle o quando dovrete scolarle. Quindi, fatele al minimo della grandezza di mezzo pollice, al massimo di mezzo cm di più.

Più l'impasto riposa e meglio è.

Buon Appetito

Alessandra




martedì 21 luglio 2009

quiche di zucchini, feta, limone e menta

 


 

Qualche anno fa, all'epoca in cui faceva l'inviato de La Stampa per il Giro d'Italia, Alessandro Baricco capitò nel luogo dove si trova la casa di famiglia di mio marito. E tale fu lo stupore per il clima che trovò, che dimenticò ogni dovere cronistico-sportivo per dedicare l'intero articolo alle brume ed alle nebbie che gravano perenni sui tetti del paese, levando alti lamenti per la sorte dei suoi infelici abitanti.
Apriti cielo: all'articolo seguì una sollevazione popolare, con tanto di repliche sulla carta stampata e in televisione, da parte di tutti i residenti, dai più ai meno illustri, che richiesero la cenere sul capo dal povero Baricco, reo d'aver detto quello che, per noi genovesi, equivale a un omaggio a Monsieur Lapalisse, e cioè che qui piove- e di lungo.
Quindi, per non riaccendere ulteriormente gli animi, dirò in forma pubblica e solenne che nel paese di mio marito c'è il sole. Sempre. Fatta eccezione, ovviamente, per quei 365 giorni l'anno- 366 i bisestili- quando bisogna uscire con l'ombrello- ed aprirlo pure.
Sia chiaro: chi scrive adora la pioggia. Anzi, tanto per fare outing fino alla fine, io detesto il caldo, l'estate ed anche il sole, se al mare. So di essere l'unico esemplare vivente al mondo ad avere simili gusti, ma siccome pare non ci sia cura, ho imparato ad assecondarli, facendo le valigie per l'amata Albione allo spuntare dei primi oli solari, fin quando lo stato civile me lo ha permesso e spostandomi al di là del Turchino una volta impalmato il Signore del Feudo.
Quindi, a conti fatti, io qui ci sto bene. E sono certa, anzi certissima, che, una volta fatta l'abitudine ai cigolii della spina dorsale e all'indomabile rigonfiamento delle chiome, vi trovereste bene anche voi, non foss'altro che per i tre motivi che vi elenco qui sotto:

1. l'orto: vi ricordate quando, alle Medie, dovevate imparare a memoria tutte le fasce tropicali, da quella equatoriale a quella artica, tenendo bene a mente che ogni passaggio avveniva in forma non traumatica e graduale? Bene, qui facciamo eccezione. Siamo nell'unico posto al mondo, dove, passata la barriera del casello, il clima si trasforma da macchia mediterranea a foresta pluviale. Il che, tradotto in termini agronomici, significa che quelle che a voi sembrano prugne sono in relatà mirtilli e quel campo di ninfee che evoca laghetti giapponesi e quadri di Monet è solo il più prosaico basilico della suocera. E sorvolo sulle dimensioni delle zucche: mi limito a dire che se la famosa fatina ne avesse usata una delle nostre, per il suo più celebre incantesimo, Cenerentola sarebbe andata al ballo su un TIR...


2. l'immediato zittimento della zampogna del custode, ex pastore calabro che lenisce la saudade soffiando quel che resta dei suoi polmoni nelle canne di una pelle di pecora. Perchè, ovviamente, noi qui non ci facciamo mancare niente: e come abbiamo il roseto con ogni tipo di rosa che sia mai spuntata nel creato, dal quarto giorno in poi, l'ortensiario con ogni gamma di colore, dal blu al rosso, passando per l'indaco, il lilla e il violetto, il pozzo e il bersò e la panchina in ferro battuto, abbiamo anche il suono della zampogna sullo sfondo, in puro stile prima bucolica. Con la piccola differenza che i custodi calabri non si chiamano nè Titiro, nè Melibeo, nè Amarillida, bensì Carmelo, Maruzza, Pasquale e Clementina gli adulti e Maicol, Gessica, Kevin e Sindy i piccoli (la grafia è fedele alla registrazione anagrafica: ho anche le prove, se le volete). E che il suono della zampogna è una specie di medley fra il grugnito di un'orda di cinghiali in calore e un trionfo di trombette da stadio, inframmezzati dai rantoli del custode, in un'interpretazione di rara intensità e di pura sofferenza, che recupera dalle profondità delle domande di senso interrogativi arcani ed inquietanti - dal "non è che muore????" al "quand'è che muore????", per intenderci

3. si cucina. Un po' per forza ( vedi alla voce orto anarchico), un po' per dovere (vedi alla voce marito) un po' per fare un uso dei coltelli più urbano e più creativo di quello che, a volte, mi verrebbe in mente, fatto sta che qui dentro i fornelli sono accesi a tutte le ore.
Quello che ne esce è il trionfo della cucina semplice, dei sapori di una volta, della famiglia intorno alla tavola, della tradizione e dei ricordi- e pazienza, se fuori piove: si sta così bene qui....


QUICHE DI ZUCCHINE FETA MENTA E LIMONE


quiche zucchini limone menta


La versione della foto ha una base di pasta sfoglia, ma nulla vi vieta di preparare un guscio di brisèe o, meglio ancora, di pasta al vino (senza burro): l'essenziale è che resti un sapore neutro, non aromatizzato, intendo, in modo da far risaltare meglio il ripieno, che è davvero un trionfo di profumi

Per la versione più raffinata
250 ml di panna
3 uova grandi ( o 4 medie)
100 g di feta
3 zucchine
menta fresca
la scorza grattugiata di un bel limone
sale
pepe bianco

Per la versione rustica, sostituire alla panna 200 g di ricotta.

Si mondano le zucchine, si tagliano a fettine non troppo sottili e si fanno andare in padella con olio EVO e sale: attentissimi a non farle nè friggere, nè stufare. Portatele a cottura aggiungendo un Mestolino di brodo alla volta, senza che il liquido le ricopra completamente, e a recipiente scoperto. Quando sono croccanti, sono pronte. Pochi minuti prima di toglierle dal fuoco, aggiungete le foglioline di menta

mescolate la panna alle uova, sbattendo rapidamente con una forchetta, aggiungete la feta sbriciolata e gli zucchini, quando si sono intiepiditi. Grattugiatevi sopra la buccia del limone, date una bella macinata di pepe bianco, aggiustate di sale e riempite il guscio di pasta.
Se usate la ricotta, incorporate le uova ad una ad una e lavorate il composto con un cucchiaio o una forchetta( non con le fruste, intendo: non deve montare). Poi, procedete come sopra
In forno a 200 gradi per 30 minuti minimo

Se invece preferite la misura delle foto- l'ideale per un buffet- dovete ridurre le uova a 2 grandi o 3 medie, e i tempi di cottura: 15 minuti dovrebbero essere più che sufficienti: comunque, quando sno gonfie e dorate sono pronte.
A domani

 

martedì 23 giugno 2009

Polpette di carne in salsa agrodolce

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Caro Principe de Laf Afturias
me efcufo per el mio espagnol, ma non lo hablo da la famofa noche brava del capo de agno del millenovesientonovantadof, e los postumos fuero asì dolorofi che da alora ajo resolto che hablar espagnol es divertiente sul momiento, ma para nada la magnana dopo.
E tuttavia, tiengo urgiensa de conferir con la vostra Majestad por què pare che el proximo jueves nosostros ce encontreremo alla serata de Gala de Los Ingegneros Navalos de Espagna, a Vigo.
Quel desastrado del mi hombre me ha enformado folo ieri, a las cinco de la tarda, del Gala- e folo esta noche della Vostra Presentia- e folo esta magnana della vostra vera identità, per cui el Principe de Laf Afturiaf no è un perfonagio de invencione, ma un principe en carne e oxa e nada meno che Felipe de Espagna, el marito de la Letizia Ortiz, che è in competifion con la Carlà per elegancia e fimpatia- e ahora es muy tardi por rifar un intiero guardaroba para l'occafione.
Tiengo a precisar che con regular preaviso anche yo posso far la mia puerca figura, efpecialmente se si passa da Lourdes, ma con asì poco de tiempo al maximo posso sfoggiar el medesimo habito de la Letizia cuando encotrò la Carlà, quelo tutto plissado, con la sola diferencia che io les plisses le tiengo in todo el cuerpo, fino a los piè. De mas, el mio punto de fuersa è la conversasion, che procura un directo stordimiento, mejor de la Letizia e la Carlà junctamente.
Epperò, non me siento de sottoporla al tormiento de una intera noche in compagnia de los ingegneros: que son intollerabiles già da solos, figuriamoces todo al miesmo tiempo. Ajungo anco che con losotros ci sarà anco el mi hombre, que es el più ingegneros de todos, que hablerà toda noche de elicas e de motores e quando verrà el momiento del brindisi, censurerà la cocina e il cocinero, dicendo che la madre de usted resulta mejor.
Quindi, caro Principe de Laf Afturiaf, ftia a Palacho, quella noche, a jocar con los ninos e a tifare Real e, sobra todo, tienga a casa la su mujera, che sennò se annoierà a muerte e rovinerà por siempre el caracter simpatico e el forrifo gioiofo. E nosotros, se riuneremo un'otra vez.....
Cordalidad
Alehandra
POLPETTE IN SALSA AGRODOLCE


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2 hg macinato di manzo
2 hg macinato di maiale
mollica di un panino bagnato nel latte
2 uova grosse
una bella manciata di parmigiano reggiano grattugiato
una puntina di aglio (oppure fregare l'aglio nel contenitore dove si impasta)
poco prezzemolo tritato finissimo
tanta maggiorana
sale

Si impastano tutti gli ingredenti, si fanno delle polpettine che si passano direttamente nel pangrattato e si fanno frigger ein un contenitore stretto, in modo che l'olio le ricopra tutte, senza bisogno di girarle. Farle asciugare bene su carta assorbente e servire caldel

si servono con una salsa di pomodoro agrodolce, preparata con 300 g di salsa di pomodoro, 1 dl di aceto di mele e 40 gr di zucchero.


Alessandra

P.S. ci sentiamo al ritorno da Vigo, ma il blog continua con le ricette di Daniela e le ultime pagine del diario del viaggio in Sicilia.