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lunedì 7 gennaio 2013

Camilla Lackberg- La Principessa di ghiaccio


I legge di Raravis :
Quando una qualunque casalinga, di qualsiasi parte del mondo, si alza dal letto, di solito prepara la colazione, riordina le camere, mette su una lavatrice.
Eccezione alla I legge di Raravis:
Se è una casalinga svedese, scrive un libro giallo.


Credetemi: ci ho provato.
Ho provato ad abbassare le aspettative, ad illudermi che quello che avevo fra le mani fosse un libro giallo, a convincermi che se era al secondo posto nella classifica del best sellers in Italia c'erano milioni di validi motivi e che semmai ero io ad essere quella troppo esigente, troppo cattiva o troppo snob.
Non ce l'ho fatta.
E, quel che è peggio, non sono neanche riuscita a scrvere una rece degna di questo nome: e mentre stavo già disperando, di fronte al tanto strazio ed al mio spirto anelo, venne una man dal cielo e zac! mi è venuta l'ideona: anzichè dannarmi l'anima qui sopra, lascio la Parola a Lei, la Signora Camilla Lackberg, faccia paffuta e braccia rubate al marketing - stando alla terza di copertina- nota al mondo intero per aver scalato le classifiche di vendita con La Principessa del Ghiaccio e per aver provocato un moto perpetuo alla bonanima dell'Agatha Christie- detta "la trottola", da quanto ormai si rivolta nella tomba...


Vi sintetizzo la trama, in poche righe: la protagonista, che si chiama Erica, è una biografa di successo, a cui capita in sorte di trovare il cadavere della migliore amica d'infanzia. Siccome siamo in un paese a nord della Svezia, che si regge sull'industria delle aringhe, ed è pieno inverno, il cadavere della vittima è ovviamente surgelato: non a caso, il titolo del libro è "La Principessa di Ghiaccio". Se il cadavere fosse stato quello di un uomo, avremmo avuto "Il Capitan Findus".

Siccome la ragazza è stanca di raccontar storie che hanno come protagoniste altre donne e non lei, decide di approfittare della richiesta dei genitori della vittima, che la pregano di scrivere un articolo sulla figlia scomparsa, per dare una svolta alla sua carriera e votarsi alla true story . E così, si mette ad indagare, scombina la quiete del paesino, tira fuori scheletri da vecchi armadi, rovina famiglie, trova l'ammmore e con lui viene a capo dell'inghippo che, per la cronaca, si capisce grosso modo a pag. 50, appena finiscono le manfrine.

Anche il lettore più benevolo, converrà con me che siamo di fronte ad una trama banale, con meccanismi narrativi erosi dal troppo uso ed un'ambientazione che sublima alla massima potenza il de ja vu ( tanto per dirne una: indovinate un po' dove si trova il cadavere della vittima???? ). Ma è qui che si vede il genio dell'artista, il tocco di uno stile inconfondibile, il sottile passaggio dall'intelletto all'intuizione che fa sì che una materia antica risorga nello splendore di vesti nuove, tutte tempestate di preziosi, di brillanti e-ahinoi- di vere e proprie perle...


Ascelle/Pulizia personale

Assieme alle mutande, sono il topos ricorrente dell'intera storia. In quasi 500 pagine di sudate, sotto la neve e sotto le lenzuola, la doccia viene nominata una sola volta, quasi che una tradizione millenaria di saune et affini possa essere cancellata con un colpo di spugna- unico, oltretutto

"Sentendo di avere gli occhi cisposi, Erica si affrettò ad andare in bagno a darsi una lavata alla faccia. Si mise gli stessi vestiti del giorno prima, si diede una veloca spazzolata e una passatina di mascara" (p. 78)
"la prova abiti e lo stress emotivo l'avevano fatta sudare sotto le ascelle. Con un profondo sospiro, si diede di nuovo una lavata" (p. 250)
"in bagno, si lavò sotto le ascelle e mentalmente ringraziò di essersi depilata la mattina mentre si faceva la doccia" (p. 194)

In compenso, però, viene indicato un metodo alternativo per provvedere all'igiene personale, per quanto esposto a non trascurabili rischi...

"la spalatura della neve lo aveva fatto sudare fino alle mutande, così cercò di sollevare un po' il tessuto della camicia per farsi un po' d'aria" (p. 336)

Disturbi vari

In un thriller d'azione, fatto anche di momenti di concitazione e di violenza, l'unico personaggio che riporta un danno dalla cintola in su è una bambina. Per il resto, sembra di stare in una puntata di Elisir dedicata ai disturbi della terza età:

" La neve doveva appena essere caduta sulla città, perchè la coltre bianca copriva ancora l'erba. In genere, a Stoccolma bastavano un paio di giorni perchè si trasformasse in una poltiglia grigiastra. Dopo aver appoggiato i guanti su una panchina, ci si sedette sopra. Con la cistite non c'è da scherzare, ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno in quel momento" (p. 104)


"Il banco era duro e scomodo ed Erica cominciò ad avvertire un fastidioso dolore alla zona lombare. Per fortuna, la cerimonia si concluse abbastanza rapidamente" (p. 107)

"Come su appuntamento il suo stomaco si fece sentire (p.25)"
" Il suo stomaco protestò" (p. 49)

Vista l'insistenza, è probabile che ci fosse anche qualcun soro, a ben pensarci...


Candele


Rappresentano il passo successivo ai disturbi della terza età- e difatti l'autrice le dissemina ovunque: riscaldano l'ambiente, lo profumano, lo rendono seducente ed intrigante, con le loro luci soffuse e, addirittura, migliorano la bellezza femminile. A patto che il malcapitato di turno non sia scaramantico e abbia un debole per il fascino ala Morticia...

" non c'era niente che giovasse all'aspetto di una donna come la luce delle candele, aveva letto da qualche parte, e così ne aveva accese in abbondanza" (p. 255)

Abbigliamento

Se, fino ad oggi, eravate fra quelli che guardavano alla moda svedese dall'alto in basso, beh, è giunto il momento di ricredervi: perchè in Svezia le griffe internazionali, non solo si indossano, ma addirittura si fondono...

"era vestito casual, con dei Chinoise perfettamente stirati e una camicia azzurra Ralph Laurent" (p. 40)

Etichetta


Se vesti Ralf Lorànt non puoi certo permetterti di non conoscere le buone maniere, anzi. E se scrivi di gente che veste Ralf Lorànt, devi armarti di santa pazienza per spiegare alla plebaglia dei tuoi lettori che nei quartieri alti si fa così. Ecchissenefrega se a voi la mamma vi ha sempre detto di comportarvi all'esatto opposto: ce l'avete il Ralf Lorànt, voi? Nooooo? E allora, zitti e prendete appunti

" lottò invano, per cercare una posizione comoda sul divano bellissimo ma spartano. Alla fine, si sistemò sul bordo e bevve cauta il caffè, servito in minuscole tazzine. Avvetrtì un fremito al mignolo, ma resistette all'impulso di sollevarlo: quelle tazzine sembravano fatte apposta, ma sospettava che sarebbe parso un gesto più caricaturale che spontaneo" (p. 41)

Se fino a ieri pensavate che salutare qualcuno con due baci sulla guancia fosse un gesto naturale e spontaneo, beh, sappiate che vi siete sbagliati. Qui c'è tutto un rituale, fatto di mossette, finte, assalti e affondi che al confronto il Manuale del Perfetto Schermidore è un testo di Statica. Ed è solo dopo che lo avrete appreso alla perfezione, che potrete ritenere conclusa la vostra arrampicata alla scala sociale: d'altronde, non è mica un caso che Dracula fosse un conte...

" Birgit ed Henrik si salutarono avvicinando le guance e baciando l'aria, dopodichè toccò a Erica ricevere lo stesso trattamento. Non era affatto abituata a quella usanza ed era un tantino preoccupata di cominciare dal lato sbagliato. Invece, superò elegantemente la prova" (p. 80)

"Quando Erica tese la mano, Nelly la ignorò e avvicinò invece il viso al suo, baciando l'aria ai lati delle guance. Erica questa volta sapeva da quale ato partire e si sentì quasi mondana" (p. 134)

E infine, ogni volta che siete state prese da impulsi omicidi quando i vostri figli hanno sciorbettato il brodo, macchiandovi la tovaglia e la coscienza, non avete fatto altro che rivelare le vostre origini bassamente plebee, miei cari. Se foste nati nei quartieri alti, infatti, vi sareste comportati in ben altro modo:

"la conversazione scorreva lenta ma cordiale. Nelle lunghe pause si sentivano solo il ticchettio regolare di un orologio e il loro educato sorseggiare il tè bollente che era stato servito" (p. 128)

Su, su, un bel ruttino....


Calzini

E' inutile che ci si giri tanto intorno: è l'arma della sorpresa, quella che fa lo "scrittore di gialli". E se qualcuno la usa celandola in un sapiente dosaggio dei tempi e qualcun altro nascondendola dietro la tensione della suspence, la Camilla la incarna nel calzino che, da capo negletto e deprimente di tutti gli armadi del mondo (Germania esclusa), si sublima nell'incarnazione dell'intelligenza e delle virtù amatorie di Patrick

"prese mentalmente nota del fatto che neve più scarpe basse significava calzini sgradevolmente bagnati" (p. 344) "la cosa peggiore fu accorgersi che aveva ancora ai piedi i calzini... difficile essere un dio del sesso con dei calzettoni di spugna bianchi marcati U.S. Tanumshede ai piedi" (p. 271)

A questo punto, fatemi la cortesia di non iniziare a dire che se uno è tanto sveglio, col cavolo che gira in mocassini e calzini nella neve e che se mai c'è un modo per riuscire a resistere a George Clooney è quello di pensarlo nudo dalla caviglia in su perchè non possiamo farci riconoscere ogni volta, insomma: forse che non si è capito già dalla prima pagina, che siamo di fronte alla "nuova Agatha Christie dalla Svezia????

Mutande

Sono le vere, uniche, incontrastate protagoniste della storia, declinate in tutte le forme, dal perzioma, allo slip bianco di pizzo, alla mutandona della nonna rinforzata, nessun modello escluso: quando si dice mutatis mutandis...


"si guardò intorno nella stanza per accertarsi che non ci fossero mutande usate in giro. Una sloggi da tutti i giorni avrebbe fatto passare la voglia a qualunque uomo" (p. 250)

"il primo dilemma si era presentato dopo la doccia, quando, non diversamente da Bridget Jones, la sue eroina preferita, si era trovata ad affrontare la scelta delle mutande. Meglio optare per un bel perizoma di pizzo, nella remota eventualità che lei e Patrick finissero a letto?Oppure per le orrende mutande rinforzate per comprimere pancia e sedere, che avrebbero considerevolmente aumentato le probabilità che succedesse qualcosa? Era una scelta difficile ma, tenendo conto della prorompenza della pancia, dopo aver poonderato a lungo, preferì la variante rinforzata. Sopra, ci finì un paio di calze contenitive: in altre parole, artiglieria pesante " (249)


Reggiseni/Scollature

Potevano mancare? certo che no...

"Erica si accorse che lo sguardo del cognato era sceso verso la sua scollatura e si strinse istintivamente nella giacca. Lui percepì quel gesto, cosa che la irritò. Non voleva mostrargli di essere in qualche modo condizionata da lui" (p. 103)

Il primo che dice che voleva solo mostrargli le tette, è bannato da menuturistico, per sempre

" il chiletto che si era equamente suddiviso tra i due seni, faceva sì che dalla scollatura del vestito, si intravvedesse una fessura non male. Certo, un po' aiutata da un push -up, ma tali ausili erano ormai diffusissimi. Quello che indossava, tra l'altro, era dell'ultima generazione, con il gel nelle coppe, il che conferiva al petto un dondolio molto naturale. Una chiara dimostrazione dei successi della scienza al servizio dell'essere umano" (p. 250)

Ve l'immaginate la scena?
" che modello di wonderbra preferisce, signora? Il "Galileo" o il "Focault"?
"mi dia il Focault: col Galileo, "eppur si muove"....

"si protese in avanti per prendergli il piatto e ne approfittò per chinarsi un tantino più del necessario; tanto valeva giocare tutte le carte che aveva a disposizione. A giudicare dall'espressione di Patrick, quello che aveva appena calato era un bel tris d'assi. Le 500 corone pagate per il Wonderbra erano state ben spese" (p. 257)

Quando si dice "chi più spende..."

Romanticherie


Se non c'è un pizzico di romanticismo, che storia d'amore è?
Lo sanno bene i golosi dei baci perugina, i discepoli di Federico Moccia, le estremità congelate dei Valerio Scanu. Poteva non saperlo la Camilla?

"Patrick cominciò a slacciarle i bottoni della camicetta con sguardo interrogativo. Lei gli diede il suo tacito assenso sbottonandogli la camicia. D'un tratto, si rese conto che la biancheria che aveva scelto non era quella che avrebbe preferito mostrare a Patrick la prima volta... il problema era come sfilarsi calze contenitive e mutande rinforzate senza che lui le vedesse. Si tirò su all'improvviso "Scusami, devo andare un attimo in bagno" (p. 264)

L'uomo è i suoi bisogni- Ludwig Feuerbach
"maldestri e incerti su cosa piacesse o non piacesse all'altro, non si sentivano sufficientemente sicuri per domandarlo e così con piccoli suoni gutturali indicavano cosa funzionava e cosa invece doveva essere aggiustato" (p. 265)

Dall'homo erectus all'homo idraulicus- Charles Darwin


"pur sospettando di avere un alito orrendo, Patrick non potè fare a meno di protendersi in avanti e baciarla" (p. 267)

"io ce l'ho profumato"- Mental

"si baciarono teneramente. Dopo un attimo, però, lo stomaco di Patrick brontolò tanto forte che lo presero come un invito a portare i sacchi in cucina"

prima di lanciare al galoppo la vostra fantasia, i sacchetti sono quelli del supermercato


Sesso e Ammore

"lo guardò. Lui la stava osservando molto intensamente e sotto il suo sguardo si sentì scaldare tutta. Qualcosa scattò. un istante di intensità assoluta. Prima che Erica si rendesse conto di quanto le stava accadendo, Patrick era accanto a lei. Dopo un attimo di esitazione, le premette le labbra suelle sue...il corpo fi attraversato da una specie di scossa elettrica" (p. 264).

La vittima è la Principessa di Ghiaccio
L'investigatrice è la stufetta.

"la prima volta non fu straordinaria, come invece si legge nei romanzi d'amore...la seconda volta andò però decisamente meglio e la terza risultò del tutto accettabile. La quarta andò molto bene. La quinta fu fantastica... si addormentò con il sorriso sulle labbra" (pp. 265-266).

Ditemi che era una paresi, vi prego...

"Gli scompigliò i capelli con la mano e lui lo interpretò come un segnale. Si gettò su di lei e la inchiodò al divano" (p. 449)

Dall'homo idraulicus all'homo faber.


Similitudini ardite

" Erica si sentiva come se avesse afferrato una ramazza mentale" (p. 295)

SE SOLO QUALCUNO OSA FARE IL BENCHE' MINIMO COMMENTO...etc etc etc

Battutone

... anche perchè alle malizie argute e alle blande allusioni ci pensa già l'inefabile Camilla...
"E nella vita, cosa fa? Non dirmi che è un artigiano, ti prego. Sarei invidiosissima. Ho sempre sognato il vero sesso artigianale"
"No, non fa l'artigiano. Fa il poliziotto, se proprio vuoi saperlo"
"Il poliziotto, caspita! un uomo dotato di sfollagente, in altre parole... beh, mica male neanche quello.." (p. 378)


E infine, a degna conclusione di siffatto capolavoro, anche La Pricipessa di Ghiaccio non si sottrae alla sua missione di dare al mondo il suo messaggio: e lo fa con una riflessione profonda, originale, da donna sensibile che non dimentica tutte le donne ed anzi ha per loro calde parole di speranza:

"sicuramente, era una vita che non mangiava per mantenere la linea imposta dalla moda, senza però rendersi conto che l'esilità, che può risultare gradevole quando è accompagnata dalla naturale morbidezza della gioventù, non ha lo stesso effetto una volta che l'età ha lasciato i suoi segni" (p. 116)

Grazie di esistere
Alessandra

Del furor d'aver libri...Glauser, Gimenez Bartlètt e Ali


Tre libri, stasera: e non perchè sia stata presa da una insana voglia di smaltire gli arretrati, quanto per il denominatore comune che li lega, pur nella loro diversità. Per puro caso, li ho letti quasi uno di seguito all'altro e il confronto è stato, gioco forza, inevitabile, segnando per giunta un confine ben marcato fra chi ha vinto la sfida, chi c'è riuscito a metà e chi, invece, è naufragato nella sua presunzione, in un folle volo verso uno dei cimenti più ardui per chi voglia scrivere un romanzo: vale a dire, la padronanza di una materia composita, variegata e in apparenza sconnessa, quale è appunto quella scelta da ciascun autore come argomento della propria storia. E' una sfida "alta", di quelle che mettono a nudo le tue capacità e i tuoi limiti, tanto che sono molti gli autori che preferiscono non raccogliere il guanto. I tre che seguono lo hanno fatto con esiti che a me sono parsi differenti, l'uno dall'altro, a conferma della difficoltà dell'impresa e dell'alto valore della posta in gioco


F. Glauser, Il Tè delle Tre Vecchie Signore

Ci credete se vi dico che non so ancora se questo libro mi è piaciuto o no? Quello che so per certo è che, pur essendo stato di difficile lettura, non mi ha mai fatto venire voglia di abbandonarlo: il che è cosa buona, indizio della percezione di un'opera degna di essere letta, da una parte, e della scarsissima preparazione letteraria della sottoscritta, dall'altra. Eppure, erano anni che desideravo comprarlo, attratta com'ero dal titolo e dalla casa editrice, in assoluto quella che preferisco per la raffinatezza delle scelte, la capacità di scoprire talenti e di proporre vere e proprie chicche, altrimenti destinate a giacere nei cassetti di chissà quanti altri editori. Ed è proprio per festeggiare il suo quarantesimo compleanno che la Sellerio ha deciso di ripubblicare i venti titoli più emblematici della sua storia, da Sciascia a Camilleri, a cui va il merito di aver risollevato dal rischio di fallimento i coniugi Sellerio, consentendo ai mitici libretti blu di tornare a riempire gli scaffali delle librerie.
Glauser, dicevamo: un autore svizzero, considerato il padre del giallo elvetico, riscoperto a seguito del grande successo di Durenmatt, di cui fu il maestro e dal quale, però, venne oscurato. Non a caso Sciascia, sul risvolto di copertina, fa notare l'anomalia e cerca subito di metterci una pezza , ricorrendo al consunto paragone con Simenon e con Maigret che, mai come in questo caso, è fuori luogo. "Il tè delle tre vecchie signore", infatti, è una divertente e datatissima storia di spionaggio, nei toni ingenui e un po' enfatici che tanto affascinavano il pubblico degli anni '30, che vede qui soddisfatte tutte le sue aspettative: personaggi surreali che celano la loro vera identità chiamandosi "numero 72" piuttosto che "colonnello," ambientazioni che spaziano dalla sontuosa dimora del politico inglese al rifugio spartano della spia russa, la prorompente presenza della magia nera, una rutilante storia d'amore, l'eroina con i pantaloni e i capelli alla maschietto, gli affondi nella nuova scienza della psichiatria e, a far da filo conduttore, una serie di cadaveri disseminati qua e là. Insomma, un'accozzaglia di argomenti che sembrano la traduzione in prosa di quei gabinetti delle meraviglie che appagavano le smanie di collezionismo in voga qualche secolo fa, nei quali i pezzi di pregio finivano per essere confusi fra paccottiglie e cianfrusagli di ogni genere. In tutta onestà, non escludo di aver completamente sbagliato approccio alla lettura, convinta com'ero che si trattasse di un giallo di impianto classico: anzi, a ripensarci, sono certa che se lo avessi letto con uno spirito diverso, meno imbrigliato nelle aspettative di genere, me lo sarei goduta infinitamente di più, magagne o non magagne. Quasi quasi lo rileggo, cosa dite?


Alicia Gimenez- Bartlett, Riti di morte

Ancora la Sellerio, ancora un'altra operazione editoriale: dopo Camilleri e Carofiglio, tocca ad Alicia Gimenez - Bartlétt l'onore di veder ripubblicati i suoi romanzi in volumi unici che raccolgono, a gruppi di tre e in ordine cronologico, l'opera omnia di questa autrice spagnola, nota in tutta Europa per aver creato una delle coppie investigative più strampalate e simpatiche della storia del giallo, vale a dire l'ispettrice (ispettore??) Pedra Delicado e il suo vice, Fermin Garzòn. A proposito di questo libro, qualche giorno fa vi dicevo che la prima volta che lo avevo letto, non mi era piaciuto granchè o meglio: non mi aveva fatto "nè caldo nè freddo", come si suol dire. Oggi, invece, lo trovo un bellissimo romanzo, prima ancora che un bellissimo giallo, tanto che fatico a parlarne in poche righe, tali e tanti sono gli spunti su cui si potrebbe riflettere e discutere. La spina dorsale è un'indagine poliziesca: Barcellona è tenuta sotto scacco da un violentatore seriale, che marchia le sue vittime con una sorta di fiore e che, nel giro di poco tempo, getta la città nel panico. Al caso viene affidata l'ispettrice Pedra Delicado, che da poco è entrata in Polizia dando una brusca virata alla sua vita, rinunciando al prestigio di uno studio legale ed agli agi di una borghesissima vita matrimoniale per immergersi in una realtà meno patinata ma più vera, nella quale può finalmente riconoscersi e ritrovarsi. Finita dritta a scartabellare in archivio, Pedra viene recuperata come tappabuchi per l'indagine (nel suo commissariato sono tutti o malati o in ferie) e, a completare l'opera, le viene assegnato come vice Fermin Garzòn, un poliziotto alle soglie della pensione, una sorta di manovale delle forze dell'ordine, solo, sensibile e rassegnato a non chiedere nulla alla vita. Che i due, all'inizio, facciano scintille è tutto nelle premesse, che si sviluppano in un rapporto prima di reciproca tolleranza e poi di progressiva conoscenza, fino a trovare un punto d'incontro fra la scorza ruvida di Pedra e la sommessa rassegnazione di Fermin, secondo un copione consolidato ma che, sotto la penna della Gimenez- Bartlett, non scade mai nel banale o nel ripetitivo. Nulla, a dire il vero, è banale e ripetitivo, in questo romanzo- non i personaggi, non l'angolazione con cui si narra la storia e non la Barcellona in cui tutto si svolge, colta a tal punto in ogni sua sfaccettatura da svestire i panni statici del semplice scenario per diventare una sorta di basso continuo, capace di modularsi in modo così naturale sui personaggi e sulle situazioni da costituire essa stessa un personaggio vivo ed essenziale alla storia.
Definire Riti di Morte un romanzo giallo sarebbe sbagliato: non riduttivo, non fuorviante- sbagliato e basta. L'indagine, infatti, è solo una voce di una partitura più ampia, che l'autrice sa dirigere con sicurezza e con maestria, alternando al ritmo incalzante dell'azione quello pacato della riflessione e passando disinvoltamente dal piano della narrazione dei fatti a quello dell'introspezione dei pensieri. Il tutto, senza mai sbagliare un attacco, con un dosaggio dei tempi assolutamente perfetto, dove ogni elemento trova un proprio spazio dove esprimersi al meglio e fino in fondo.
La seconda avventura è sul comodino....


Monica Ali, In the Kitchen

Comincia bene e finisce malissimo, questo romanzo pretenzioso, ambientato in una Londra moderna, multietnica, lacerata da contraddizioni sempre più drammatiche, la cui trama si stempera in una serie di rivoli tanto verbosi quanto inutili. Dalla prima metà in poi, mi sono chiesta che fine avesse fatto l'editor, visto che, se mai c'era bisogno di usare le forbici, era proprio in questo caso. Con 200 pagine di meno, sarebbe stata tutt'altra lettura, posto che vi piacciano i de ja vu e i dolori stereotipati di ex giovani capaci solo di piagnucolarsi addosso. Così, invece, resta un'opera noiosa, dispersiva, faticosa, il cui unico pregio è un macroscopico debito ad Anthony Bourdain- da Kitchen Confidential ad Un Osso in Gola- il che dimostra, ancora una volta, che a misurarsi con dei giganti ci si perde sempre e che la presunzione non paga. Quanto meno qui sopra.

Buona serata
Alessandra

lunedì 1 marzo 2010

Kathie Hackman- Il Giardino delle Favorite


Il Giardino delle Favorite è un'opera che sta a metà fra il romanzo storico e il romanzo inteso in senso lato, quello che gli Anglosassoni chiamano "novel". Non a caso, la narrazione si svolge su due piani e in due tempi, la prima ai giorni nostri (e questa è la novel), la seconda nell'Istanbul del 1599. Il motore dell'azione è un documento, scoperto da una giovane ricercatrice ad Oxford, che attesta l'esistenza di una donna nel novero dei prigionieri fatti schiavi in quell'epoca e che dà conferma alle sue teorie, in merito all'esistenza di una giovane inglese nell'harem. Da lì in poi è tutto un intrecciarsi di storie parallele, quella della studiosa, da una parte, e quella della schiava, dall'altra, con la Istanbul di ieri e quella di oggi a fare da sfondo e da filo conduttore all'intera vicenda.
Siccome questo libro mi è stato consigliato da Fabio, che è un caro amico, mi verrebbe da fermarmi qui ed augurarvi buona notte. Ma siccome Fabio è stato il primo ad esigere rece sincere (e siccome è pure juventino, e stasera non è serata, ma proprio per niente), faccio 'sto immane sacrificio e prendo bene la mira.
Il primo strale, tanto per stare sul classico, è per i recensori "seri", quelli che si danno appuntamento sulla quarta di copertina per giocare a chi le spara più grosse. Stavolta, si scomodano nientemeno che il N.Y.Times, The Spectator e, buon peso, la Johanne Harris, che sprecano aggettivi ed iperboli per incensare una scrittrice che, fatta salvo un accettabile livello di informazione storica, ha più pecche che pregi.
Il secondo strale è contro un certo tipo di approccio a materie, per così dire, "alte", che si sta sempre più imponendo in questi ultimi tempi. E' la sindrome da Eleganza del riccio e da numeri primi, per capirci, per cui la struttura della cornice diventa paravento- o meglio, specchietto per le allodole- per nascondere pecche narrative macroscopiche, illudendo il lettore di avere in mano dei capolavori, per il semplice fatto che trattano di tematiche "di un certo livello", come direbbe la Dani. E' toccato alla filosofia, poi alla matematica, adesso al fulgore dell'Impero Ottomano che, neanche a dirlo, è la moda del momento- argomenti nobilissimi e interessantissimi, sviliti in molti romanzi al duplice ruolo di traino per le vendite, da una parte, e di velo pietoso su tutto il resto, dall'altro.
Sia chiaro: ho letto di peggio. E anzi, non escludo che questo sia un tipo di lettura che a molti di voi possa far piacere, perchè permette comunque di respirare atmosfere lontane e di recuperare qualche nozione storica senza grande sforzo. Fra leggere Chi, sotto l'ombrellone, o Il Giardino delle Favorite, non avrei nessuna esitazione nella scelta del secondo, e vi dirò di più: ci sono stati dei momenti, nella lettura, in cui l'autrice è riuscita a ricreare quell'atmosfera di fascino e di mistero che da sempre fa dell'Harem un luogo unico al mondo. Il problema è che poi non è stata in grado di gestirli, piombando immancabilmente nella grevità di un lessico povero e obsoleto (quel "si gingilla col tuo amore" che ricorre come leit motif nella storia di Elizabeth avrebbe fatto salire la glicemia pure a mia nonna), di una narrazione incapace di dominare la materia trattata e di una pessima capacità di conduzione delle due storie parallele. Azzardo, senza troppo timore di sbagliare, che se la Hackman avesse osato tornare all'antico e scrivere un romanzo storico nel senso stretto del termine, focalizzandosi solo sulle avventure della giovane schiava, avrebbe sicuramente sfornato un prodotto migliore: invece, in questo modo, abbiamo solo tante bolle di sapone, sullo sfondo plumbeo di una storia piatta, banale e, francamente, un po' noiosa
Si può fare di più
Alessandra

domenica 24 gennaio 2010

Ossobuco alla Milanese- e una passeggiata con Bill Bryson




Premessa: i signori che stanno per leggere la recensione che segue sono cortesemente pregati di convincersi di quanto segue- e cioè che un certo signor Jerome K. Jerome non sia mai esistito o, al limite, che non abbia mai scritto nulla su tre uomini che andavano in barca lungo i canali del Tamigi o a zonzo per le strade della Germania....

Bill Bryson, Una passeggiata nei boschi - Tea editore, 8,60 euro

A me, Bill Bryson piace. Anzi, faccio ancora un passo avanti e azzardo che, fra tutti gli scrittori che parlano di viaggi, è di gran lunga quello che preferisco. E sapete perché? Perche mi ci identifico, in un sacco di cose. La prima, in assoluto, è che entrambi abbiamo lo stesso modo di concepire il viaggio: in un mondo di turisti fai da te, dove il viaggio è diventato la sublimazione dell'ignoranza del parvenu e la patetica soddisfazione di frustrazioni macroscopiche, siamo rimasti in pochi a rispettarne la statura e a riconoscerne la dignità, al di là delle frasi fatte, degli stereotipi, delle mode. Nessuna meta ai margini dell'universo, nessun rischio mortale, nessun coltello fra i denti ma, piuttosto, la consapevolezza che la più grande avventura sia quella della conoscenza, qualsiasi strada essa prenda- e se magari non si incocciano orsi affamati lungo il nostro percorso o raduni di food blogger cannibali, siamo anche più contenti.
La seconda cosa, invece- che poi a ben guardare è quella che mi fa correre in libreria ad ogni nuova uscita di un suo libro- è lo stile con cui Bryson racconta i suoi viaggi: distaccato, ironico, dissacrante, minimal, umoristico e terribilmente coinvolgente. Il che, se è una qualità di per sè, diventa un pregio al confronto con l'enfasi e l'ampollosità dei suoi colleghi. Prova ne è, fra le tante, il titolo di questo libro, dove il percorso in prevalenza a piedi dell'Appalachian Trail, il sentiero montano più lungo del mondo, viene scanzonatamente definito "una passeggiata nei boschi" e dove si inizia a ridere sin dalle prime pagine, quando Bryson si affanna a spiegare di aver voluto intraprendere questa avventura per non sentirsi "la solita mammoletta, la prima volta che dei tizi in tuta mimetica e in cappellaccio da cacciatore, seduti a un tavolo del Four Aces Dinner, si fossero messi a parlare di spaventevoli imprese all'aperto. Desideravo almeno un po' di quella sbruffoneria che viene dal poter scrutare l'orizzonte con occhi che sembrano frammenti di granito e dire in un unico respiro lento e virile: 'Ebbene sì, anch'io ho cagato a cielo aperto".
E così, le descrizioni dei paesaggi e dei posti visitati, non sono mai esercizi di stile fine a se stessi o excursus nozionistici che ridondano autocompiacimento, tutt'altro. Ogni cosa viene filtrata attraverso gli occhi, la mente e il punto di vista dell'autore il quale, essendo un tipo che pensa e anche bene, riesce a rendere attuale il passato e critico il presente, tanto che quello che di solito si dice, quando si commenta in positivo un libro di viaggio- e cioè " mi sembra di essere lì", nei libri di Bryson si arricchisce di un ulteriore tassello: perché non solo ci sembra di essere lì, ma di esserci con lui. E quando il "lui" è un compagno di viaggio colto, intelligente, arguto e con un senso del'umorismo da paura, si finisce per perdonargli tutto, anche quei momenti di stanca in cui cade ogni tanto, ma che non intaccano per niente la qualità dei suoi racconti.
Orsù, rompete il porcellino


OSSIBUCHI ALLA MILANESE

ossobuco

...O "ossobuchi"? oppure "ossibuco"?
Boh, sentite, quale che sia la grafia corretta, qui si parla di un gran piatto, di quelli che, se fatti bene, ti spediscono dritti dritti in paradiso, con buona pace della fusgion, delle tendenze e dell'aria fritta.
Di ricette ce ne sono un'infinità, ma l'essenziale è che gli ossibuchi siano di vitello: "un ossobuco di vitellone è una delle peggiori disgrazie che possano capitare", sentenzia Allan Bay- e noi gli crediamo sulla fiducia

ossobuco

Ricetta tratta da Robert Carrier, I Grandi Piatti del Mondo

per 4 persone
4 ossibuchi tagliati spessi
farina
sale e pepe nero macinato al momento
2 cucchiai d'olio d'oliva
30 g di burro
2 spicchi d'aglio tritato finemente
mezza cipolla tritata finemente
1 bicchiere di brodo leggero o acqua
1 bicchiere di vino bianco secco
2-4 cucchiai di concentrato di pomodoro
4 filetti di acciuga tritati finemente
4 cucchiai di prezzemolo tritato
la scorza grattugiata di 1/2 limone
risotto alla milanese per servire

Scegliete 4 ossibuchi con molta carne, alti circa 5 cm l'uno. Spolverateli con farina, sale e pepe nero e fateli dorare in olio e burro. Unite uno spicchio d'aglio e mezza cipolla tritati finemente.
Bagnate con il vino bianco e il brodo caldo, in cui avrete sciolto il concentrato di pomodoro. Coprite la casseruola, abbassate la fiamma e lasciate sobbollire per un'ora e mezzo. Quindi,aggiungete i filetti di acciuga e l'altro spicchio d'aglio, tritato finemente. Mescolate, fate scaldare ancora e servite dopo aver spolverato il tutto con la gremolata, preparata mescolando il trito di prezzemolo con la scorza di limone grattugiata. Accompagnate con risotto alla milanese

ossobuco

Note mie
Più che altro, un appello: le mie vene contengono solo poche gocce di sangue lombardo, per cui oltre il sacro testo non vado. So che esistono disquisizioni dotte sull'uso del pomodoro, dell'acciuga, dell'aglio nella gremolata e così via: per cui, se qualcuno ne sa qualcosa, è il benvenuto

Buon Appetito
Alessandra



venerdì 22 gennaio 2010

Polpette di granchio con maionese al wasabi


Ideona: visto che ormai mi avete messo in riga e ritorno a parlare di libri, che ne direste se cambiassimo la classifica e mandassimo in pensione i libri "da leggere assolutamente", quelli "così e così" e quelli da buttare? Ora vi spiego. L'altro giorno, mentre ero alla cassa da Feltrinelli, per non so quale malsana ragione, mi è venuto in mente di dare un'occhiata allo scontrino. Di solito, pago mentre già leggo e quando arriva il resoconto della carta di credito, non associo certe cifre a certi libri. Ma l'altro giorno non ho potuto farne a meno e mi è venuto un colpo. Intanto perché, pur essendo praticamente nata con un libro in mano, non ho mai speso, in precedenza, quanto sto spendendo in questi anni, a parità di acquisti fatti (grosso modo, dai 5 ai 10 al mese- esclusi quelli di cucina e di scuola e di lavoro); ma soprattutto perché, per quante illusioni mi faccia ogni volta, già so che la quantità di delusioni et bidonate dietro l'angolo sarà sicuramente maggiore delle belle sorprese. E così, mi è venuta l'IDEONA, vale a dire di modificare le categorie in qualcosa del tipo "rompi il porcellino- fatti un mutuo" per quelli che vanno comprati, "aspettiamo la brossura" per quelli così e così e "diamoli in beneficenza" per le schifezze emerite. Cosa ne dite? Mentre ci pensate su, godetevi questo FIGERFOOD- che è davvero una gran figata...


polpette di granchio con maionese al wasabi


POLPETTE DI GRANCHIO CON MAIONESE AL WASABI


La ricetta delle polpette risale a qualche anno fa, a quando salvavo le ricette dal Web senza indicare l'autore: butto lì la fonte che mi sembra più probabile, vale a dire Cookaround, ma sono disposta a serbare gratitudine eterna per chiunque si faccia vivo e ne rivendichi la paternità*.

*trattasi di Stefania, l'Araba Felice:  e ora che ci penso, potevano esserci dubbi?

Ovviamente, nel tempo, sono subentrate parecchie modifiche, a cominciare dalla crosta di sesamo e per finire con l'abbinamento alla maionese al wasabi, di cui invece, rispondo da sola.

L'incommensurabile pregio di queste polpette è che si possono friggere fino a quattro- sei ore prima e poi scaldare nel forno, per riacquistare la loro freschezza. Non a caso, è l'unico fritto che preparo nei buffet e che servo a cuor leggero, senza il timore di odori sgraditi dalla cucina. E, che ci crediate o no, per quanti ne prepari, finiscono sempre in cinque minuti.

MAIONESE AL WASABI


maionese al wasabi

Semplicissima: basta che voi prepariate una maionese, con la vostra solita ricetta, e ci aggiungiate del wasabi, a piccole dosi per volta. Il mio consiglio è di procedere poco a poco, assaggiando via via, anche se di fatto poi finisco sempre per "andarci giù dura", visti i gusti dei miei amici.
Se non vi piace il gusto del Wasabi, aggiungete qualche goccia d'arancio alla fine della preparazione e servite con una bella spolverata di zeste, sempre di arancio, naturalmente.
Quella delle foto, invece, è una maionese allo yogurt rigorosamente industriale, a cui ho aggiunto del wasabi: a buon intenditor...

polpette di granchio- maionese al wasabi


Polpette di granchio / gamberetti
Versione col granchio
polpa di granchio BUONA (circa 200 g)
una bechamelle molto solida ( 50 di burro, 50 di farina, 250, max 300 di latte)
1 albume
1 cucchiaio e mezzo di maizena
coriandolo
sale
semi di sesamo

olio per friggere

Scolare la polpa di granchio dal liquido di conservazione e farla asciugare rapidamente in padella, con un po' di sale. Lasciatelo raffreddare e aggiungetelo alla bechamelle, insieme all'albume e alla maizena e al coriandolo tritato. Mescolate bene, aggiustate di sale e lasciate riposare in frigo da un minimo di due ore a tutta la notte.

Formate poi delle palline un po' più piccole di una noce e passatele nel sesamo. se avete tempo, fatele riposare in frigo ancora un po.

Dopodiché friggetele in abbondante olio e servite


Note mie

Nella versione al gamberetto, basta sostituire la polpa di granchio con 200 g di gamberetti lessati e tagliati a coltello. Al posto del coriandolo, aggiungere il prezzemolo

Pur essendo finger food, le polpette non devono essere piccolissime, perché il rischio che si sfaldino in cottura c'è, specialmente se dovete girarle o quando dovrete scolarle. Quindi, fatele al minimo della grandezza di mezzo pollice, al massimo di mezzo cm di più.

Più l'impasto riposa e meglio è.

Buon Appetito

Alessandra