sabato 11 agosto 2018

REBECCA WEST- LA FAMIGLIA AUBREY


TRAMA

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.



CHE COSA DICONO GLI ALTRI

Lasciateli perdere. Leggete solo la recensione di Alessandro Baricco, che da sola vale per tutte le altre. Sul resto stenderei un velo pietoso, anzi no: una cosa la voglio dire.
E cioè che la prima, imprescindibile tappa per recensire un libro non è tanto leggerlo- quanto non farvi sgamare se non lo avete letto. 

CHE COSA DICO IO

E' il libro che mi ha fatto tornare indietro negli anni, alle letture della mia infanzia. Scritture ampie e confortanti, che ti conducono nella storia poco alla volta, dando a questa il tempo di dipanarsi e a te quello di viverla, a mano a mano che la penna dell'autore agiunge dettagli alle descrizioni e agli scenari. E' su questi libri che ho imparato non a leggere, ma ad amare la lettura. E La Famiglia Aubrey mi ha restituito questo amore genuino, ingenuo e totale per il racconto scritto. 

A dispetto di chi critica il romanzo, dicendo che non succede niente: succede di tutto, invece, assolutamente di tutto. E' solo che questa narrazione smussa gli angoli del tragico, risolvendolo sempre nell'ironia ora straniata, ora strampalata ma sempre pungente. Tanti ricordi letterari, mentre si legge (butto li Dickens, Mc Court, la Woolf, ma anche la Alcott con il senso dell'umorismo), ma l'autrice ha una sua cifra, una sua personalità troppo ben definita, per essere accostata a chicchessia. Convengo che questa possa essere la lentezza, con tutte le insidie che un libro lento può comportare- prima fra tutte quella che ci si stufi. Ma con La Famiglia Aubrey succede l'esatto contrario: tanto è lento quanto è inesorabile, questo ritmo e, come dice Baricco, in breve ci si trova immersi nel flusso della narrazione, al punto da non essere più solo dentro il fiume, ma a diventare il fiume stesso. 
Bello, bello, bello.